Hysteria
settembre 17, 2011 § Lascia un commento
Credo di averlo scritto più volte. Una delle categorie critiche che si stanno sviluppando e diffondendo a macchia d’olio tra la gente è quella dell’invidia.
Pure chi governa non ne è immune: la critica che nasce dall’invidia è la nuova giustificazione dietro la quale pararsi per poter evitare i confronti e le spiegazioni, per non dover dar conto di nulla a nessuno. Del resto, se uno è invidioso, puoi anche lasciarlo perdere e ignorare ciò che dice.
Ne ha fatto ricorso anche Putin (uno di quelli che vive in uno stato dove la libertà di espressione è ben tutelata…) per difendere il suo grande amico Berlusconi (uno di quelli che vorrebbe sempre mettere a tacere chi non la pensa come lui… per invidia, ovviamente!)
Ogni volta che penso all’invidia penso ad una situazione simile a quella che mi è accaduta anni fa… così da ricordarmi anche come si sviluppa la dialettica dei difensori del premier (anche se chi si scagliò contro di me, credo voti a sinistra e faccia parte di quella bella ala radical-chic che tanto piace, soprattutto nella rete)
Arsenio: Pensi che un amico debba dirti sempre la verità?
Interlocutore: Certo
Arsenio: Mi spiace dovertelo dire ma, secondo me, il tuo ragazzo non è propriamente uno stinco di santo.
Interlocutore: Perché lo dici?
Arsenio: Diciamo che ho avuto notizie, che ho visto un paio di suoi profili, che girano sue foto…
Interlocutore: Non è vero.
Arsenio: Ma guarda… sai… pure io stentavo a crederlo, ma i fatti…
Interlocutore: Non pensavo che fossi così meschino. Dire certe cose perché sei invidioso non è alla tua altezza. Invidi la mia felicità.
Arsenio: No, guarda, forse ho sbagliato a dirtelo. Ma so quanto ci tieni alla sincerità, alla correttezza, anche ad un certo stile di vita. Volevo solo avvisarti.
Interlocutore: Avvisarmi? Spalando fango su chi amo?
Arsenio: Facciamo così. Io mi sono sbagliato, ho detto una cattiveria gratuita. Tu lo ami e io non so nulla.
Interlocutore: E poi sai che a me fa schifo tutto quell’armamentario dei gay da chat… odio i profili, odio le fotografie, mi fanno pena quelli che si fotografano nudi… mai e poi mai potrei avere a che fare con uno così…
Arsenio: Forse parliamo una lingua diversa. Appunto perché so queste cose mi sono permesso di dirtelo, altrimenti me ne sarei stato zitto… sai quante volte son stato zitto!
Interlocutore: E quindi tu hai le sue foto di nudo?
Arsenio: Ora diamo per scontato che ci siano?
Interlocutore: Ma le hai viste o non le hai viste?
Arsenio: Certo che le ho viste! Ma è il minimo quello…
Interlocutore: Che schifo!
Arsenio: Beh, dai, non essere così netto… magari avrà le sue ragioni.. non le capisco, ma…
Interlocutore: No, che schifo tu! Vai su siti porno a cercare foto porno! E pensare che mi dicevi che non eri interessato al porno, che eri una persona tranquilla, che… e io che pure ti credevo!
Arsenio: No, scusami… ma io sono single! Potrò avere il diritto di andare in un sito di profili e annunci gay, se ne ho voglia?
Interlocutore: Non rivolgerti più a me! Stammi lontano… come posso credere ad uno che praticamente gira in quei siti! Foto di nudo, pure!
Arsenio: Non ho ben capito… ora lo schifoso sarei io che ho un profilo casto su un sito gay e non il tuo fidanzato che si procaccia sesso ogni fine settimana che passa lontano da te? -lecito, eh! ma non mi pare che tu sia particolarmente d’accordo, o sbaglio?
Interlocutore: Alla fine dovevo capirlo. Tu sei solo invidioso. Sei uno schifoso frequentatore di siti e poi, siccome non riesci a trovare nessuno, vuoi rovinare la felicità degli altri. Non ti voglio più parlare né vedere.
Su una cosa ha avuto ragione. Che pur frequentando siti, sono rimasto single a lungo. Per il resto, ho dovuto rivedere il senso della parola ‘coppia’ negli ultimi anni. Ma non ne ho ancora trovato uno che riesca a contenere le istanze globali di tutti… Sotto sotto, non possiamo addossare la colpa a certi vecchi politici se hanno le idee confuse sulle coppie gay. Nemmeno i gay sanno bene cosa intendono per coppia gay.
Bridge burning
settembre 15, 2011 § Lascia un commento
Una delle cose che mi sono sentito spesso ripetere negli anni -negli ultimi anni soprattutto, quelli un po’ neri, quelli fatti di nebbia e silenzi, quelli della misantropia e di un certo allontanamento dalle persone- è stata: “hai una scarsa autostima!”
La scarsa autostima pareva spiegare ogni cosa: tu non credevi in te stesso, davi a vedere di non avere fiducia nelle tue capacità e gli altri, di conseguenza, non potevano che fare altrettanto, confermando la tua bassa confidenza in te stesso e dando l’ennesimo colpo al minimo di assertività vitale che ti era rimasta.
Invece, pensandoci, spesso ho avuto una forte stima di me. Una così elevata considerazione delle mie capacità, del mio modo di essere, della mia personalità da credere impossibile che qualcuno potesse decidere di fare a meno di me.
Non parlo di amori -o forse parlo anche di quelli- ma di amicizie, conoscenze, semplici incontri casuali. Ciò che mi lusinga(va) era notare come le persone si affezionassero, come mi facessero notare che ero per loro importante e questo mi convinceva di esserlo davvero. Per tutti, non solo per alcuni.
Le delusioni più forti, i più grandi colpi all’autostima, a quell’egocentrismo che -probabilmente- ho annaffiato con cura per anni fino a farlo diventare grande come un baobab, difficile da estirpare, sono giunte da chi mi ha mostrato, senza troppi problemi, di vivere benissimo senza di me. Quasi che io fossi un impiccio alla sua felicità, alla realizzazione di sè, alla maturazione della sua persona.
Se non avessi avuto tanta fiducia in me, non avrei sofferto per quell’amico che ormai non frequento da anni, dopo una incomprensione nata proprio da pagine scritte come queste, in un blog. Non avrei sofferto per il suo allontanamento e non avrei vissuto quella specie di umiliazione che si prova quando si vede che lontano da te appare più felice, più sereno, anzi, persino realizzato. Che solo con te, in realtà, si annoiava. Con gli altri no.
Se non avessi avuto tanta fiducia in me, non avrei mostrato la mia boria con una delle persone migliori mai conosciute, confidando nel fatto che, tempo qualche mese, sarebbe tornata da me, dicendomi di avere sbagliato a fare la scelta che ha fatto. Mi stupisce vedere che, anni dopo, ormai quasi dieci, è ancora felicemente fidanzata con la stessa persona.
Se…
Se non fossi sempre così idiota, probabilmente imparerei ad accettare che le persone vanno e vengono, alcune si fermano accanto a te, altre nemmeno si accorgono della tua esistenza.
