The lusty month of may
maggio 20, 2013 § 1 commento
Qualcuno sottolinea che sono mesi che non scrivo. Vero.
Eravamo in piena campagna elettorale e si dissertava dell’Imu. Sono passati mesi, e ancora siamo in una campagna elettorale permanente e si blatera di Imu, come se i problemi del paese stessero in una tassa sulla proprietà di un bene immobile. Siamo vittime di un incantesimo primitivo secondo il quale, non si sa bene perché, tutti debbono, per un non precisato diritto divino, essere proprietari di case. Quando sento espressioni come ‘la casa è un bene inalienabile’ mi vengono i brividi. Di terrore, per una società che si dissolve sotto i colpi del mattone.
Qualche mese fa si discorreva di quale fine avrebbe fatto Berlusconi: chi lo vedeva in galera, chi in fuga verso Antigua, chi ormai ridotto in cenere. Ora, grazie al voto, c’è già chi lo vede proiettato al Quirinale, tra un paio d’anni, dopo che il nuovo-vecchio Presidente della Repubblica, il nostro Napolita-no-che-non-mi-ricandido-ma-se-me-lo-richiedete-dico-di-sì-felice si dimetterà tra un paio d’anni.
Qualche mese fa si guardava con apprensione alla disoccupazione giovanile, alle imprese che chiudevano, al dramma della povertà. Oggi ancora se ne parla e forse salteranno fuori dei soldi per tamponare una emergenza, ma non per risolvere il problema dei problemi: la sclerotizzazione di questa società. Gli imprenditori che non investono i loro soldi -mica fossero scemi! Li investono nel mattone: tolgono pure le tasse!- e i sindacati che proteggono un lavoro che non esiste più. In mezzo i soliti: i fortunati “figli di” che salgono la scala sociale e gli altri che accumulano ore di lavoro, esperienze, corsi di formazione, specializzazione, master e nulla. Attendono un domani migliore, che non è qui, questo è certo.
Scagliarsi contro tutto non ha senso, ma essere sempre ligio alle regole qualche dubbio te lo fa venire. Ci troviamo con un governo che nessuno voleva, prosecuzione un po’ più soft del precedente, in un abbraccio pd-pdl che non ha nulla della pacificazione ma sembra semplicemente frutto di consociativismo normalizzatore. Il triste ritorno della DC, proprio nell’anno in cui muore Andreotti. O forse è proprio in suo onore che avviene tutto questo.
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Sono stato a Zurigo la settimana scorsa, in compagnia dell’educato mascalzone che ha deciso di starmi accanto in questi mesi.
Mi ha colpito positivamente (la città, non il mascalzone!) per l’efficienza dei mezzi pubblici, per la tranquillità, per i salsicciotti da Sternen Grill, in riva al fiume, nonostante la pioggia e il tempo inclemente.
Abbiamo festeggiato i nostri sei mesi di frequentazione -anche se lui è tipo che direbbe fidanzamento, lo so- con una cena che ha sancito che d’ora in poi andremo sempre fuori al ristorante.
Il mio pollo al curry è diventato un brodo di pollo al curry e credo che nella zona della stazione di Oerlikon ancora si stiano domandando chi è quello sciagurato che ha infestato l’aria.
Abbiamo riso, e tanto. Ridiamo, e tanto. Mi mancava da molti anni.
Senza mentire: ho sperato per anni nel ritorno di qualcuno, facendo passare ore e settimane, mesi e mesi. Ho ignorato chi mi stava accanto, magari anche con le migliori intenzioni.
Mi sono volutamente infilato in storie improbabili per poter tornarmene in un angolo a rimpiangere il passato.
Poi un giorno ti svegli e nemmeno ti ricordi più perché sei lì, nell’angolo.
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Erano anni che non mi muovevo: un paio di mesi fa sono stato a Roma. Giusto per assistere a qualche protesta davanti al Senato, durante l’elezione del Presidente Grasso e per respirare l’aria di una città che è sempre magica.
Non c’è mai una contrapposizione Roma-Milano nella mia vita. Le amo entrambe e mi viene in mente una battuta di uno spettacolo di otto anni fa (accidenti, quanto tempo è passato? Da quanto tempo mi si chiede di riprendere a recitare qualcosa ed io continuo a nicchiare?) rimaneggiata da un testo di Luhrmann: “Vivi a Milano per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi a Roma per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca”.
Ma vivi in entrambe. Ci sono scorci di Roma che Milano non potrà mai avere; improvvise bellezze che ti spuntano davanti agli occhi e che ti inebriano di stupore.
Ci sono angoli di Milano che sono piccoli e incantevoli gioielli racchiusi tra mura. Non hanno il dono di estendersi senza un confine, magari mescolando terra e cielo, ma puntano ad essere un rifugio per chi li esplora.
