Kiss the rain

novembre 1, 2010 § Lascia un commento

Quando ero piccolo, nelle giornate di pioggia intensa, affacciandosi al balcone di casa –quella in cui non abitiamo più da venticinque anni- si potevano vedere le strade trasformate in un fiume marroncino, un misto di fanghiglia e sporco, di terra bagnata e forse di liquami. A me piaceva l’odore intenso, qualcosa che ricordava il mare in tempesta, l’odore di pesce e salsedine, misto alla ruggine e alla terra. E così Mutter mi bardava come un’eroe d’altri tempi con un impermeabile di plastica rigida che faceva cik-ciak-cik-ciak ad ogni movimento e con un ombrellino di plastica trasparente che non era propriamente maschile ma che avevo ereditato da mia sorella (gli anni settanta ed ottanta: il trionfo della plastica!). A completare l’opera, un tocco di classe la davano degli stivaletti simil-pescatore della stessa tinta dell’impermeabile. Blu elettrico. Non ero certamente un bambino che potesse passare inosservato.
Mi piaceva guadare quel fiume di ‘sporco’ come lo definiva sbrigativamente Mutter, e smaniavo per  percorrere non più di cinquanta metri per giungere dal panettiere, quel centinaio per arrivare all’edicola che un tempo era nella via stretta-tutta-curve che portava al cimitero e poi tornare indietro, passando a volte dalla posta, altre volte in merceria. Pareva un’avventura, ed io ero il ‘cavaliere blu’(Der Blaue Reiter, chi l’avrebbe mai pensato allora?), trascinato da Mutter che, magia della maternità, riusciva a superare la corrente sembrando sempre perfetta (quella capacità degli adulti o delle persone ‘di rango’ di risultare sempre a posto, anche dopo un cataclisma, capacità che io non ho mai appreso, tanto da apparire sempre un transfuga, un rifugiato, un esule…)
Quando la mattina mi affaccio alla finestra e vedo pioggia, ritorno indietro di quasi trent’anni e, bizzarre connessioni della memoria, riesco a percepire la fragranza del pane appena sfornato. Poi penso al biondino –esponente di spicco della razza mal nata dei seduttori seriali- e alla definizione che mi ha dato già un paio di volte: “Sei l’uomo della pioggia”. E non credo si riferisca ad una qualche forma di autismo che mi affligge, ma al fatto che mi presenti a casa sua per lo più quando piove, forse spinto dal romanticismo del momento.
Perché, lo ammetto, la pioggia è romantica. C’è sempre un acquazzone in ogni film d’amore che si rispetti; una corsa sotto la pioggia per fermare l’amata o l’amato; un bacio tra i goccioloni e in mezzo alla folla; ombrelli prestati e passeggiate a braccetto per le strade di Manhattan (piove sempre a Manhattan, almeno nei film); o essere improvvisamente sorpresi da un rovescio a Central Park. O ci sarà sempre un ‘Gatto’ da cercare disperatamente dopo averlo in malo modo cacciato da un taxi,  dopo che qualcuno ci avrà detto: “You call yourself a free spirit, a ‘wild thing’, and you’re terrified somebody’s gonna stick you in a cage. Well baby, you’re already in that cage. You built it yourself. And it’s not bounded in the west by Tulip, Texas, or in the east by Somali-land. It’s wherever you go. Because no matter where you run, you just end up running into yourself.”
Ci costruiamo gabbie, forse per non soffrire, forse semplicemente per avere uno spazio limitato da controllare agevolmente. E non è uno spazio fisico: quanta gente viaggia in lungo e in largo ma vive sempre nella stessa gabbia, ripete le stesse cose, rivive se stesso come se fosse all’ennesima replica di uno spettacolo teatrale, riciclando battute ed emozioni?