Poi, però, ci sono quelle che ti sfiorano soltanto ed è sufficiente quell’impercettibile gesto per risvegliare un senso sopito, forse sepolto. Ed è struggente ripensare a quell’istante in cui ti sei sentito vivo, in cui qualcuno, che poi ha scelto di essere un signor nessuno, ti ha fatto scoprire un piacere sommerso. È struggente perché poi pensi di avere perduto un’occasione, di non avere colto l’opportunità, di esserti aggirato nel mondo con l’aria del fantasma che, così pieno di sè, non ha mai capito quanto invece siano importanti gli altri. O alcuni altri. O un altro soltanto.
Quando lo capisci, ti fermi, spossato. Pensi agli errori commessi. Pensi che avresti potuto coltivare delle amicizie ed invece sei, nuovamente, spettatore di vite altrui, come dietro ad un vetro.
È come attendere su un ponte, guardando la corrente del fiume. Il movimento vitale dell’acqua e tu, fermo, immobile, ferito nella tua autostima. Ad aspettare qualcuno che non verrà. Ora, come anni fa.
Le scorte di baci
marzo 8, 2011 § 4 commenti
A volte mi rendo conto di essere cambiato. Capita per caso, come domenica pomeriggio, avvolto in una sensazione diffusa di benessere.
Una decina d’anni fa, ad esempio, mi sarei fermato lì, sul più bello per pensare: ‘Ma questo sarà davvero peccato?’. Le madri, i padri, le nonne, i parenti tutti non si rendono conto di quanto un certo indottrinamento possa turbare in profondità i loro figli. Di quanto anni di pio bigottismo inducano ognuno ad essere carnefice di se stesso, mettendo alla berlina ogni desiderio –che potrebbe essere peccato- ed autoinfliggendosi il soffocamento del piacere.
Una decina d’anni fa, forse anche meno, avrei guardato chi mi stava di fronte, gli avrei scrutato l’espressione serena ed un po’ voluttuosa, il protendersi del viso verso di me, la testa un po’ reclinata sul cuscino e la richiesta di baci che pareva di sentire esigente da ogni muscolo di quel corpo stretto tra le braccia e mi sarei detto: ‘Ma come può essere una colpa? Come potrei considerarlo qualcosa di così turpe da dovermi confessare?’. E sarei rimasto lì, un po’ dubbioso, un po’ teso, un po’ perplesso e un po’ amareggiato, incapace di godermi il momento.
Mi sarei fatto travolgere dal gioco mentale di una confessione da fare ad un prete immaginario, cercando di dirgli che ‘padre, lei l’avrebbe dovuto vedere. Così bello, così dolce. E non era male perché lui lo desiderava quanto me, perché siamo stati bene, perché in quel momento io volevo solo regalargli tutto il piacere possibile e lui a me. Mi scusi, ma dove starebbe il peccato? In quegli schizzi di sperma andati forse fuori bersaglio? Nel fatto che né io né lui potremo far figli da portare sull’altare della fede come agnelli sacrificali per il perpetuarsi di questa tradizione un po’ oscurantista? Eh, no, padre! Non mi dia del miscredente! Come dovrei definirla? Religione? Fede? No, mio caro, io direi che nella migliore delle ipotesi fate della psicologia d’accatto a basso prezzo…’
Sì, avrei baciato la persona di fronte a me, pensando a tutto quel che avrei detto in una immaginaria confessione. Che poi, ammettiamolo: questa pratica della confessione è soltanto ridicola e legata all’idea di poter manipolare gli altri, puntando sui loro punti deboli. Sono cose da setta segreta, da Scientology, da satanisti. Solo che sono fatte su più larga scala: una forma di schedatura planetaria ad uso e consumo delle gerarchie.
In realtà, una volta mi sono anche confessato. Dieci anni di omosessualità ed una confessione, un po’ tardiva, nella primavera del 2004. Il prete mi guardava scandalizzato, non sapeva da che parte parare, però poi concluse con: “Non so cosa dirle. Perché a guardarla, a me pare che lei abbia lo sguardo sereno”.
Lo sguardo sereno è diventato, a mio avviso, il termometro dello stato d’animo. Probabilmente si attendeva un assatanato con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca alla ricerca del sesso sfrenato. Io ero semplicemente sereno perché pensavo di avere vissuto felicemente una fase della mia vita.
A volte mi rendo conto di essere cambiato per via di questi piccoli ragionamenti che mi rimbalzano nella testa. Sabato sera ho conosciuto un ragazzo, uno di quei ventenni che ancora mi possono trovare interessante (è emblematico come invece sia sempre poco interessante per i miei coetanei, così risolti e precisi, desiderosi di vita comoda, gente senza problemi, buoni professionisti da impalmare). Ci siamo parlati per un paio d’ore e non l’ho mai trovato noioso. Ci siamo ritrovati sul suo letto a baciarci. E –sì, sono pessimo, tengo sempre gli occhi aperti- mentre lo baciavo lo guardavo e mi piaceva quella sua espressione dolce, l’occhio chiuso e l’aria serena, la testa reclinata e il pomo d’Adamo che sembrava chiedesse solo di essere mordicchiato. E lo baciavo, e mi baciava, e ci baciavamo in uno di quegli scambi di baci che mi dannano l’anima da quanto sono belli e riempiono i miei pensieri anche nei giorni successivi, rendendomi euforico, allegro, gentile, sereno… così piacevolmente felice da fermarmi pure a far quattro chiacchiere coi vagabondi senzatetto che ultimamente riempiono il McDonald’s di piazza Oberdan.
Sarei sciocco a dire che non amo i baci. Di più. Rinuncerei a tutto ma non ai baci, e il mio biondino è sempre stato così stitico di baci in questi ultimi quasi tre anni… anche l’ultima volta che ci siamo visti, un paio di settimane fa. Così trattenuto, così preso da se stesso, così immerso in quel profumo nauseabondo da non riuscire a prenderti la testa tra le mani e stordirti con un bacio profondo, la lingua che esplora, le bocche umide e i nasi che si sfregano e quelle labbra da mordere…
Per questo penso che non sia male. Perché se esiste un aldilà, ed esiste un Paradiso così come ce lo dipingono, quello è un Paradiso dei baci, uno di quei posti dove incontri le tre o quattro persone che hai baciato più a lungo nella tua vita (o quelle che ti hanno baciato con maggiore trasporto, quelle che parevano felici, quelle che ti hanno tolto ogni pensiero, lasciandoti sospeso in un oblio senza problemi) e rimani con loro in eterno, in un moto perpetuo di baci dati, rubati, ricevuti, voluti, bramati, presi, ripresi, stampati, profondi e felici, sorridenti, avidi, soffocanti e sospirati… con le mani che si sfiorano, si prendono, si tengono, si stringono e poi esplorano corpi che conosci perfettamente e che hai amato, foss’anche solo per una sera.
Ci ho pensato domenica, accompagnando Mutter a messa (perché siamo pur sempre bravi ragazzi che assecondano le vecchie madri). Respiravo ancora il profumo del sudore del ventenne della sera prima, quell’accenno maschile sotto le ascelle e mi sono detto: “Ma ti rendi conto che anni fa ti saresti domandato se fosse peccato o meno?”