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Nei nostri pellegrinaggi, per lo più senza meta, Edelgardo ed io abbiamo scoperto piccole viuzze di Milano che non avevamo mai notato. Angoli che ti lanciano in un passato antico, quando la città era poco più che un paesotto. E tra un vecchio portone e l’altro, un muro che sporge e un antro buio, in cui la luce penetra a fatica, ci si scambia baci come fossimo adolescenti, incuranti di quel che ci circonda. (o forse con l’occhio un po’ attento, con la paura che qualcuno ci insulti o picchi, ma questo è un altro discorso)
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Parma invece è imbruttita. L’ultima volta che ci sono stato, un paio d’anni fa, aveva ancora la fierezza di una città con una sua storia. Invece è apparsa dimessa, quasi triste e rassegnata, adagiata senza alcun tentativo di resistenza a un declino che pare scritto nel destino della città.
Il torrente Parma, brutto e non curato ne è il segno.
Edelgardo dice che il fiume è un valore aggiunto di una città. Una città che non sa valorizzare il proprio corso d’acqua, in un certo senso, si spegne.
La domanda che ci siamo posti per ore in quel posto è stata: ma come faranno i gay a vivere qui?
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Anche i Navigli dovrebbero essere valorizzati. A volte le città, per rilanciarsi, devono puntare su progetti all’apparenza costosi e in perdita, ma con un buon ritorno economico. Perché non rendere navigabili i Navigli? Perché non risistemare le rive, che paiono disastrose? Perché non avere una logica territoriale che renda più piacevole il patrimonio edilizio che si affaccia sui corsi d’acqua di Milano?
Invece la gente si accalca il sabato e la domenica per gli aperitivi nei locali “vista ratti di fogna”, con tavoli impignati sui marciapiedi, persone in fila come se aspettassero il proprio turno all’ospedale e cibo precotto e scaldato, conteso da famelici convinti di poter cenare a colpi di pasta unta e tranci di pizza surgelati.
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Il nostro ristorante è invece a quattro passi dall’Università Cattolica, a un tiro di schioppo dal bar Magenta, a due minuti dal Teatro Litta.
Entri lì e ti sembra di essere a casa. La proprietaria ti scalda coi suoi abbracci, coi vezzeggiativi che elargisce a piene mani e col cibo che è buono e, stranamente a Milano, ha un costo giusto.
La prima volta che siamo finiti lì, a novembre, c’era anche Errico. Si accorse di avere perso il portafoglio a teatro, o forse no. Nella concitazione del momento io persi l’ultimo treno – noi ci muoviamo coi mezzi pubblici, ma se poi questi si bloccano all’una e le ferrovie fanno correre l’ultimo treno per la provincia a mezzanotte e mezza, che si fa? O Berlino, cara Berlino! – ed Edelgardo si offrì di accompagnarmi a casa…
Il bacio.
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Quando torniamo in quel posto è come ritornare all’emozione di mesi fa. È come se ci si baciasse la prima volta e quel bacio fosse il primo di tutti i baci, quello che riassume i baci dati e ricevuti nella propria vita, quelli belli e quelli sofferti, ma comunque indimenticabili, perché solo i cinici possono affermare di non ricordare i baci elargiti in passato.
E non importa che quel posto sia un po’ spartano, il menù sempre uguale, l’atmosfera casalinga. Non c’è bisogno di sushi infighettato per mangiare bene e sentirsi soddisfatti. Bastano orecchiette alle cime di rapa e salsicce, per esempio.
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A teatro quest’anno non ho apprezzato quasi nulla. Soprattutto, se mi è consentito, ho trovato insopportabili due spettacoli al Teatro Libero. Credo sia quel genere di teatro che piace ai radical-chic un po’ alternativi di sinistra, a quelli che si sentono sempre un passo più avanti della massa. Credo che certe cose approssimative possano piacere alle persone approssimative, quelle che pensano di avere una conoscenza enciclopedica e invece si trovano solo a sapere un po’ di tutto, ma mai niente bene, quelli che un tempo potevano avere studiato scienze politiche e adesso sono in massa iscritti a quei corsi universitari che insegnano a comunicare o, più semplicemente, a nascondere il vuoto di argomenti.
Uno spettacolo dedicato a Turing, con una recitazione che pare vada per la maggiore ultimamente -birignao implorante pietà e movimenti su un palco vuoto privi di senso logico- e con un equivoco di fondo: la macchina di Turing è una macchina teorica, non se ne può parlare come se fosse formata da ingranaggi perfetti, lubrificati e oliati, quasi fossero ruote dentate mutuate dai Tempi moderni di Chaplin. Informarsi prima di recitare a memoria delle parole prive di senso, sarebbe il minimo richiesto a un attore. O a un regista.
