The lady is a tramp
aprile 6, 2012 § 6 commenti
Ciò che mi concilia col mondo, durante la settimana, è la serata che passo alla Feltrinelli di piazza Duomo, a sfogliare libri, cercare novità, riscoprire qualche classico e lasciarmi cullare dalle parole di poeti più o meno noti. Dopo una sequela di ore in laboratorio, dopo qualche lezione privata con studenti sempre meno interessati, prendo il treno per Milano (come se non fossi già sazio del viaggio del mattino) e sprofondo nei pensieri.
Ieri sera, ad esempio, facevo mente locale dei romanzi a tematica omosessuale che ho letto nella mia vita e di quelli che imperdonabilmente non ho ancora nemmeno comprato (ad esempio pensavo a Maurice di Forster) e ad un tratto una ragazza mi si para di fronte.
“Scusa, posso farti una domanda?” e si protende verso di me. Al solito ho pensato a qualcuna che mi avrebbe turlupinato per avere dei soldi.
“Mi dica”
“Tu sai come funzionano i treni?”
Ammetto di soffrire di una particolare sindrome che colpisce, generalmente, gli ingegneri e che fa subito associare al termine ‘come’ un progetto, un modello, un’analisi qualitativa e quantitativa della situazione, un rapporto costi-benefici ed uno studio di fattibilità; chiaramente lei voleva solo sapere se fossi più o meno in grado di darle indicazioni sugli orari dei treni e sulle tariffe.
“Come funzionano? In che senso?”
“Ti spiego. Io devo andare a Piacenza”
“E…?” e ancora mi aspettavo mi chiedesse spiccioli raccontandomi la storia strappalacrime di una madre in agonia, di un fratello malato terminale, di una zia cerebrolesa e di alcuni altri parenti rifugiati politici o esuli di guerra.
“Nulla. Devo raggiungere Piacenza perché oggi è il mio primo giorno di lavoro e sono in ritardo!”
“Eh… un ottimo biglietto da visita! Presentarsi in ritardo il primo giorno!” rincaro la dose.
Lei si fa tutta rossa, sorride un po’ e mi chiede di aiutarla. “Scusami, io ti do del tu, ma posso darti del tu?”
Credo mi abbia conquistato con questa frase. Perché era chiaro fosse di origini straniere, perché parlava comunque bene la nostra lingua (a volte diamo per scontato tutto, proprio noi che quando dobbiamo parlare in inglese per due minuti entriamo nel panico e infiliamo strafalcioni di sorta…) e perché dopo avermi dato del tu e avere ricevuto in risposta sempre un ‘lei’, si è posta la questione. Educazione o semplicità?
“Certo. Dammi pure del tu”
I treni per Piacenza partono da Milano Rogoredo e quello successivo sarebbe stato alle 23.
“No, proprio il primo giorno!”
“A che ora avresti dovuto presentarti?”
“Alle 22.30!”
“Uhm… arriverai con un paio d’ore di ritardo… farai gli occhi dolci e ti scuserai, no?”
La mia anima candida l’aveva già posta dietro il bancone di un bar in una discoteca.
“Ma che lavoro devi iniziare?”
“Secondo te? A quest’ora della notte?”
“In una discoteca?”
“Lavoro in un night!”
“Ah!
“Scandalizzato?”
“No, no!” ed è vero. A volte appaio moralista, ma non lo sono affatto. Lavorare in un night, accompagnare clienti, soddisfare voglie di danarosi o di disperati che aspettano il fine settimana per sfogare le proprie voglie, non mi imbarazza, se non imbarazza chi lo fa. Come sempre trovo peggiori coloro che si nascondono dietro il mantello della rispettabilità, della coppia felice -gay o etero che sia- e poi cornificano il compagno o la compagna senza problemi, senza mai porsi alcun dubbio morale.
“Perché poi il mio lavoro è così… bisogna far compagnia agli uomini”
“Eh, già…”
“Ma è la prima volta che lo fai?”
“In questo night sì, ma già fatto altre volte. Se non lo faccio, altrimenti come vivo?”
Il tempo di riflettere sul costo della vita e le squilla il cellulare e dall’altro capo l’interlocutore esordisce con: “Sei una puttana! Una vagabonda puttana! Che ci fai ancora a Varese?”
Lei era dispiaciuta. Mi ha quasi fatto tenerezza. Teneva gli occhi bassi, pur essendo al telefono, in segno di sottomissione mentre chiedeva scusa.
“Sapessi cosa mi ha detto!”
Pensavo che tecnicamente l’interlocutore non avesse usato un termine errato, ma che è l’intenzione con cui si dicono certe parole ad essere crudele.
“E poi sono senza un vestito…”
“Devi avere un vestito di scena, per così dire?”
“Tu ti faresti avvicinare da una ragazza in jeans?”
“Secondo me sembrerebbe più eccitante. Una ragazza qualunque, che pare una cliente, che si avvicina agli uomini per proporre compagnia, sembra più realistica di tanti corpi in esibizione e tutti in ghingheri…”
“Sei gentile. Tu ti faresti avvicinare?”
“Ah, ah… non direi…”
“Ma tu cosa fai questa sera?”
“Sto andando in libreria!”
“Ah, allora non ti stai andando a divertire!”