Non so come sia avvenuto, ma è avvenuto. Si cambia: forse perché ci si abitua, forse perché la conoscenza apre la mente, forse semplicemente perché ci si emancipa dai luoghi comuni o da una educazione rigidamente legata ai ‘valori’ che sono ‘disvalori’, soprattutto quando insegnano che ci sono persone più uguali di altre, per via dell’appartenenza ad una fede. E che costoro possono puntare il dito contro altri, contro chi non si adegua, contro chi vive ‘diversamente’. Il ‘diverso’ visto come un difetto e non come un vantaggio. La diversità, invece, è alla base per l’evoluzione e lo sviluppo. E rivendico di essere ‘diverso’.
E lo dovrebbero rivendicare anche le donne, oggi, anziché lottare per conformarsi. Sono diverse ed in quanto tali possono affermarsi.
E dovrebbero pure lottare per avere anche loro una buona scorta di baci, ché questi uomini un po’ distratti pensano di cavarsela con un mazzettino stitico di mimose.
Buon anniversario
febbraio 6, 2011 § 2 commenti
Stanotte ci pensavo. I miei genitori arrivano a 46 anni di matrimonio (aggiungiamocene alcuno di fidanzamento e siamo ai cinquanta assicurati). Quarantasei è un numero strano, ma è multiplo di quel 23 che mi ha sempre affascinato (per essere triviali, il trittico 23-46-69 fa di un uomo, un uomo perfetto). Ma non è il numero che conta in sé –quarantacinque, quarantasei, che cambierebbe?- ma la sostanza.
Non sono mai stato un sostenitore dell’istituzione matrimoniale: mi viene l’orticaria ogni volta che viene brandita come una clava da qualche politico pseudo-illuminato da un cattolicesimo oltranzista o da chi, più laicamente, ripete che il matrimonio è unico, fondato sull’unione di un uomo e una donna e nulla più.
Sono però un sostenitore accanito della monogamia e della fedeltà –per quanto ultimamente se ne senta parlare male, e si dica che sia una condizione innaturale o giù di lì- e non sono di quei gay che pensano che esserlo significhi essere ‘trasgressivi’, qualsiasi cosa voglia intendere questa parola.
Provo ribrezzo quando un uomo di settant’anni si intrattiene con ventenni, o forse meno, pagandole, perché non è riuscito ad accettare il naturale corso degli eventi, l’età che avanza, la stagione della vita che declina.
Rimango interdetto di fronte alle coppie felici –di facciata- in cui però ognuno si intrattiene con altri, quasi si vivesse in un letto allargato, o sul set di Sex and the city (ha sdoganato davvero un certo modo di vivere quel telefilm, oppure ha dato origini a tristi cloni dell’idea di mutuo-insieme-e-il-resto-con-chi-ci-pare?). Immagino sia difficile provare sempre attrazione per quella persona, magari vederla modificarsi negli anni e perdere i connotati –anche fisici- di quella che era in passato. È difficile continuare a scegliere ogni giorno di volerle stare vicino, anche quando ci pare isterica, con scatti d’ira, incomprensibile, o semplicemente chiusa nei suoi silenzi.
È difficile accettare che cambino i suoi gusti e magari non siano più uguali ai nostri, che cambino le idee e i principi, o che quel sognatore idealista che si era conosciuto a vent’anni si sia trasformato in un cinico ragiunat di quart’ordine.
Per questo ci si separa. Ci si allontana, ci si divide. Perché stare insieme presuppone il giusto equilibrio di tutto: l’entusiasmo quotidiano per chi ci sta vicino, la voglia di raccontare e parlare, il desiderio di rotolarsi nel letto e fare l’amore in continuazione, sempre e solo con lui/lei, perché gli altri sono solo un contorno, uno stimolo, potrebbero pure essere l’origine di mille fantasie, ma poi… ma poi se ti devi abbandonare a qualcuno, se devi vivere con una persona, se vuoi realizzarle quelle fantasie! pensi sempre e solo a lui/lei.
Qualcuno dirà: facile! Una volta non era come adesso. Una volta c’erano le pressioni sociali, c’era la religione (c’è anche ora, ma ci si può benissimo emancipare senza subire troppe restrizioni sociali). Una volta c’erano i figli a far da collante e mille altri motivi. Una volta le donne erano sottomesse. Una volta…
Io credo che non sia facile. Mi guardo intorno e vedo mio fratello che veleggia verso i vent’anni di matrimonio (l’anno prossimo) e mia sorella verso i quindici (sempre l’anno prossimo). Vedo i miei a quarantasei anni e poi guardo me. Uno che negli ultimi dieci anni non ha nemmeno provato a iniziare una storia sentimentale. Uno che, quando gli va bene, riesce ad arrivare al secondo appuntamento. Uno che ‘sì, sei simpatico ma non sei il tipo giusto per me’, ‘sì, sei buono, ma cerco altro’, ‘sì, però tu non sei emozionante’, ‘però tu non sei…’, ecco uno che non è mai abbastanza. O uno per il quale gli altri non sono mai abbastanza. Uno che non retrocederebbe di un millimetro dai suoi principi. Uno che non fa sconti. Uno che se deve essere stronzo lo è e non si morde la lingua. Uno che, forse, è inadatto all’amore.
Facile? Non so. Io le vedo le coppie di amici intorno a me: quelle felici, quelle entusiaste per i figli, quelle che si annientano l’una per l’altra, quelle che mostrano allegria e poi si tradiscono. Io li vedo gli arrivisti, quelli del mutuo a tutti i costi, quelli che poi li troveresti a cercare prostitute sulle strade provinciali, quelli che –grazie ad internet- non devono nemmeno sprecare troppa benzina per cercare compagnia.
Non so quale sia il loro segreto, ma Mutter e Vater non sono così. Forse non sono la coppia più bella del mondo; forse sono solo due anziani coi quali –per mille motivi- ho la fatalità di vivere (da bamboccione, lo so. So bene che anche questo è un grande freno alla mia vita sociale); forse sono simpatici caratteristi che battibeccano tra loro ogni giorno per dare vita ad una situation comedy a mio uso e consumo. Però sono sempre lì. A volte penso che sia per abitudine: dopo dieci anni con qualcuno, cambieresti? Alla fine gli vuoi bene, come gliene vorresti a un animale domestico, anche se è la persona più farabutta di questo mondo. Ma probabilmente non è nemmeno questo. Si sono scelti e sono andati avanti, in mezzo a tutto, nella buona e nella cattiva sorte.
Come ha detto Vater: “Quarantasei anni, allora? Nel bene e nel male, eh? Più nel male, forse…”
Mutter ha chiosato: “Si vede che ci doveva toccare così”.
La differenza sta nel fatto che io avrei iniziato a recriminare su tutto. Sono proprio unfit to love. (e pretenderei una copertina dell’Economist a proposito).