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Si avvicina il mese di giugno e qualcuno, a Milano, inizierà a chiedersi quando si organizzerà il Pride o se ci sarà il Mix (festival del cinema gay e lesbico e di tutti gli altri generi). Al Mix sono affezionato perché molti anni fa è stato il mio primo contatto con l’ambiente omosessuale milanese. Si teneva al cinema Pasquirolo (che per me, fino ad allora, era il cinema di un improbabile Babe, maialino coraggioso, visto con la mia amica Mary Ellen. Lei ci provava con me ed io invece facevo il finto tonto, come spesso mi è capitato di fare con le ragazze interessate -poche per la verità- a me e al mio bel faccino) e, a dire il vero, sembrava più un battuage legalizzato, con uomini che andavano avanti e indietro a guardare le persone sedute sulle poltroncine. Eppure, quel che adesso mi infastidirebbe, allora mi aveva lasciato un po’ impaurito, forse anche perplesso, ma pure eccitato. Perché quel mondo nascosto che immaginavo esistesse ma ignoravo dove fosse, si palesava per la prima volta ai miei occhi.
Sono passati tanti anni, più di una decina, e Milano e l’Italia sono cambiati. L’omofobia è ancora da debellare, ma è più facile per un omosessuale uscire allo scoperto. Ma il Mix rimane un appuntamento per me importante.
Forse perché lo immagino il primo punto d’incontro per tanti ragazzi timorosi e non invece, cosa che purtroppo mi pare sia divenuto ultimamente, il solito salotto per chi ama esibirsi e per hipsters in cerca d’autore.
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A volte penso che le più grandi delusioni le ho avute dai gay, quelli che lottano contro l’idea di ghettizzazione, quelli che si riempiono la bocca di parole quali ‘diritti civili’ e ‘uguaglianza’. Così tanto abituati ad essere segregati, da compiere scelte e segregazioni in base al vestiario, all’aspetto fisico, al conto in banca o semplicemente alle conoscenze.
Niente di grave, ci mancherebbe, ma certe delusioni, a trent’anni, finiscono per rafforzare la rassegnazione che il mondo non cambierà mai, perché siamo noi che non cambiamo.
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Allora ti guardi bene intorno e vedi però che c’è Diogene, che Ildebrando è una luce pulsante che si fa sentire. che Errico appare sempre con le sue storie strampalate e la sua vita in bilico, che un riminese afflitto (non l’altro, non una delle persone che più detesto perché bugiarda e incapace di essere se stesso) si fa vivo su questo blog, che Edelgardo c’è sempre, che pure il buon vecchio Franz chiede timidamente se si farà ancora qualcosa insieme a teatro, oppure no…
Alla fine, credo onestamente di essere circondato da persone autentiche: vicine o lontane che siano fisicamente. Persone che non tradiscono i loro ideali, ciò in cui credono e non si vendono per un po’ di popolarità, un posto al sole, un briciolo di affetto o una citazione in un articoletto di un giornale di provincia. Persone che non si vergognano di come sono e sono fiere di conoscermi. Persone che non abbassano lo sguardo se mi vedono per strada, più per paura della propria coscienza che per altro…
Di ogni cosa c’è il lato pregevole.
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Da febbraio, gli esami del sangue prima, la risonanza magnetica poi, un paio di visite successivamente, hanno sancito che non stessi bene. Edelgardo era lì, con la sua apprensione viva, con il suo affetto profondo, con la premura che non ho mai visto in nessun altro. E c’è ancora, anche in questi giorni in cui più banalmente ho un virus intestinale e non mi alzo dal letto se non per andare in bagno, e trovo il tempo per scrivere un post senza capo né coda.
Non so se si chiami amore, anche se lui dice di sì, ma questo suo piegare ogni esigenza alle mie, cambiare orari e appuntamenti per venirmi incontro, sapere aspettare senza sbuffare per i miei ritardi, mi danno la misura che valgo qualcosa. Almeno per lui, ma anche per molti altri. Ho letto nell’apprensione delle persone intorno a me, negli ultimi mesi, vera preoccupazione, affetto sincero.
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Devo ancora leggere Proust, in programma c’è un viaggio in una città europea che non posso dire (altrimenti Edelgardo scoprirerebbe la sorpresa per il suo compleanno), un concerto dei Muse a Torino e forse delle vacanze. Continuerò a girare per ristoranti: fantastico uno a Parma; e sì, alla fine cederò, e rimetterò piede in un giapponese (ma solo dopo che mi sarò esercitato con le bacchette per un altro paio di mesi).
Mi sembra di essere stato fermo troppo a lungo e avere prodotto troppo poco. Forse, come diceva Esmeralda anni fa: “Hai un motore che funziona con un unico carburante: l’amore”.
Mi metterò a scrivere, forse, non so. Ci provo.
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In questo post sono stati citati:
Zurigo, Stazione Centrale
Zurigo, Stazione di Oerlikon
Zurigo, Passante ferroviario di
Zurigo, Das Kunsthaus
Zurigo, Sternen Grill, Sechseläuten-Platz
Zurigo, Coop, Hofwiesenstrasse 370
Roma, Hotel Lirico, via del Viminale
Roma, Ristorante Bucavino, via Po 45
Milano, via Porlezza
Milano, Burger Wave, via Ascanio Sforza 47
Milano, Spazio Movida, via Ascanio Sforza 41
Parma, Osteria I tre porcellini, Borgo XX Marzo, 16
Milano, Ristorante Pizzeria Bio Solaire, via Terraggio
Milano, Teatro Libero, via Savona
Milano, Cinema Pasquirolo, Corso Vittorio Emanuele.
