Elementi circuitali statici, senza memoria
ottobre 14, 2010 § 2 commenti
Errico ed io parlavamo seduti al tavolo di un delizioso luogo di ritrovo, un po’ decentrato, quasi ai confini con la periferia, eppure accogliente e ben frequentato. La gente intorno a noi andava e veniva da una sala affollata, dove si teneva un reading, una di quelle meritorie proposte culturali che, però, molto spesso servono a rinfocolare la supponenza di chi ci va e nulla più, a dispetto dello sforzo di chi le organizza.
Si parlava della nostra vita di fronte ad un bicchiere di vino, di incontri e incomprensioni, delle solite paturnie d’amore che toccano chi, come noi, vive di scrupoli e di buona educazione, tanto che quella sentimentale è ancora affidata a Flaubert; si parlava di viaggi e progetti, sorseggiava con parsimonia dal bicchiere –ché poi si sarebbe dovuto guidare- e tra una lamentela ed una risata, non ci passa mica accanto Nicandro!
Proprio il Nicandro! Non invocherò la Musa perché mi ispiri parole per descriverlo –ché tanto non sarebbero mai quelle giuste e Nicandro (volesse mai il cielo che dovesse sporcare il suo sublime intelletto leggendo queste righe sciatte e prive d’ironia!) potrebbe travisarle avendosene a male- e mi limiterò a dire quel che lui ha rappresentato per me. Nicandro è il gay che ogni gay vorrebbe incontrare. Nicandro è tutto quello che uno come me, complessato ed infelice per la propria condizione, desidererebbe. Nicandro, come avrebbe detto il mio amico Fermo, è l’angelo diverso da tutti gli altri.
È lui ad avermi insegnato che si può essere gay senza sentirsi a disagio se non si parla di vestiti e moda; ad avermi aperto gli occhi e insegnato ad andare oltre le apparenze; che con la sua resistenza al sentimentalismo mi ha guidato a ridurre quel fiumiciattolo di cariche emotive, che malamente chiamiamo amore, in una minima corrente di sensazioni; e che la tensione vibrante e sessuale tra due corpi si trasforma in un pericolo quando la corrente che ci può scuotere è elevata e dannarci per sempre. È lui ad avermi gioiosamente regalato il principio che non si possono confondere un paio di ‘trombate’ per amore; è da sciocchi svenevoli che confondono una signora Dambreuse con una Marie Arnoux.
Nicandro! Quanto ho venerato il suo sorriso schietto e la sua sincera ironia? Schiettezza, sincerità! Parole che in lui assumevano tutto un altro valore; trascendendo quello che comunemente potevamo ritenere tale. Quanto ho accarezzato emozionato l’idea di essergli amico, forse coltivando segretamente quella di esserne ‘il migliore’, sempre a caccia di classificazioni e posizioni, o di un riscatto dall’adolescenza in cui si era ‘il confidente’ per tutti, ma mai l’amico di qualcuno!
Insomma, quel Nicandro lì, ti passa accanto e si volta.
Riconosce Errico. Finge titubanza –Nicandro è un attore, lo so- e poi azzarda.
“Err…Errico?”
“Sì”
“Non so se ti ricordi di me. Sono Nicandro… ci siamo conosciuti una decina d’anni fa…credo”
“Certo che mi ricordo”
Si stringono la mano. Io guardo con l’aria confusa. Si scambiano ancora delle parole e poi saluta, facendo cenno che di là, nell’altra sala, il reading e l’amore, quello vero, quello di una Marie Arnoux angelicata, lo richiamano all’ordine.
Non avevo alcun dubbio sul fatto che non mi salutasse. Mi chiedevo, da spettatore, come avrebbe risolto la situazione. Ha guardato dritto in fronte a sé, poi ha voltato lo sguardo dall’altra parte e si è girato, voltandomi le spalle.
Per la prima volta in vita mia, per la prima volta da quando Nicandro mi ignora –lo fa da anni ormai- non ho sofferto perché Lui mi ha ignorato, ma perché Io sono stato ignorato. Mi sarebbe spiaciuto se ad ignorarmi fosse stato anche un Antinoo, una Corinna, un James qualsiasi. Per la prima volta, dopo anni, tutta la mia stima per lui –che è rimasta immutata- e tutto il mio bene –sono un accumulatore, che ci posso fare?- hanno assistito alla prima crepa. Si è chiamata ‘pena’.