L’amore vettoriale
gennaio 23, 2011 § 3 commenti
Ci pensavo ieri, aggirandomi –come da qualche anno succede con più frequenza- per i corridoi di un ospedale della zona. Pensavo alla domanda che mi fece uno studente universitario al quale davo ripetizioni di fisica, molti anni fa: “Ma di queste freccine, quante ne devo mettere?”. Ogni volta che mi torna alla mente la sua faccia compunta nel porre la domanda sui vettori, sbotto a ridere, perché immagino la mia aria ebete incapace di nascondere un “oddio, questo tizio tra qualche anno si laureerà…” che rappresenta la mia più grande critica alla riforma del 3+2, più un sistema di buoni sconto, che non una riorganizzazione dell’istruzione al livello più elevato.
Pensavo ai vettori –sì, forse sono malato- e mi sono detto: “In fin dei conti anche Cupido lanciava frecce!”
Guardavo curioso nelle stanze dei malati nell’ora di visita, e pensavo che i nostri affetti sono rappresentabili come vettori. Non solo intensità, ma anche direzione e verso. Intorno ai letti si affannano parenti, amici o familiari, tutti protesi verso il malato, con lo sguardo rivolto alle sue espressioni di dolore e alle flebo attaccate al suo braccio, come se quelle cannule li ipnotizzassero e dirigessero verso un unico punto ogni moto e ogni sguardo: in un’unica direzione, che è poi quella dell’auspicio della guarigione. E pure quando, al termine delle visite, tutti se ne vanno, lasciando il proprio caro da solo, quell’allontanarsi avviene sempre nella stessa direzione, ma semplicemente con verso opposto. Rimane la speranza della guarigione e l’attesa di potersi riabbracciare, invertendo di nuovo il moto.
Esistono diverse forme d’amore: quella familiare, tra amici, passionale; ma l’amore è una grandezza vettoriale.
Ci sono amori fortissimi per intensità, eppure distruttivi e incompiuti, perché non basta il ‘quanto’, non sono sufficienti i proclami, le arrabbiature e le gelosie, le scene isteriche e i dolori provati –pur veri, ci mancherebbe! Gli amori hanno bisogno di una direzione comune, un obiettivo, un fine, forse semplicemente una progettualità. Un obiettivo che appartiene più alla metafisica che alla realtà, tanto da poter persino definire ‘amore’ quello per una divinità a noi estranea. E poi c’è un verso. Come se si dovesse percorrere una linea ferroviaria: la direzione è la stessa, ma vi sono due capilinea O come per i fisici: trovare l’essenza delle cose. C’è chi lo fa muovendo il proprio sguardo verso l’infinitamente piccolo e chi verso l’infinitamente grande. Eppure la direzione è la medesima, ma forse mi confondo. Questa non è forse l’amicizia, dove due rette parallele si guardano da lontano e non si toccano? E se coincidessero, allora sarebbe narcisismo, amore per se stessi, incapacità di guardare il mondo con uno sguardo diverso dal proprio… E a vederli, certi amori, sembrerebbero proprio così! Addirittura sono quelli che paiono più preziosi, più rari, capaci di suscitare invidia. Ma a guardarli bene non sono altro che due individualismi che si incastrano. Più una questione di agende sincronizzate che altro. Eppure appaiono felici.
E allora mi domando perché io continui ad incaponirmi nella ricerca di amori che vadano in un altrove che io nemmeno ho mai considerato, lasciandomi trascinare dalla curiosità per direzioni che sono differenti dalla mia. Perché io, come altri, tenda a buttarmi a capofitto in quelle storie che presentano sempre qualche ostacolo che mi allontana dall’amato; storie in cui le direzioni sono incidenti ma poi divergono e allora l’incontro genera qualcosa che è un misto di sentimento e risentimento, di dubbi e paure, di ansie e gioie e va altrove, a mezza strada tra la mia meta e quella dell’altro, in un equilibrio temporaneo che può andare bene, ma che forse mi lascia – e ci lascia insoddisfatti.
Nel mio delirio, ho pensato che il prodotto dell’amore è scalare. È sentimento puro che perde i connotati originari. È quel che ci capita di cogliere quando vediamo una coppia perfetta. Pare che risplenda di una felicità capace di avvolgerci, di trascinarci a lei. Il prodotto scalare d’amore è la sostanza dell’equilibrio: tu che ti adagi su di lui, guardando nella sua direzione e lui che si adagia su di te, volgendo lo sguardo nella tua. E non c’è differenza nell’uno o nell’altro caso, come per una magia. È il mistero di unioni sulle quali non punteresti un centesimo e che invece funzionano perché non ci si è limitati a sommare due entità, per darne vita ad una terza che dispiace ad entrambi, ma si è rispettata la natura di ognuno.
Ma per me risultano incomprensibili quegli affetti –ne parlavo col mio amico Liutprando qualche sera fa al telefono- che viaggiano su direzioni parallele e versi opposti. Ci si incontra e ci si allontana, magari per una incomprensione. E da allora sarà tutto un evitarsi, in un gioco sfibrante di vai-e-vieni che è qualcosa di più di un semplice ignorarsi. Due persone si ignorano quando non si ricordano l’una dell’esistenza dell’altra. Due persone che schizzano in direzioni opposte ogni volta che si incrociano casualmente, non si stanno ignorando. Stanno portando avanti un gioco a scacchi sfibrante, tanto più perché continuano a muoversi nella stessa direzione: perché non ci si può opporre alla natura delle cose e di se stessi, per quanto lo si voglia negare. Il prodotto scalare di questo disamore è massimo. Basterebbe soltanto voltarsi, guardarsi nuovamente in faccia per un istante e accorgersi che quell’odio che ci intestardiamo a costruire, in realtà, è il sonno di quell’incontro di sguardi che ci aveva fatto innamorare.
Forse… non so. Non so mai niente sull’amore.
[Def Leppard - When love and hate collide]
Sicuro precariato
novembre 14, 2010 § Lascia un commento
Paola l’ho conosciuta in una sera dell’estate appena trascorsa. Me la sono ritrovata seduta accanto durante un aperitivo ed abbiamo iniziato a parlare. All’inizio pensavo fosse molto più giovane di me; con quell’aria da ragazzina entusiasta non le avrei dato trent’anni. Invece –e so che è poco elegante svelare l’età delle signore, ma in questo caso è emblematico- ne ha una decina di più. Una splendida quarantenne, colta e raffinata. Mi ha parlato di Truman Capote –il suo autore preferito- e del suo lavoro. Mi ha affascinato perché ha lasciato una carriera accademica quasi tracciata e definita, visto il successo negli studi scientifici, per coltivare la sua passione per il giornalismo. Ne parlava con naturalezza: ci ha provato, ha visto che era brava e ha proseguito. Un lavoro nel più autorevole quotidiano italiano non è roba da poco a confronto con anni di precariato nel mondo accademico, nell’attesa che qualche pezzo grosso ci lasci le penne o che qualcuno si accorga di te. Meglio, molto meglio il dinamismo dell’attività giornalistica.
Da ieri Paola porta avanti uno sciopero della fame (all’inizio anche della sete, per ora sospeso, fortunatamente) perché vuole attirare l’attenzione sulla situazione dei precari. Precari come lei che lavorano per sette anni in una redazione e vedono assumere il giovane di turno, bravo per carità, nessuno sindaca su questo, ma senza una logica premiante per chi quello stesso lavoro lo fa da anni, e pur bene.