Milano, Teatro Strehler
Milano, linea 31 tram
Rimini, uscita autostrada casello Rimini Nord
Leprottini, grigliate e gite fuori porta
marzo 31, 2013 § 3 commenti
Riemergo da un lungo silenzio semplicemente per augurare a tutti gli speranzosi lettori -speranzosi di trovare qualcosa di nuovo- una Buona Pasqua, o almeno un paio di giorni di pausa e di relax.
Periodo un po’ caotico, come per tutti. Bello sotto alcuni punti di vista, un po’ meno per altri.
Abbiate fiducia. Tornerò a scrivere presto.
Nel frattempo, divertitevi!
Comunicazione di servizio
gennaio 29, 2013 § 2 commenti
So che qualcuno potrebbe rimproverarmi perché scrivo poco. Sembra che non vada più a messa, non legga più nulla (quasi, purtroppo) o non esca di casa…
Forse esco molto più di prima -e di questo devo ringraziare una persona molto speciale- e ho poco tempo per scrivere.
Però, nel caso, trovate qualcosa di mio anche qui. So che è un portale pensato per lo più per le donne e per un utente mediamente fashion -quanto di più lontano da me, insomma- però mi piaceva l’entusiasmo di chi mi ha proposto di collaborarvi. Ogni tanto, se non trovate nulla di nuovo qui, fate un salto là, ovvero qua: http://www.tudonna.it/category/focus/
Ci trovate pure una mia foto pensosa… e penosa, ovviamente. Ma se il modello è quello che è, non si può far molto.
Fine della comunicazione di servizio. Mi riprometto di scrivere un paio di post al mese, però
Le vent nous portera
gennaio 11, 2013 § 5 commenti
Maggie dorme alle mie spalle, sul letto. Ogni tanto apre l’occhio per guardare quel che faccio e sembra che stia sorridendo complice quasi volesse dire: “Bravo, scrivi un post che è tanto che non lo fai”. Poi socchiude gli occhi e con le zampette anteriori sembra voler nascondere il muso e allora mi alzo ad accarezzarla e rimane immobile a guardarmi, poi si stiracchia, cambia posizione e mi ignora, quasi volesse spingermi nuovamente alla scrivania.
Il pc, moderna telescrivente, mi lascia di stucco con la notizia della morte di Mariangela Melato (la bravissima e inarrivabile, in alcune interpretazioni) e poi improvvisamente vira sugli otto milioni di telespettatori che hanno guardato la performance teatrale di Berlusconi e Santoro. Paradossale la vita: i politici e i giornalisti che si fanno attori, gli attori che diventano politici e i coerenti che rimangono fino all’ultimo a lottare per la vita e per la passione che li ha tenuti in piedi, giorno dopo giorno. E soccombono.
Penso che l’anno appena iniziato sarà diverso. Vorrei che fosse diverso e che mi regalasse delle sorprese. Che non fosse la semplice contabilità dei giorni, delle cose da fare, delle ore in laboratorio, delle ore di lezione private e di qualche svago.
Vorrei che fosse più simile a quel che si chiama vivere: una logica, un senso, un fine. Un misto di volontà e ambizione con un pizzico di fortuna.
Penso che vorrei essere più schietto; a volte diretto. Forse semplicemente mi piacerebbe avere meno paura delle persone. nascondermi di meno dietro la scrittura e guardare gli altri faccia a faccia, senza troppa timidezza.
Vorrei che il 2013 fosse l’anno del risveglio. Civico, prima di tutto: non solo pensare a se stessi, ma anche agli altri. Politico, in secondo luogo: si potrà finalmente votare qualcuno che non pensi a se stesso e con proposte serie? Si può, per una volta, votare un progetto e non una persona?
Umano: uscire da quel torpore nel quale sono scivolato negli ultimi dieci anni. Non solo io, ma anche chi mi sta intorno: quella rassegnazione cupa al destino crudele è un’attitudine alla vita che si diffonde contagiosamente tra le persone, quasi non ci fosse spazio per la libera iniziativa.
Vorrei augurarlo a tutti i lettori del blog, che da qualche tempo passano da queste parti e trovano poco. Forse è vero che quando si è sereni e felici si ha poca voglia di scrivere. Forse è anche vero che, nonostante quel che possa sembrare, non appartengo alla schiera di quelli che raccontano ‘la propria vita’ in un blog, quasi fosse un diario. E allora si accumulano silenzi, anche se avrei da raccontare di spettacoli teatrali, libri, film, ma le parole faticano a fluire.
Nemmeno il singolo di David Bowie (Where are we now?), il nuovo dopo 10 anni, mi spinge a sedermi davanti a un monitor e raccontare sensazioni e impressioni.