Io tendo a farlo coi ricordi, adagiandomi sul passato, in una malinconia che ha il pregio di scolorire ogni cosa, rendendo persino il dolore più accettabile, le sconfitte più tollerabili, i silenzi e le rotture quasi romantici.
E mi è impossibile fermarmi: la pioggia mi ricorda Isolde e il parcheggio di un locale della provincia varesotta, vicino ai binari del treno (il treno… altro generatore di malinconia). Io e lei balliamo sulle note di November Rain e le chiedo: ‘Iso, devi dirmi qualcosa?’. Quel qualcosa era semplicemente la certificazione che i nostri amori liceali e adolescenziali finiscono; che le persone cambiano, che l’università ci spinge verso altre esperienze, che lei si vedeva con un altro, ma non voleva dirmelo…
Un paio d’anni più tardi –o forse di più- invece baciai uno dei miei migliori amici. Ricordo ancora la pioggia e il ritorno in auto, affannoso, da Milano verso la remota provincia, coi tergicristalli che raschiavano il vetro rumoreggiando uno ‘screak-screak’ fastidioso ed io che, ancora intriso di insano cattolicesimo, mi dicevo: ‘forse morirò in un incidente, ora… per avere baciato un ragazzo’. Non ci siamo più visti per un paio d’anni, forse tre.
Di nuovo, qualche anno dopo l’incidente, sotto la pioggia, lo feci davvero… In realtà non pioveva nemmeno molto, il fondo era umido, ed io tornavo –ancora una volta- da Milano (questa vita come uno yo-yo dovrebbe essere studiata e analizzata). Finii fuori strada, centrai un palo, nonostante i miei agili sforzi per evitarlo. Non mi feci nulla ma rimasi stordito per qualche ora. Forse quello era un periodo della mia vita in cui, stupidamente, pensavo che non sarebbe stato un male terminare lì il gioco, non andare più avanti. Ci sono abissi dell’anima in cui coviamo pensieri cupi e ci sono momenti nella nostra vita in cui li scoperchiamo. La bravura sta nel richiudere prima che sia troppo tardi.
Non incontrai il biondino in un giorno di pioggia, ma spesso, in questi ultimi due anni, forse per pura casualità, le serate trascorse con lui sono state sere di pioggia, di vento gelido, di nebbiolina leggera e sfilacciata –ma sufficiente a immergere la città in un alone di irrealtà. In un giorno di pioggia, invece, forse ormai sette anni fa, incontrai in un luogo non tanto ameno (un ospedale) un ragazzo che considero, ancora adesso, a distanza di anni e con qualche esperienza in più sulle spalle, il più bello mai incontrato. O meglio, il più bello che mi abbia mai rivolto la parola. A dire il vero, fu sua madre a rivolgermi la parola. Ricordo ancora che dalle finestre di quella stanzetta si poteva vedere la pioggia scrosciare. Io mi girai verso questa donna e vidi gli occhi di lui. Avrà avuto meno di vent’anni… il resto è solo un po’ di storia.
Non c’è niente che la pioggia non possa regalare. Una sorpresa, un incontro, un appuntamento, una delusione, un ricordo. Così trascorri una domenica sera a camminare per una Milano allagata e trattieni il respiro, pensi e ripensi, arrivi fin quasi sotto casa del biondino e ti dici che sì, lui è un mascalzone, non è per niente la persona che sognavi da piccolo, non è affidabile ed è volitivo, ma che bello sarebbe bagnarsi sotto la pioggia con lui! Dirglielo, in uno slancio di irrazionalità, sarebbe perfetto. Ma poi ritorni sui tuoi passi, ti inzuppi i piedi nelle pozzanghere grandi come laghetti di montagna, schivi le masse d’acqua sollevate dai suv che procedono a velocità sostenuta e sei comunque contento. Tu, la pioggia, i mille pensieri di sempre. E l’immutabile sensazione che quel cielo color lamiera, quel grigio stinto delle vecchie ford fiesta, ti riservi ancora delle novità. Una per ogni goccia.

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