Precari come i ricercatori che si fanno sentire in Italia e pare, d’improvviso, che la gente si accorga della loro esistenza solo perché bloccano le strade o impediscono –facendo venire meno il loro lavoro, non pagato- il corretto svolgersi dell’anno accademico.
Precari come una massa di trenta-quarantenni che si sono trovati a dover fare i conti con una legge che è stata ingentilita col nome di un giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse ma che meriterebbe un ricordo migliore di quello di una accozzaglia di norme slegate, senza un filo logico, incapaci di fornire diritti a chi lavora.
Una massa di trenta-quarantenni che non sono mai abbastanza ‘vecchi’ per poter accedere al mondo del lavoro con le dinamiche che hanno permesso a chi è più anziano di loro di arrivare a sedere nelle stanze dei bottoni; anziani che una volta sedutisi nella cabina di comando, si permettono di pontificare su precarietà e giovani bamboccioni che non amano il rischio e vogliono tutto pronto, stando però bene attenti, mentre dicono queste fesserie, a tenersi aggrappati alla loro poltrona.
Trenta-quarantenni che sono però troppo vecchi rispetto alle nuove leve di venticinquenni entusiasti che, usciti dall’università, si gettano nel mondo del lavoro. Per loro ci sono stage non retribuiti ed orari di lavoro assurdi, tanto non hanno una famiglia da costruire e poche recriminazioni da fare. È la gavetta! Carne giovane da sfruttare e spremere finché non sarà già troppo vecchia, superati i trent’anni. Oppure giovani privilegiati –i soliti che siedono nei consigli di amministrazione o che saltano la fila- che non ottengono qualcosa per merito personale ma per la solita triste –e non solo italica- raccomandazione.
Quando sento i politici parlare di ‘giovani’ mi domando a quali giovani si riferiscano. E d’altra parte, quando parlano coloro che intendono svecchiare la classe dirigente, un po’ tremo. Perché in questa gerontocrazia elefantiaca, gli anziani sono tutelati oltre misura, e quando saranno rottamati potranno contare su garanzie e tutele che si sono costruiti anche a spese nostre, e i giovani che arriveranno al potere –se mai ne avranno la forza- penseranno per sé. Ma a chi ha fatto da cavia a questo mondo precario, a chi la legge Biagi la conosce sulla propria pelle, a chi sta lavorando in condizioni critiche e pietose per una pensione calcolata intorno ai 400-500 euro, qualcuno penserà davvero?
O dovremo rassegnarci, come il mio amico Liutprando, a sentirci dire di essere già vecchi a 32 anni e che un laureato con lode –come è lui- non è difficile da trovare tra i più giovani? Che senso ha parlare di formazione permanente se poi sono solo l’età e le giuste conoscenze i veri vincoli per vivere in questo mercato del lavoro falsato?
Si dirà: quanti piagnistei! Ci si tiri su le maniche e ci si lanci in qualche impresa, magari smettendola di rincorrere posti da intellettuale.
Penso al mio amico Antonio, doppia laurea con lode, che non rincorre il posto fisso e decide di mettersi in proprio e aprire un negozio. Ma se non hai qualcuno che ti copre le spalle economicamente, sei esposto ad ogni rischio, anche al più piccolo. Qualcuno che non ti paga per un lavoro fatto, un ritardo nelle consegne, una commessa perduta. E si chiude. Ed ora anche lui è troppo titolato per un lavoro ‘normale’ e troppo vecchio per ricominciare. Paradosso dei paradossi: chi ci dice che siamo troppo vecchi spesso sono neolaureati, assunti per fare selezione del personale, incapaci di distinguere e comprendere –come è avvenuto in un paio di miei colloqui- i vari processi produttivi dell’azienda per cui selezionano. Quale fiducia si può avere se chi ha la possibilità di determinare il tuo futuro lavorativo o è troppo vecchio e ancorato ad un mondo che non c’è più, o è semplicemente troppo giovane e tranchant nei giudizi, dati con faciloneria, anche se ignora la maggior parte delle conoscenze che dovrebbe utilizzare per formarsi una opinione?
Perché non si parla di chi sta in mezzo al guado e trascorre le sue giornate tra il letto ed il luogo di lavoro, magari non trovando il tempo per nient’altro? Che senso ha fare sacrifici, accettare situazioni anche problematiche per risolverle col proprio lavoro, se poi tutto questo non porta ad alcun riconoscimento?
Si torna sempre da capo: in questo paese non importa il merito, la buona volontà, la capacità. Sì, certo, a volte queste emergono ma, siamo onesti, emergono con facilità solo le genialità –e pure quelle devono fare i conti con l’invidia- ma quanti di noi sono geni? Nel grande mare della medietà, la sopravvivenza è legata ancora alla raccomandazione, alle conoscenze, all’adulazione, alla sottomissione. L’ascensore sociale è guasto; ed ogni tentativo di introdurre la meritocrazia nei vari ambienti si scontra con lo stato delle cose, con chi detiene il potere e vuole poterlo controllare il più a lungo possibile, sentendosi il dominus delle vite altrui. Ogni tentativo di alzare la testa e protestare è ancora più svilito dal gioco del ‘ma cercati un altro posto no?’ da quel rincorrersi di affermazioni qualunquiste che vanno dal ‘nessuno obbliga il tuo datore di lavoro ad assumerti’, fino al poco dignitoso ‘se hanno preso un altro, significa che è più bravo’, passando per il sempreverde ‘io mi sono tirato su le maniche e guarda dove sono ora!’. Nella maggior parte dei casi chi afferma queste cose, ora si trova dov’è perché ha una famiglia benestante alle spalle, perché ha un buon giro di conoscenze, perché qualcuno ha fatto il suo nome al momento opportuno alla persona giusta… e via dicendo.
La protesta di Paola, in questi giorni, non è solo la sua protesta, ma quella di tanti precari –la scuola, l’università, gli stagisti nel mondo della comunicazione, i giornalisti, i lavoratori nei call center, gli operai e chi più ne ha più ne metta- che vivono ogni giorno in un mondo non meritocratico, che vedono tradite tutte le speranze e le ambizioni, che vedono crollare il castello della retorica del lavoro che sin da piccoli ci hanno spinto a costruire. Un castello di retorica che afferma che il lavoro viene premiato, che l’impegno viene riconosciuto, che la bravura e l’intelligenza comprese e valorizzate. Balle!
Paola protesta per l’ennesimo tradimento della nostra costituzione e lo fa anche per molti di noi trenta-quarantenni che l’illusione e la speranza che le cose cambino, forse, non ce l’abbiamo più.