Mi fa sorridere la coincidenza: dieci anni fa mi innamorai di una persona che non mi ha mai ricambiato. Per dieci anni ho infestato di parole la rete. Dieci anni dopo, l’amore torna a bussare ed io mi faccio mille domande e mi pongo milioni di problemi. È lo stesso risveglio; forse semplicemente è quel movimento necessario per tornare a rivitalizzare le membra, gli arti, i tessuti, dopo che si è rimasti fermi in una posizione troppo a lungo.
Dove siamo ora? Siamo lì, in mezzo al guado. Chi da troppo tempo in una storia di facciata felice, ma piena di crepe; chi con qualche figlio ma insoddisfatta; chi invece allegro nel suo quadro che ha costruito lottando; chi, come me, a trentasei anni, pronto a ributtarsi a capofitto per rivivere quelle emozioni da quindicenne che, probabilmente a quindici anni, ero troppo impegnato a trascurare.
Molti anni fa, con Isolde, ai tempi del liceo, ci promettemmo di andare una mattina a raccogliere conchiglie in riva al mare. Era una promessa d’amore; un progetto a futura memoria per due che pensavano che sarebbero sempre stati vicini -come amici, come amanti, come complici, chissà.
Ci sono sere in cui, prima di addormentarmi, penso che quest’anno vorrò andare al mare, o semplicemente camminare guardando l’oceano, che sia in Portogallo, in Francia, in Irlanda o negli Stati Uniti. Mi immagino così: con l’aria serena, il viso per nulla contratto, le rughe sulla mia fronte -quelle profonde che la segnano molto, che amo e odio allo stesso tempo- appena accennate.
Mi immagino a fissare l’infinito, la linea dell’orizzonte, le irregolari linee della schiuma dell’acqua verso riva, il moto asincrono delle onde e il vento. Il vento che non può più scompigliarmi i capelli che non ho ma che batte forte sul mio viso, sferzandolo come volesse schiaffeggiarmi. Ed io in piedi, con gli occhi che si riempiono di lacrime come nei primi giorni di primavera, quando l’aria frizzante ti coglie impreparato dopo il gelido inverno.
E rimani immobile per qualche secondo, come sospeso, perché ogni movimento potrebbe far tracimare le emozioni che quasi si azzuffano dentro di te.
Non so dove ci porterà il vento; so solo che è bello indugiare attendendo le sue sferzate, abbandonando il comodo rifugio della propria casa, con regole e paletti, con i ‘si deve’ e i ‘non si deve’ che diventano una prigione.
Vorrei essere, per quest’anno, il più bravo. In tutto.
All I want for Christmas is you…
dicembre 25, 2012 § 3 commenti
A tutti i lettori del blog, vecchi e nuovi, il mio più caro augurio di buon Natale.
Con la speranza che possiate essere comprensivi con me per i miei ritardi, per le mie assenze, per i post diradati in quest’ultimo periodo.
Grazie per avermi letto e avermi fatto compagnia anche quest’anno.
Che ogni vostro desiderio si avveri in questa notte che ha qualcosa di magico.
Arsenio
Dreaming my dreams
dicembre 17, 2012 § 7 commenti
Per la prima volta, quello che rimane sveglio la notte sei tu e non io.
Tu sorridi e mi prendi in giro perché ‘puff-sonno’ e mi addormento in un paio di secondi, appena chiudo gli occhi. E mi risveglio col cellulare tra le mani, magari con un tuo messaggio di qualche ora prima, una risposta a una mia domanda, una gentilezza.
Questa mattina il cellulare è volato dal letto generando il solito fragore delle cose che cadono e svegliandomi. Sono rimasto lì, tra lo scocciato e l’infastidito, per qualche secondo, pensando se valesse la pena sollevare le coperte, mettere i piedi sul pavimento freddo (non ho il riscaldamento a tubi come te…) e sentire quel brivido che sale fino al collo e si diffonde in tutto il corpo, solo per prendere un cellulare caduto a terra.
Poi ho trovato il messaggio con la canzone di questa notte, quella che tu ti premuri, quasi ogni sera, di dedicarmi e allora ho sorriso.
Come un quindicenne qualsiasi guardavo il microschermo del cellulare per godermi il video e ascoltavo accovacciato sotto la coltre di lenzuola, quasi non volessi disturbare immaginari altri che condividevano la mia stanza. Lo sai, sono sempre timoroso di infastidire le persone, di essere di troppo, di non risultare simpatico, intelligente, adeguato alla situazione e divento goffo.
Goffo anche quando sono da solo e penso che sì, ultimamente ci capita spesso di avere gli stessi sogni e gli stessi pensieri ed io fatico a dirtelo perché mi impappino con le parole, dal vivo. Con le parole che contano, ovviamente, perché per il resto sono pur sempre il solito logorroico che non tace un secondo.
E così poi non ho più chiuso occhio. Dalle cinque mi rigiro nel letto, mi sono preparato la colazione e aspetto che la luce del mattino entri dalle fessure delle tapparelle abbassate, ma è ancora troppo presto e queste sono le giornate più brevi dell’anno.