Ho sorriso. Mi sono immaginato i miei ripetonti che, sapendo che passo le mie serate libere in libreria, direbbero la stessa cosa.
“Comunque io non so proprio come fare… mi perdo. Se perdo il treno, perdo il lavoro…”
“Non hai mai cercato un altro lavoro? Magari qui vicino?”
“Ho lavorato in night a Milano, sì, certo. Ma poi gli uomini si stancano…”
A me certe idee vengono così, senza motivo. Si sa che sono un misantropo, che fatico a parlare con la gente, che ultimamente, la mia consuetudine alla solitudine, mi rende persino faticoso formulare frasi di senso compiuto senza apparire idiota (e forse non è solo la consuetudine alla solitudine, ma non è questo il post per parlare di sè), però ogni tanto esplode quella naturale inclinazione alla vitalità, alla conoscenza degli altri…
“Senti, se vuoi io ti accompagno fino a Rogoredo e aspetto con te il treno, così non stai da sola, ma tu devi farmi il favore di venire una mezz’oretta in libreria con me”
Ha sorriso, di quei sorrisi in cui si stringono gli occhi per la felicità. “Certo! Sei un tesoro magnifico!” e non ricevevo un complimento da anni.
Tecnicamente ieri sono uscito con una donna, che non fosse un’amica, dopo anni. L’incedere trionfale sulla scala di legno della Feltrinelli in Duomo aveva qualcosa di nuziale e divertente al tempo stesso. Lei luminosa e colorata, con un paio di jeans strappati, ed io nel mio solito total black.
“Quella fuori sulla piazza è una chiesa?”
“Il Duomo dici?”
“Duomo?”
“Hai lavorato a Milano e non hai mai visto il Duomo?”
“Eh, ma mi passavano a prendere in stazione con l’auto e mi portavano al night, non a fare un giro turistico!”
Non ha toccato nemmeno un libro. Almeno fino a quando siamo arrivati alla poesia. Ne ha preso uno e ha detto: “La poesia è bella perché è corta. Non ti stanchi…”
“Vero… però i romanzi ti raccontano un mondo sempre nuovo…”
Il viaggio in metropolitana per arrivare a Rogoredo l’ho speso a rassicurarla.
“Sapessi che mi hanno detto! Che sono una puttana. Ma non è colpa mia il ritardo! Era il treno a non essere passato!”
“Spiega bene la situazione, non perdere la pazienza. Ti crederanno. E poi loro hanno bisogno di una brava lavoratrice!”
“Ne hanno bisogno?”
“Certo che sì! Non devi dubitarne mai!”
“E poi non ho nemmeno un vestito… almeno per essere un po’ elegante. Un poco all’inizio.”
“Uhm…”
“Sì, perché tanto poi lavoro nuda…”
“Ah, beh… vorrà dire che rinuncerai a quel po’ di eleganza per andare dritta al sodo…”
“Se mia madre sapesse…”
“Le madri sospettano sempre tutto, ma poi per loro l’importante è che i figli stiano bene e siano sereni.”
“Un giorno voglio sistemarmi e non lavorare più…”
“Mettiti in fila cara!”
Così a Rogoredo abbiamo aspettato il treno per Piacenza delle 23. Solo qualche minuto, il tempo di aprire il mio sacchetto e tirar fuori la copia di Madame Bovary che avevo preso per lei mezz’ora prima.
“Questo è per te. Preferisci la poesia, ma si può sempre leggere un buon romanzo… “
“Oh, grazie! Tu sei un tesoro gentilissimo. Tu sei un angelo buono! Ma dove lo metto?”
“Mettilo nella borsa. È tascabile, ci sta… non avrai un vestito elegante, ma avrai un libro da sfogliare… Sarai l’accompagnatrice intellettuale del night stasera!”
“Una intelligentona!” e si è messa a ridere, con una grazia che mi ha conquistato. Non sguaiatamente, non in quella maniera volgare e un po’ popolare. Quasi aristocratica.
“Grazie ancora di tutto. Dell’aiuto, della compagnia, del libro. Tu dici che mi licenziano?”
“Ma no! Andrai alla grande!”
“Lo dici sicuro?”
“Non può essere diversamente. Ma ora vai che altrimenti si chiudono le porte del treno e ti lasciano qui… e allora è finita!”
“Grazie!”
Avrà ripetuto grazie un numero infinito di volte in tutta la serata. Al momento dell’incontro, quando le ho cercato informazioni sui treni, quando ho deciso di accompagnarla, in libreria, in metro, in stazione. A volte li elargiamo per pura educazione, a volte per tic, a volte ci escono ma senza convinzione. Eppure lei pareva così sincera che mi ha reso più allegra la serata.
Ho ripreso la via del ritorno con leggerezza… e con il mio solito dubbio: ‘ma come aveva detto che si chiamava?’
Condiviso. Che bel racconto. E che bravo
Però, che bella esperienza.
Che bella storia!!! E che bella persona sei!!!
Ovviamente grazie hoshimem. Ne approfitto per ringraziare anche Andrea -che essendo un solitario camminatore della città, potrà incontrare parecchia gente curiosa- e a vitty che trova sempre il modo per dirmi che sono una bella persona. E lo dice proprio perché non mi conosce!
è una storia bellissima.
Ti ringrazio moltissimo