Kiss the rain
novembre 1, 2010 § Lascia un commento
Quando ero piccolo, nelle giornate di pioggia intensa, affacciandosi al balcone di casa –quella in cui non abitiamo più da venticinque anni- si potevano vedere le strade trasformate in un fiume marroncino, un misto di fanghiglia e sporco, di terra bagnata e forse di liquami. A me piaceva l’odore intenso, qualcosa che ricordava il mare in tempesta, l’odore di pesce e salsedine, misto alla ruggine e alla terra. E così Mutter mi bardava come un’eroe d’altri tempi con un impermeabile di plastica rigida che faceva cik-ciak-cik-ciak ad ogni movimento e con un ombrellino di plastica trasparente che non era propriamente maschile ma che avevo ereditato da mia sorella (gli anni settanta ed ottanta: il trionfo della plastica!). A completare l’opera, un tocco di classe la davano degli stivaletti simil-pescatore della stessa tinta dell’impermeabile. Blu elettrico. Non ero certamente un bambino che potesse passare inosservato.
Mi piaceva guadare quel fiume di ‘sporco’ come lo definiva sbrigativamente Mutter, e smaniavo per percorrere non più di cinquanta metri per giungere dal panettiere, quel centinaio per arrivare all’edicola che un tempo era nella via stretta-tutta-curve che portava al cimitero e poi tornare indietro, passando a volte dalla posta, altre volte in merceria. Pareva un’avventura, ed io ero il ‘cavaliere blu’(Der Blaue Reiter, chi l’avrebbe mai pensato allora?), trascinato da Mutter che, magia della maternità, riusciva a superare la corrente sembrando sempre perfetta (quella capacità degli adulti o delle persone ‘di rango’ di risultare sempre a posto, anche dopo un cataclisma, capacità che io non ho mai appreso, tanto da apparire sempre un transfuga, un rifugiato, un esule…)
Quando la mattina mi affaccio alla finestra e vedo pioggia, ritorno indietro di quasi trent’anni e, bizzarre connessioni della memoria, riesco a percepire la fragranza del pane appena sfornato. Poi penso al biondino –esponente di spicco della razza mal nata dei seduttori seriali- e alla definizione che mi ha dato già un paio di volte: “Sei l’uomo della pioggia”. E non credo si riferisca ad una qualche forma di autismo che mi affligge, ma al fatto che mi presenti a casa sua per lo più quando piove, forse spinto dal romanticismo del momento.
Perché, lo ammetto, la pioggia è romantica. C’è sempre un acquazzone in ogni film d’amore che si rispetti; una corsa sotto la pioggia per fermare l’amata o l’amato; un bacio tra i goccioloni e in mezzo alla folla; ombrelli prestati e passeggiate a braccetto per le strade di Manhattan (piove sempre a Manhattan, almeno nei film); o essere improvvisamente sorpresi da un rovescio a Central Park. O ci sarà sempre un ‘Gatto’ da cercare disperatamente dopo averlo in malo modo cacciato da un taxi, dopo che qualcuno ci avrà detto: “You call yourself a free spirit, a ‘wild thing’, and you’re terrified somebody’s gonna stick you in a cage. Well baby, you’re already in that cage. You built it yourself. And it’s not bounded in the west by Tulip, Texas, or in the east by Somali-land. It’s wherever you go. Because no matter where you run, you just end up running into yourself.”
Ci costruiamo gabbie, forse per non soffrire, forse semplicemente per avere uno spazio limitato da controllare agevolmente. E non è uno spazio fisico: quanta gente viaggia in lungo e in largo ma vive sempre nella stessa gabbia, ripete le stesse cose, rivive se stesso come se fosse all’ennesima replica di uno spettacolo teatrale, riciclando battute ed emozioni?
Io tendo a farlo coi ricordi, adagiandomi sul passato, in una malinconia che ha il pregio di scolorire ogni cosa, rendendo persino il dolore più accettabile, le sconfitte più tollerabili, i silenzi e le rotture quasi romantici.
E mi è impossibile fermarmi: la pioggia mi ricorda Isolde e il parcheggio di un locale della provincia varesotta, vicino ai binari del treno (il treno… altro generatore di malinconia). Io e lei balliamo sulle note di November Rain e le chiedo: ‘Iso, devi dirmi qualcosa?’. Quel qualcosa era semplicemente la certificazione che i nostri amori liceali e adolescenziali finiscono; che le persone cambiano, che l’università ci spinge verso altre esperienze, che lei si vedeva con un altro, ma non voleva dirmelo…
Un paio d’anni più tardi –o forse di più- invece baciai uno dei miei migliori amici. Ricordo ancora la pioggia e il ritorno in auto, affannoso, da Milano verso la remota provincia, coi tergicristalli che raschiavano il vetro rumoreggiando uno ‘screak-screak’ fastidioso ed io che, ancora intriso di insano cattolicesimo, mi dicevo: ‘forse morirò in un incidente, ora… per avere baciato un ragazzo’. Non ci siamo più visti per un paio d’anni, forse tre.
Di nuovo, qualche anno dopo l’incidente, sotto la pioggia, lo feci davvero… In realtà non pioveva nemmeno molto, il fondo era umido, ed io tornavo –ancora una volta- da Milano (questa vita come uno yo-yo dovrebbe essere studiata e analizzata). Finii fuori strada, centrai un palo, nonostante i miei agili sforzi per evitarlo. Non mi feci nulla ma rimasi stordito per qualche ora. Forse quello era un periodo della mia vita in cui, stupidamente, pensavo che non sarebbe stato un male terminare lì il gioco, non andare più avanti. Ci sono abissi dell’anima in cui coviamo pensieri cupi e ci sono momenti nella nostra vita in cui li scoperchiamo. La bravura sta nel richiudere prima che sia troppo tardi.
Non incontrai il biondino in un giorno di pioggia, ma spesso, in questi ultimi due anni, forse per pura casualità, le serate trascorse con lui sono state sere di pioggia, di vento gelido, di nebbiolina leggera e sfilacciata –ma sufficiente a immergere la città in un alone di irrealtà. In un giorno di pioggia, invece, forse ormai sette anni fa, incontrai in un luogo non tanto ameno (un ospedale) un ragazzo che considero, ancora adesso, a distanza di anni e con qualche esperienza in più sulle spalle, il più bello mai incontrato. O meglio, il più bello che mi abbia mai rivolto la parola. A dire il vero, fu sua madre a rivolgermi la parola. Ricordo ancora che dalle finestre di quella stanzetta si poteva vedere la pioggia scrosciare. Io mi girai verso questa donna e vidi gli occhi di lui. Avrà avuto meno di vent’anni… il resto è solo un po’ di storia.
Non c’è niente che la pioggia non possa regalare. Una sorpresa, un incontro, un appuntamento, una delusione, un ricordo. Così trascorri una domenica sera a camminare per una Milano allagata e trattieni il respiro, pensi e ripensi, arrivi fin quasi sotto casa del biondino e ti dici che sì, lui è un mascalzone, non è per niente la persona che sognavi da piccolo, non è affidabile ed è volitivo, ma che bello sarebbe bagnarsi sotto la pioggia con lui! Dirglielo, in uno slancio di irrazionalità, sarebbe perfetto. Ma poi ritorni sui tuoi passi, ti inzuppi i piedi nelle pozzanghere grandi come laghetti di montagna, schivi le masse d’acqua sollevate dai suv che procedono a velocità sostenuta e sei comunque contento. Tu, la pioggia, i mille pensieri di sempre. E l’immutabile sensazione che quel cielo color lamiera, quel grigio stinto delle vecchie ford fiesta, ti riservi ancora delle novità. Una per ogni goccia.