A volte penso di averti sommerso di dati e fatti, di parole che riguardano il mio passato, di averlo fatto così tanto che tu ora mi dici Maurilio Piada -uno dei personaggi veri o presunti di questo blog e della mia vita, il nostro riminese fedifrago di fiducia- e scoppiamo a ridere.
A volte penso di non riuscire a raccontarti che è tutto nuovo ed è per questo bello. Che ci sono ostacoli, ma mi piacciono: mi piace il parcheggio davanti al distributore, mi piace la corsa coi treni che, con Trenord, assume i contorni di un’avventura epica, mi piace la nostra comune paura di fronte alla gente quando ci baciamo, così come mi fanno sorridere le volte che, sorpresi a baciarci dai passanti, ti volti coprendoti il viso con l’aria timida e cercando di fare l’indifferente. Mi piace programmare cose da fare, e per la prima volta dopo anni, mi piace programmarle con te coinvolto: stava diventando noioso e stucchevole far tutto da solo, tanto più che quel tutto si risolveva sempre più facilmente in niente.
Mi sto mettendo in moto: vincere un’inerzia durata anni non è facile, ma ci sto provando. Sto provando a lasciare le pantofole a casa, a uscire, a sfidare il freddo e i ritardi dei treni -e adesso che hai l’app per controllarli ti puoi convincere che non dico bugie quando mi faccio scudo di Trenord per giustificarmi… presto dovranno inventare anche un’app per mettere sotto controllo l’umore di Mutter e le sue idee malsane- e a farmi trascinare dal tuo entusiasmo. Ci stai riuscendo, piano piano, e ci sto riuscendo anche io.
Quando penso a cosa vorrei fare nel prossimo anno, penso che vorrei farlo con te, che ho fatto bene a darmi la possibilità di conoscerti, che un giorno sarò più aperto e meno sfuggente, che ti racconterò molte cose di me, che forse ti deluderò tantissimo e tu potrai odiarmi, ma bisogna pur rischiare nella vita, altrimenti ci si rifugia nella solitudine per paura e non per scelta. E tu sai che da giovane… ho fatto una scelta!
Ci capita spesso di raccontarci i sogni. Ad alcuni sembrerà stucchevole, a me no. Quel che mi piace è la semplicità di ogni cosa, quel parlare per ore anche del nulla, di cosa mangiamo, di cosa cuciniamo, di quel che abbiamo visto o letto o sentito in tv, delle mie lezioni private, dei tuoi scazzi sul lavoro, di cosa fare in settimana, degli amici e delle amiche sempre partorienti e di Mutter e Maman.
Alla fine, non è facile trovare qualcuno che sia così legato alla famiglia, o a membri della propria famiglia, da capire una certa ossessione, da comprendere il bene e le attenzioni esclusive che si hanno per loro, anche a costo di sacrificare un po’ di tempo per noi.
Alla fine, non è facile trovare qualcuno che ti porti al ristorante libanese solo perché glielo chiedi, faccia uno strappo alla dieta e vada al McDonald’s perché sa di avere di fronte un bambino a cui piacciono le schifezze, viene a teatro e rinuncia ai musical perché non mi piacciono, propone film e non si lamenta se quelli proposti da me sono noiosi, cammina e cammina e cammina per Milano.
Siamo un bel duo, lo ammetto. E spero di continuare a sognare le stesse cose che sogni tu.
Non è più il momento di augurarsi di incontrarsi nei sogni.
Ci sei.
Peace
dicembre 16, 2012 § 2 commenti
Sono passati due giorni e un po’ di rabbia. Non bisognerebbe mai scrivere sotto l’azione della rabbia: si è immediati ma le parole fluiscono senza mediazioni e si rischia di travolgere ogni cosa, anche i ragionamenti più corretti.
Ma l’indignazione quella no, quella non è passata. Il Papa che benedice la Kadaga e che poi definisce le unioni omosessuali una ferita per la pace è troppo. È troppo per un paese che voglia dirsi civile! Si badi bene, non si sta parlando di massimi sistemi, non si tratta di unioni civili, matrimoni e adozioni; ci si riferisce ad un semplice diritto fondamentale all’esistenza.
Roberta Kadaga è la presidente del Parlamento ugandese (Uganda, paese a prevalenza cattolica, con un presidente longevo quanto lo era Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia, eletto più volte con brogli; con il 40% della popolazione che vive con circa un dollaro e cinquanta al giorno) e fiera sostenitrice di una legge che prevede anche la pena di morte per ‘crimini compiuti da omosessuali’.
Furioso mi sono anche imbattuto in forum di discussioni nei quali alcuni -che poi magari si riempiono la bocca di parola come libertà, liberismo, liberale e via dicendo- minimizzavano la posizione della Kadaga, poiché la pena di morte è prevista per pedofilia, rapporti sessuali con persone sieropositive e altri casi gravi, a dire loro.
