Proprietà degli strumenti di misura -sensibilità, portata, precisione, prontezza-

ottobre 6, 2010 § 1 commento

Per i bambini è tutto più facile: loro aprono le braccia e ti mostrano una misura empirica del bene che vogliono alla mamma, al papà, ai nonni e ai loro amici immaginari. Il loro è un abbraccio smisurato: se ne rimangono lì col sorriso stampato e le braccia spalancate, quasi volessero comprendere il mondo intero. I nostri abbracci, invece, sono meno scenografici e più esclusivi: si chiudono attorno a chi amiamo, e la nostra felicità non rinnega quell’egoismo di chi è consapevole che il mondo, là fuori, non può far altro che scorrere via. Non possiamo dargli nulla né ricevere alcunché: siamo soli, in due. Ed è tutto quel che serve.

Eppure in quell’abbraccio, al di là dell’estasi iniziale, spesso si annida il dubbio: “Mi amerà quanto lo amo io? Proverà la stessa cosa? Valgo tanto quanto quello precedente? E quello che ha guardato poco fa, chi è? Soffrirò per lui?”. Così, alcuni, incapaci di godere il momento, avvitano loro stessi in assurdi ragionamenti metrologici, quasi si potesse misurare l’astrattezza del sentimento.

Arrancando, i più sensibili, riescono a cogliere il minimo cambiamento. Notano ogni sfumatura, un cenno con gli occhi, una esitazione delle labbra, la testa che si china a cercare una risposta. Cercano con la loro sensibilità di trarre pure valutazioni dal colore degli abiti indossati dall’amato, oppure dal tono della voce, a volte incrinata, a volte indecisa. Anticipano ogni azione ed ogni mossa, prevedono e colgono i futili cambiamenti, ma sono così tesi nelle loro analisi, talmente coinvolti e circospetti –forse anche per la paura di soffrire e star poi male- da non riuscire a vivere pienamente il loro sentimento. I sensibili spesso naufragano in storie di meschini egoismi, in navigazioni di piccolo cabotaggio, esaurendosi nella caricatura dei fidanzatini di Peynet, incapaci di cogliere l’esatta portata dell’amore.

Perché l’amore è un fiume in piena; non arriva con l’aria stitica di chi si concede lesinando. A volte è crudele proprio perché invade spazi, si diffonde, distrugge l’equilibrio precedente. A volte l’amore di uno strappa l’amore ad un altro, ed è una lotta dove vince il più energico, il più potente, la misura maggiore. L’amore ha bisogno di gesti eclatanti, di fughe, di proposte, di progetti che paiono credibili nonostante siano irrealizzabili, e nella loro irrealizzabilità giace l’apprezzabile straordinarietà. Un amore così, a volte pare meno sensibile, incapace di cogliere le piccole cose, le sfumature, a volte cruento. Una forza di tale portata può distruggere anche l’oggetto del desiderio se, dopo l’estasi dell’esordio e del piacere del possesso, non viene regolata con precisione.

C’è chi dirà che la precisione è razionalità, e la ragione non si sposa bene con l’astrattezza degli affetti. Eppure, arriva un momento, in cui bisogna scegliere se lasciarsi morire come eroine dei romanzi della Invernizio oppure abbracciare un sano pragmatismo alla Jane Austen, in questa secolare lotta tra chi concepisce l’amore come il propulsore per una dieta che spinga alla consunzione o come un ascensore sociale –dove vincono gli ambiziosi di belle speranze, persino un po’ intriganti, che si accasano coi belli ma un po’ bietoloni. La precisione nell’amore presuppone l’idea di un progetto, di date e scadenze, di compiti e ruoli, di obblighi e persino di bollette da pagare. Perché il giorno per giorno è una pagina di prosa, a volte mal scritta, della quale ci si può stancare in fretta; ma senza le regole, l’amore è solo una parola da canzone melensa, una frase da cartiglio di cioccolatino, una manifestazione corporale, una libera circolazione di fluidi.

“Perché non è più come prima? Ci annoiamo… è finita la passione… io lo amo ancora e non mi sono accorto che…” e il piagnisteo degli amanti piantati e traditi potrebbe continuare all’infinito. Per misurare un amore abbiamo bisogno di prontezza nel cogliere quando le cose non vanno più; quando la misura è variata (e non si tratta di sensibilità: quella si trasforma presto in paranoica gelosia), quando l’equilibrio iniziale è messo in pericolo da un fattore esterno; quando siamo noi stessi ad avere modificato il flusso del sentimento. La prontezza è la virtù di chi è brillante, di chi sa che nulla è eterno, che ci aspettano sempre delle trasformazioni, che a volte ci saranno cali di desideri, talaltre delle impennate improvvise e immotivate; ma sempre, colui che è pronto, saprà assecondare il quotidiano, dando un significato anche a ciò che può apparire una privazione.

La misura di un amore è complessa e noi siamo uno strumento piuttosto impreciso ed imperfetto.

Imprecisa è la misura dell’amore, e con la stessa imprecisione non riusciamo a cogliere la giusta misura tra virtù e difetti, tra legalità e illegalità, tra giusto e sbagliato (ah, l’etica! Non esiste un’unica forma di giudizio), tra affetto e sensualità, tra devozione e tradimento…
Eppure non abbandoniamo mai questa frenesia, questo desiderio di dare una misura ad ogni cosa; forse riusciamo a tranquillizzarci soltanto dopo avere ottenuto una perizia quantitativa di tutto ciò che ci circonda. Una misura per tutto, consci di essere destinati alla stessa sorte, quotidianamente. Misura per misura. [Shakespeare] Forse è qui, in questo passaggio, che ognuno di noi può scoprire quanto abbia profondamente inciso l’educazione cattolica: misurati così come misuriamo. Tendiamo all’indulgenza per poter essere autoindulgenti?

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§ Una risposta a Proprietà degli strumenti di misura -sensibilità, portata, precisione, prontezza-

  • Errico scrive:

    Questo plurale collettivo e i temi trattati fanno un po’ editoriale di Alberoni… Ma ci piace comunque!

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