Feeling good
ottobre 11, 2010 § 6 commenti
Non ricordo bene l’anno né il motivo, ma successe che un mese di dicembre di tempo fa, il mio amico Errico, si impose qualcosa di simile ad una serie di fioretti: ogni giorno del mese scegliere di fare una cosa mai fatta, di dire a qualcuno ciò che non si era mai detto, di riallacciare rapporti con gente sparita. Insomma, vivere l’attesa del Natale con curiosità o, almeno, con uno spirito più simile a quello originario –o più simile a quello che aveva in mente l’ideatore della festa.
Non ricordo l’anno, ma ricordo il motivo (la mia apatia, l’ormai totale assenza di stimoli, la mancanza di volontà per dare una svolta alle cose) per cui decisi di seguire questo consiglio di Errico non solo a dicembre, ma tutto l’anno. Fu allora che mi inventai un famigerato New Year International Board, deputato ogni anno a scegliere, la mattina del primo gennaio, il tema dei 365 giorni seguenti.
Il 2010 è stato l’anno del ‘sì’. In parte perché la metà delle persone che conosco si è sposata (l’altra metà l’aveva già fatto in passato) ed in parte perché avevo scelto di vivere con un atteggiamento differente.
Ho pensato che sì, che valesse la pena buttarsi nella mischia, rinnovare conoscenze ed amicizie, tornare a vedere persone, senza lasciarsi abbruttire dalla realtà che, siamo onesti, non è quasi mai bella per nessuno (attori cinematografici e ricchi possidenti a parte).
Ho pensato di mettere da parte le mie paturnie sull’aspetto fisico (d’altra parte sono trenta e rotti anni che sono brutto, non me ne sono accorto soltanto una decina d’anni fa) e sulla mia antipatia, sulla freddezza, sulla mia incapacità ad intavolare un discorso, persino sulla mia tendenza a balbettare quando sono a disagio.
Ho pensato che le persone, se vogliono, ascoltano comunque; che se hai qualcosa da dire, te lo lasciano fare; che se quel che dici è interessante, lo accolgono volentieri. Ho pensato che non dovevo vincere un concorso di bellezza né misurarmi con altri.
Ho pensato che avrei potuto fare cose che in genere non faccio mai, lasciare da parte i miei moralismi per qualche giorno, rivedere le mie posizioni rigide e ferree su persone ed azioni.
Hubert mi si è presentato il primo giorno a Manchester. Doveva, a suo modo, farmi da assistente tuttofare, seguirmi e rispondere alle richieste. Credo che abbia preso il suo compito così sul serio da proporsi per soddisfare anche richieste più inusuali e meno lavorative.
L’Arsenio che conosco, quello con cui convivo da tre decenni e più, si sarebbe subito chiesto: ‘ma gli starò simpatico? oddio, ma mi troverà inguardabile? ma sono presentabile?’, diventando un blocco di marmo.
Invece ha fatto un respiro profondo e ha detto: ‘Al diavolo!’.
Non so se Hubert sia uscito a cena con me solo perché era implicito che gliela offrissi. Nemmeno ricordo di avergli chiesto conferma sulla piacevolezza della serata. Non l’ho assillato con un ‘Ti stai divertendo?’ ogni tre minuti, così come ho sempre fatto, temendo i momenti di silenzio come fossero l’eterna condanna per la mia natura noiosa.
Quando trenta ore dopo avermi conosciuto mi ha baciato, non ho pensato a nulla. Né al passato né al futuro. Non ho sentito suonare le campane della chiesa a festa, né ho visto Mutter piangente a tirare riso o coriandoli. E non volevo scandagliare ogni suo ricordo per via di quella gelosia retroattiva che scatta in molti uomini e che spesso mi ha fatto deragliare.
Era un ‘sì’ nei confronti della novità. Forse anche un sì leggero, detto solo per il gusto di vedere cosa si prova in certi frangenti. Un sì privo di ‘progettualità’; senza futuro, forse. Ma quante frustrazioni mi hanno portato i sì progettuali del passato? Quanto entusiasmo ho raccolto col mio entusiasmo misurato?
È stato un lampo improvviso… ‘chiedigli di venire ad Edimburgo’ mi sono detto. E parlavamo a cena –in un locale per studenti, proprio su Oxford Road (dove c’è l’università)- ma non ascoltavo. Pensavo: ‘glielo chiedo, che succederà mai?’. Quante volte formuliamo una domanda che ci muore in testa? Quante volte rimaniamo con delle parole in bocca e poi ci lamentiamo per un’occasione perduta?
È uscita; e mentre glielo dicevo, spiegando di avere prenotato una camera doppia e che quindi non ci sarebbero stati problemi, mi sentivo fiero di me.
E sì! Ovvio che l’ho pensato, soprattutto in aereo, tornando… quante occasioni abbiamo buttato via per timidezza, per paura, per quell’inutile senso di inadeguatezza che ci incatena (quanto aveva ragione Nada in ‘Luna in piena’!).
A volte i limiti sono soltanto nella nostra mente… la paura dei ‘no’ è più forte della delusione di un ‘no’ vero e proprio.
Hubert ha risposto sì e certo, nessuno si è illuso potesse essere l’inizio di un idillio.
Non credo mi capiterà più di chiedere ad uno sconosciuto di passare un weekend con me. Non credo che accetterò in futuro tre giorni senza strascichi futuri. Non credo che queste cose facciano per me, che mi affeziono a tutti e per farlo mi bastano pochi minuti, tanto da non riuscire a dimenticare nessuno con facilità.
Però penso che sia sufficiente dare alle cose il giusto peso: ci sono persone che vorresti con te tutta la vita e alle quali faresti persino fatica a chiedere di uscire per una birra; e persone che magari non avrai con te a lungo –perché anche non le vuoi- che però sanno regalarti il piacere di vivere e giocare, di guardare con occhi nuovi la realtà, di dire dei sì che non diresti mai, magari con troppa facilità e volubilità.
Ma è piacevole poter contare su una scala di sensazioni più ampia di quella su cui si è fatto affidamento finora. È piacevole pensare che un giorno, il prossimo sì, potrebbe essere quello faticoso, quello che hai pensato, masticato, inghiottito, digerito e atteso per anni… quello che ti si strozza in gola. Quello che anche grazie a Hubert assume un valore definitivo e non solo ideale.
Last kiss
ottobre 11, 2010 § 9 commenti
Dovrei smettere di leggere le riviste femminili (o maschili, che tanto ormai quelle ‘tette e culi’ non le stampano più e gli uomini d’oggi pensano soltanto a come vestirsi con stile. Leggo poche riviste, mi pare evidente). Perché delle riviste femminili ti rimangono appiccicate le notizie più sciocche e i risultati delle ricerche più assurde: ad esempio, quella che anni fa lessi forse su Donna Moderna. Argomento: i baci ad occhi aperti e ad occhi chiusi. Si diceva di diffidare delle persone che baciano ad occhi aperti, perché tradiscono un segreto, sono poco sincere e inaffidabili. Ed ogni volta che bacio mi sento inaffidabile.