Ferma restando la netta condanna alla pedofilia e pure il severo proposito di limitare la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, è emblematico che un paese cattolico proponga la pena di morte proprio per due temi che dovrebbero stare a cuore alle gerarchie ecclesiastiche: che fare dei preti pedofili oltre a nasconderli, farli sparire e cercare di non farli correttamente processare? Che fare contro la diffusione del virus hiv se si osteggia l’unico strumento per ora rivelatosi efficace come il preservativo? Si risponde a una cultura di morte con la morte?
Ma al di là di questo, quella legge condanna gli omosessuali consenzienti, adulti e liberi di vivere la propria sessualità all’ergastolo. Questo renderebbe la legge più accettabile, forse?
Il Papa e la Chiesa cattolica, ormai incapaci di frenare la giusta evoluzione laica e liberale della società, hanno trovato il nuovo capro espiatorio negli omosessuali. Non nuovo, a dire il vero, ma ormai pare sia rimasto l’unico. Tanto da definire le unioni civili omosessuali una ferita per la pace.
Ogni religione è libera di avere precetti più o meno sciocchi; ogni religione può anche pensare di turlupinare le persone con idee strampalate più simili a favole. D’altra parte la fede è proprio questo: accettare da entrambe le parti una sospensione della realtà e della verità. Un po’ come quando si va al cinema e si accetta l’idea che per due ore tutto quel che avviene sul grande schermo sia plausibile. Per un paio d’ore, appunto.
Ogni religione può anche creare una lista di salvati e dannati, accettati o esclusi, come un club che si rispetti.
Rimane il fatto che siamo in uno stato laico, che tutela tutti quanti e non solo i portatori del Verbo di Dio, né i propagandisti della Luce e della Verità. Rimane il fatto che gli omosessuali siano cittadini come gli altri e non solo perché pagano le tasse, ma semplicemente perchè ci sono e come tali vanno tutelati.
Ogni religione ha libertà d’esistere; ogni cittadino libero e responsabile, che non fa del male ad altri e che fa scelte di vita condivise con altre persone libere, va però rispettato, tutelato, salvaguardato, difeso. È una delle basi delle democrazie liberali.
Eppure gli omosessuali non si sono sentiti difesi da nessuno ed è questo l’elemento veramente grave. Che generatori di odio dicano sciocchezze può stare nella logica delle cose; che un’autorità religiosa professi stupidaggini dichiarandole come prescrizioni di fede, ci sta; che la politica tutta invece non si schieri apertamente contro questo sopruso non soltanto verbale, ma etico, ciò invece è inaccettabile.
Intercettare il voto cattolico e moderato pare sia il mantra di tutti i politici di questo paese. Ci sono omosessuali dichiarati di sinistra che si professano devoti; c’è chi ricorda il proprio passato da chierichetto; chi evoca di essere stato in seminario; chi ha una zia suora; chi ricorda con affetto i tempi in cui frequentava le scuole private rette dai preti. È tutto un fiorire di aneddoti e di ricordi.
Il ricordismo è la malattia di questo paese: impossibile uscire dal sostrato culturale cattolico, dal momento che è quello che ha imprigionato questo stato in una specie di antichismo antimodernista. Quando si critica la CGIL dal punto di vista del luddismo economico che propugna, non bisogna dimenticare che un paese evolve, avanza, migliora anche economicamente, solo se vi è un progresso civile degno di questo nome. Allora non bisogna fare sconti alla Chiesa Cattolica, ai suoi gerarchi, alla sua ramificata capacità di fare lobby e influenzare le scelte politiche italiane.
Nessuno ha osato dire che forse questo Papa ha sparato una stupidaggine, una castroneria, o al minimo una leggerezza priva di fondamento. Come se davvero il potere laico credesse all’infallibilità dell’autorità religiosa, come se questa fosse un tuttuno con l’uomo, come se ci fosse davvero un Dio ispiratore in grado di dettare buone indicazioni e queste, invece, non fossero nient’altro che proiezioni mentali di un disegno umano volto a recuperare consenso e di conseguenza potere.
Non a destra, lontana anni luce da una cultura liberale degna di questo nome; non i moderati, che pare in questo paese siano sinonimo di doppiogiochisti e abili intrallazzatori, amanti del trasformismo; non i progressisti, nel cui campo va avanti da quindici anni il solito stucchevole discorso sull’apertura al centro, ignorando che gli elettori progressisti non sono centristi e non vogliono un partito inetto, incapace di rinnovarsi, inane di fronte agli attacchi continui volti a ridurre i diritti civili, anziché aumentarli e renderli finalmente uguali per tutti.
Il vuoto della politica è questo, non è solo la crisi che morde (da quando sono nato c’è crisi e questo debito continua ad accrescersi) e alla quale non si opppone una ricetta efficace, ma anche il vuoto di idee per una società che cambia, per uno stato che sia vivibile e permetta ai suoi cittadini di trovare quella felicità e quel senso di soddisfazione e di completa realizzazione di se stessi, così come previsto dalla nostra Carta Costituzionale.