Perché Nicandro è bello, oh sì, se lo è! È simpatico, è intelligente, è alto, aitante, sportivo! Ha mille interessi ed è un giramondo curioso. Ha un amore di lunga data e l’aria compiaciuta di chi pensa di essere ammirato ed invidiato. Ma non ha memoria.
I suoi occhi sono quelle lenti che si porta sempre appresso e la realtà che vede è bidimensionale. Ciò che coglie è l’attimo, l’istante della sua fotografia, la luce giusta, l’angolatura perfetta, la posa intrigante. Un lavoro di cesello per far apparire la perfezione, ma è apparenza. C’è sempre un imprevisto in agguato, una luce improvvisa, un movimento brusco che possono inficiare la buona riuscita ed allora si rifa, si riscatta, si risistema, si manipola, se necessario. E si ripropone la perfezione. Perché il mondo di Nicandro è bello, esteticamente.
Così di ogni cosa rimangono solo testimonianze slegate, dei quadri inanimati, dei ritratti così precisi nell’estetica da essere rarefatti nell’essenza. Del tempo non c’è memoria: tutto è spinto in un presente eterno la cui perfezione sta proprio nella rimozione del passato scomodo.
Ti dirò Nicandro, che io non ce la farei! In parte perché non sono bello, né aitante, né sportivo, né intelligente e brillante, ma soprattutto perché ho memoria. E mi hai insegnato tu che l’apparenza è secondaria. Che non vorrei mai apparire felice senza esserlo, e non vorrei esserlo senza consapevolezza.
Anche domenica, vedendoti sparire, mi sono chiesto: che avrebbe dovuto quindi fare un amico? Sincerità e schiettezza. Anche a costo di far male. E allora Nicandro, ecco spiegata la mia avversione al ‘tuo amore’, così perfetto da apparire irreale, alle sue temerarie scappatelle del fine settimana, alla sua gelosia a tempo e all’astuzia di chi, appena ti volti, cerca diversivi altrove. Non se n’era parlato anni fa? Che mi dicesti? Avresti voluto sapere. Non è mica facile, sappilo, trovare il modo per dire certe cose, per raccontare una storia banale –perché sì, è banale, comune, ripetitiva; in questo non vivi nulla che sia originale- di tradimenti e incontri furtivi, di foto, che due anime candide come noi ancora trovavano inopportune , che girano in rete, di quello che è, forse solo per me, un inganno alla buona fede. Avresti potuto dire ‘mi va bene così’ e allora avrei capito, quel che ho capito anni dopo.
Cosa porta la verità? Ti avrebbe reso più felice? O forse ti avrebbe tolto qualcosa? Avresti sofferto, mentre ora no. Questo è vero: perché il lato positivo di essere senza memoria è quello di non accumulare rabbia dal passato, né rancore, non chiedere nulla e non volere nulla, godere del presente senza farsi troppe domande sul futuro. Essere qui ed ora. Come se qui ed ora fossero le due dimensioni di una foto. Incurante di bugie e mezze verità, persino del fatto di dividere un letto con uno che ti mente freddamente da anni. Tu ci vivi con uno così, io non potrei.
Ma ti ho capito. E non sono d’accordo, ovviamente. Ed è forse per questo che ho memoria di un Nicandro che era, per dirla alla Fermo, l’angelo diverso da tutti gli altri. Ed è per questo che rimango interdetto dalla tua capacità di ignorare e cancellare una conoscenza, solo perché è testimone di una posa mal riuscita, di una foto fallata. Ed è per questo che, pur essendo io un perdente –uno sfigato, si direbbe- in confronto a te, domenica sera ho provato un po’ di pena. Nella tua ostinata affermazione del mondo, così come te lo rappresenti, mi sei parso Charles Bovary. L’esatto contrario di quel che vorresti essere e di quel che, da amico, ho sempre pensato che fossi.
È strano che un’amicizia finisca a causa dei suoi stessi presupposti, ma in effetti non tutti condividono la stessa idea di “amico”. Peccato, a saperlo prima non si sarebbe nemmeno iniziato.
Vale sempre la pena di iniziare qualcosa. Non sai mai come possa finire: può sempre diventare una delle esperienze migliori, no?