È un marchio ormai impresso sulla pelle; ed è un pensiero che funziona come un riflesso condizionato: bacio, rimango ad occhi aperti e mi ronza nella mente la parola ‘inaffidabile’. Quando si dice dei danni che la cattiva stampa può compiere! (ed invece tutti a pensare a Boffo, Fini e la Marcegaglia)
A me piace baciare ad occhi aperti perché adoro vedere il viso dell’altra persona. Mi piace cogliere ogni increspatura della pelle del viso, ogni piccola imprecisione, ogni ruga, che solo da così vicino si riesce a vedere. Mi piace scivolare sugli occhi chiusi e mi piace quell’espressione di abbandono, assolutamente non contratta, di una serenità che ormai è solo nel sonno dei bambini. Mi piace essere presente e non perdere il momento in cui apre gli occhi e ti guarda e ti fa cenno di continuare, di non volere smettere mai, di voler annegare in quei baci che pare siano il giusto rimedio per tutto, la regola principale della felicità. Non vorrei mai, per nulla al mondo, rinunciare a questo spettacolo, questo mio godimento riflesso nel volto dell’altro, il piacere sublime di cogliere le reazioni al contatto epidermico, agli abbracci, alle carezze…
Hubert mi ha chiesto, quasi un po’ seccato, perché tenessi gli occhi aperti. Ma un po’ il mio inglese è inceppato, un po’ faticavo a spiegare la situazione, e sono rimasto sempre un po’ sul vago, adeguando l’espressione del mio viso all’affermazione ‘non riesco a fare altrimenti’; ciononostante, quando il taxi lo ha lasciato in stazione, mi ha baciato. Sono arrivato alla tenera età di trentaquattro anni ed un bacio su un taxi mi mancava. Mi mancava soprattutto la naturalezza con cui lui, incurante di tutto, si è voltato e non si è limitato a schioccare un bacio a stampo, di quelli che la tua prozia novantenne, al confronto, potrebbe sembrare la tigre del ribaltabile. Non era un bacio stitico, un pro forma, ma un saluto, di quelli veri, di quelli che lasci ad una persona con cui sei stato particolarmente bene e alla quale auguri ogni fortuna. Senza rimorsi o rimpianti. Anche questa volta ho guardato la sua espressione: non era sognante, non era quella dell’innamorato –ne ho mai vista una?- ma era serenamente compiaciuta. E quando l’ho visto andarsene non avevo l’aria contratta –quella che tengo in tutte le foto- di chi non sa cogliere la gioia del momento perché è troppo terrorizzato all’idea che qualcuno abbia visto, che ad alcuni possa dare fastidio, che, e che, e che ancora.
Mi ha ricordato il bacio di Fulvo, molti anni fa. Lo portavo in stazione e voltandosi mi chiese: “E, quindi com’è stato con un uomo?”. Com’era stato con un uomo? Non ricordo nemmeno più cosa risposi. Forse semplicemente ‘bello’. Come doveva essere, quando stai con una persona che hai appena conosciuto ma che ti sembra di avere cercato da sempre, che è timida come te ma che non si tira indietro, che ti rende naturale tutto quanto, anche essere quello che sei e che –per anni forse?- hai tentato di reprimere? Semplicemente bello e non ci sono troppi aggettivi e troppe parole. Si voltò verso di me e mi baciò, ad un semaforo rosso, con tenerezza. E anche lì mi sembrò la cosa più naturale del mondo –e quando uno dice ‘naturale’, lo fa conscio del fatto che i primi omofobi sono i gay stessi che faticano ad accettarsi, e sentirsi ‘naturali’ è come sentirsi rinascere, trovare finalmente il proprio posto nel mondo.
O Simmaco, così timoroso e angosciato da tutto e tutti, che si tranquillizzava soltanto a più di cento chilometri da casa (e allora ho deciso che avrei diffidato di chi isola la propria famiglia con un fossato largo centinaia di chilometri, per poter essere se stesso). Camminavamo per Clericitown, un lunedì sera di ottobre, come potrebbe essere oggi, ed era mezzanotte inoltrata. Voleva vedere i ‘miei luoghi’ –quasi una gita ai luoghi manzoniani, per dire, ma a Simmaco non difettava l’amore per la prosopopea e la retorica- e allora ecco Villa Fiorita, la mia casa, il liceo a Parallago e Clericitown, il centro più importante. C’era ancora la vecchia fontana nella piazza e camminavamo vicino alla libreria (quella che ora è diventata un covo di testi religiosi e nulla più) e proprio lì mi volto di scatto e lo bacio, di un bacio aggressivo, di quelli che tolgono il fiato, di quelli che illudono, che fanno pensare a qualcosa di più… Lui disse: ‘Ma sei matto? Qui? In mezzo alla piazza?’
In piena notte? Chi ci avrebbe visti? Così mi viene in mente Nicandro. L’ultimo bacio con Nicandro non c’è mai stato. È un bacio abortito, qualcosa che si è scontrato con la sua espressione scandalizzata quando, cercando di carpirgli qualcosa di più di un non-voglio-una-relazione-e-uno-di-noi-due-soffrirebbe-così (perspicace il ragazzo!) ha voltato il viso schivando la mia bocca. “Ci potrebbero vedere!” disse. Ci sono momenti in cui ti viene da ridere e non riesci a dire nulla. “Ma guardati intorno! Sono le tre di notte in una piccola città di provincia. Abbiamo camminato e non abbiamo incrociato nessuno. Siamo nel luogo più in ombra che sia mai stato concepito e ti fai uno scrupolo? Ma dimmi che no, non vuoi! Ma non dirmi che è per la gente che non c’è!”. Il destino –il Fato, il Caso, il Caos, Dio, il mago Otelma, se necessario- dovrebbe sempre fornirci una seconda opportunità. Quella in cui, con il senno di poi, ci è dato modo di chiarire quel che pensavamo e che invece ci è morto in gola, per pudore, per buona educazione, per rassegnazione.
L’ultimo bacio con Nicandro è un bacio che non c’è stato, è un abbraccio a casa sua, ma poco conta. È l’amarezza delle sensazioni tradite, del rifiuto, dell’è-meglio-per-entrambi che, alla prova dei fatti, è soltanto un è-meglio-per-me. È la botola che apre verso il pozzo senza fondo delle domande e dei perché; botola che si richiude quando, con maggiore maturità, ci si rende conto che non c’è nulla da rimproverarsi, che si è dato tutto o, almeno, tutto quel che si poteva allora, con sincerità, senza nascondere i propri difetti e le paure. Così un giorno arriva l’ultimo bacio di Hubert, di uno che non ti chiede niente e di cui non saprai quasi più nulla; di uno che, se dovesse incrociarti tra qualche anno, ti direbbe: “Ma tu sei Arsenio?” e finirebbe per offrirti una birra; di uno che ti bacia su un taxi in pieno giorno e poi sparisce. Lasciandoti così, a bocca aperta, con lo sguardo fisso su di lui fino a che scompare; leggero e soddisfatto, godendo pienamente ogni singolo metro di quella decina di chilometri in auto fino all’aeroporto.