A poco valgono i pianti quando un ragazzo gay si suicida o se si stigmatizzano una tantum i comportamenti omofobi, bullistici o i pestaggi che quotidianamente avvengono contro i gay -e che spesso nemmeno vengono denunciati, ma semplicemente derubricati a fatti di cronaca spicciola.
Tutta l’ipocrisia che viene messa in campo in certe situazioni non ha alcun valore quando, di fronte ad un attacco di virulenta omofobia come quello del Papa tutti se ne stanno zitti, preoccupati più di sapere se il professor Monti si piegherà ai desiderata della Chiesa e cercherà di federare i moderati per creare un cartello elettorale reazionario e cattolico.
Non un accenno dal presidente del Consiglio alla stupidaggine uscita dalla bocca del santo Padre: forse era troppo impegnato a leggere le dichiarazioni di D’Alema e ad ascoltare le pressioni di Bertone e Bagnasco per rendersi conto che molti cittadini sono stati insultati e additati come untori di guerre, crisi sociali, rivolte.
Scrivevo quasi ironicamente in Twitter: “Lui è a cena, io aspetto che mi chiami quando torna e nel frattempo decido se bombardare la Siria”
L’ironia però non può risolvere tutto; fare spallucce non è il rimedio. Dimenticare che la Chiesa appoggia governi che perseguitano l’omosessualità non è sostenibile. Come non è sostenibile cercare continuamente endorsement oltre Tevere; così come non è sostenibile stare zitti e permettere che politici possano spargere il seme dell’omofobia senza mai alzare la voce; così come non è sostenibile ignorare e non prendere mai posizione; così come non è sostenibile vivere in un paese, l’Italia, a sovranità civile limitata.
Gli omosessuali hanno pagato e continueranno a pagare questa chiusura; pagheranno con l’emarginazione, con la paura, con il senso di inferiorità.
Sono dodici anni che scrivo di questo tema: passando dalla paura alla consapevolezza. Ho visto crescere generazioni più consapevoli e sicure di sé. Ho anche visto cambiare molte delle opinioni delle persone intorno a me. Ho visto una società civile molto più avanzata, in alcuni ambienti, dei politici che la rappresentano. Ho dovuto però ingoiare rospi, vedere orrori, accettare critiche e, ogni volta, sopportare la libertà d’insulto che viene lasciata ai cattolici, a coloro che dicono di lavorare per il bene, per la pace e per i poveri.
Ho visto in molti di loro, dei loro capi, di chi li guida la superbia nel cuore, quella che li spinge ad additare dei colpevoli e ad assolvere sempre loro stessi per le colpe più becere e inenarrabili.
Ho visto e ho letto storie di giovani che sono cresciuti, che hanno avuto paura, che ricordavano la mia storia. Mi sono commosso per molti di loro e a molti di loro ho voluto e voglio ancora bene.
Eppure, in questi dodici anni, gli omosessuali come me si sono sempre sentiti soli e abbandonati: in lotta a mani nude contro lo strapotere mediatico di chi la domenica si affaccia a un balcone, allunga la mano e dice ‘tu sì, tu no’, salvando alcuni e mandando all’inferno altri.
Saremmo noi quelli che feriscono la pace?
Saremmo davvero noi la minaccia alla felicità di questo pianeta? O non siamo anche noi lavoratori instancabili per rendere questo posto un posto migliore?
Mi sembra di ricordare che l’unico esponente del Governo Monti ad avere la forza di parlare nettamente e chiaramente a favore di omosessuali e transessuali, riferendosi anche all’emarginazione sui posti di lavoro, sia stata il ministro Fornero. Il tanto vituperato e attaccato ministro, quello odiato, il parafulmine di ogni scelta negativa, colei che ha avuto sulle spalle il compito, l’onere, l’obbligo di riformare ciò che non funziona e zavorra questo paese, è stata anche l’unico membro, in tempi non sospetti, ad avere parole di saggia apertura nei confronti dei gay. L’unica che, probabilmente, non avrà un futuro politico: è forse un caso? L’unica persona degna di rispetto in una compagine governativa di tecnici alla ricerca di un posto al sole, magari alla luce di quel Dio che tanto clemente non è.
Martha Nussbaum, parlando di giustizia poetica, dice che un giudice, per essere pienamente razionale, deve anche essere capace di poesia e fantasia. “Devono migliorare le loro capacità tecniche ma anche la loro capacità di essere umani” scrive. E aggiunge: “Se manca questa capacità la loro imparzialità sarà ottusa e la loro giustizia cieca”.
Lo scrive a proposito di giudici e leggi di uno stato; di una serie di regole che esulano dalla morale religiosa. Tanto più vale per chi si erge a giudice benevolo ed etico sulla base di principi religiosi. Ottuse e cieche. Mi pare siano due aggettivi perfetti per quel che sono le gerarchie ecclesiastiche oggi.
Purtroppo però, si adeguano perfettamente anche alle nostre forze politiche.