Multipli e sottomultipli – La fisica degli affetti, 3
dicembre 27, 2011 § 1 commento
[Gli altri post della fisica degli affetti, per seguire il filo, sono qui]
Era capitato per caso, in uno dei mesi primaverili (nessuno dei due avrebbe potuto ricordare con precisione quale) che si trovassero nello stesso fast food in piazza Oberdan; quello dove Elemiro si fermava a cenare, ogni mercoledì, dopo essersi intrattenuto a lungo in laboratorio. A qualche metro di distanza, ma incapaci di avvicinarsi ulteriormente. Si erano sorpresi all’idea di dover condividere dello spazio comune, ma per la prima volta dopo anni si erano comportati in maniera urbana. Nessuno dei due se n’era andato o, con più semplicità, avevano imparato ad ignorarsi senza mostrare acrimonia. Quanto tempo era passato? Si erano conosciuti tramite internet, quando il gracchiare ritmico del modem, al momento della connessione, era il cigolio di una porta che dava sul mondo. Ai tempi si scaricavano megabyte di canzoni e il gigabyte era l’orizzonte di memoria massimo cui aspirare. Si erano cancellati con cura per anni ed il caso aveva voluto che si trovassero ad addentare lo stesso panino unto guardandosi di sottecchi, sperando che l’uno non si accorgesse dello sguardo attento e scrutatore dell’altro. La mente non è in grado di elaborare informazioni alla stessa velocità di certi nuovi computer. Non c’è bisogno di velocità mentali che sfiorino i petaflops per accorgersi di come il tempo abbia cambiato entrambi. “Com’è diventato vecchio” pensò Marco, ed era trascorsa soltanto una decina d’anni. Elemiro era ingrassato e calvo, più simile ad un pasciuto cinquantenne che ad un quarantenne in forma, così come se ne vedono ultimamente, attenti al fisico, alla dieta e all’aspetto estetico. “È rimasto sempre lo stesso” pensò invece Elemiro, e stava tutta qui, l’estrema differenza dei sentimenti che avevano provato l’uno per l’altro. Quella volta non si scambiarono una parola, ma si incrociarono di nuovo il mercoledì successivo e quello dopo e quello dopo ancora. Un tacito accordo per riappropriarsi dell’immagine dell’altro, svanita dietro l’oblio e una efficace forma di rancore immotivato. Si sedevano ad un decametro di distanza, si guardavano dritti negli occhi, ma non accennavano nemmeno ad un saluto né un sorriso. A volte prendevano un tè caldo, altre volte un caffè americano; nella maggior parte dei casi si ingozzavano di lipidi fino a soffocare la fame vorace. Non c’è nulla di più struggente che lo sguardo di un amante che ha coltivato per anni il sogno di un ritorno: sono occhi che raccontano la tenerezza, lo stupore, ma anche la consapevolezza di un addio che è stato benedetto dal tempo e dalla vita. Se fosse ancora… iniziava i suoi pensieri… e poi li terminava pensando ai chilometri macinati con l’auto per correre da lui, ai tre ettogrammi di pasta per una cena per due (non rimanevano certo leggeri), ai decimetri di distanza a tavola, fino a diventare centimetri e poi millimetri fino al contatto. Se avessi… proseguiva… e tornava a torturarsi con l’inutile gioco dei periodi ipotetici. Marco, invece, cercava di cogliere dai movimenti di Elemiro un segno che indicasse che l’amore che quest’ultimo aveva provato per lui fosse ormai una cosa del passato. Ne osservava il movimento delle mani, i tic maniacali, la tendenza a riordinare i tovaglioli di carta usati sul vassoio, come se ognuno di quei gesti potesse essere sottoposto all’analisi di un aruspice, così da coglierne un oroscopo. Non negava di avere provato attrazione per quel tale; ma quanto dura un orgasmo? Qualche millisecondo? O alcuni microsecondi? Riteneva fosse più che sufficiente avere regalato un po’ di tempo al sentimentalismo di certi gay, intrisi di letteratura e anima drammatica fino al midollo. Lo fissava e no, pareva che Elemiro fosse del tutto a suo agio e, questo, sotto sotto, lo indispettiva. Non era mai stato un abile osservatore: se fosse stato accorto, in questi anni avrebbe colto gli indizi delle centinaia di scappatelle del suo compagno; avrebbe colto gli imbarazzi degli amici che coprivano il gioco a Murzio, i silenzi improvvisi, gli sms indecifrabili su numeri di cellulari sempre differenti. Gli anni erano passati ed ora si camminava con gigabyte di memorie in tasca e supporti rigidi che potevano racchiudere terabyte di bugie e inconfessabili segreti. Era chiaro che non potesse notare l’agitazione di Elemiro, che sì!, si domandava se mai c’era stato un momento in cui era stato l’unico nella vita dell’altro. Gli uomini, quando amano, sentono l’assoluta necessità di possedere qualcuno, e se non possono stringere un trofeo di carne ed ossa, si accaniscono sui ricordi e sul tempo, come se l’esclusività fosse un segno d’amore -e non di pigrizia nel cercare altri, per esempio. Diventano spasmodici nel sezionare il tempo e lo spazio fin oltre i limiti fisici degli strumenti. E se le distanze atomiche sono misurabili in nanometri, loro spingono la ricerca del loro contatto d’amore fino ai picometri e ai femtometri delle distanze nucleari, come se quell’attrito dei corpi fosse una reazione che coinvolge il nucleo dei sentimenti dando origine ad una energia vitale difficilmente imbrigliabile. “Calmati, è solo sesso!” gli disse Marco, in una di quelle sere in cui lui sognava l’emancipazione omosessuale e il matrimonio per coronare il suo sogno, molti anni prima. “Non lo è” gli rispondeva ogni volta, o così ricordava di avere fatto. E mentre uno, seduto ad un tavolo vicino alla vetrina, continuava a biasimarsi per avere avuto in passato un interesse per quello che, di fronte a lui, pareva il padre del tipo che gli era piaciuto dieci anni prima, l’altro cercava di cogliere il minimo valore dell’amore che gli era stato destinato, quasi fosse la carica di un elettrone o un quanto d’energia. Tanto uno soppesava microscopiche sensazioni misurabili in attoamore, zeptoamore o addirittura yoctoamore –in un ipotetico mondo perfetto in cui qualcuno fosse riuscito ad inventare uno strumento in grado di misurare l’intensità dei sentimenti- tanto l’altro sospingeva il suo orizzonte spaziale in un infinito non più misurabile in anni luce ma in exametri, zettametri, yottametri dove anche il tempo si sarebbe risolto in un infinito informe, dove presente e passato si sarebbero fusi e lui avrebbe ripreso l’aspetto di un tempo. Per ricominciare tutto da capo, in una melassa di sentimento e pace col mondo da ricordargli certe teorie hippy.
Si sono studiati per mesi, finché un giorno Marco si alza, getta nel cestino della spazzatura i resti della sua cena, tituba un attimo, si avvicina al tavolo di Elemiro, intento a leggere, e sussurra con la sua inconfondibile voce vellutata: “Buon Natale” Elemiro solleva lo sguardo. Gli occhi fissano oltre le lenti abbassate fin quasi sulla punta del naso, come fosse una vecchia professoressa di matematica, accenna un sorriso e risponde: “Anche a te”. Le prime cinque parole dopo otto anni. Due sconosciuti che si erano incrociati per caso, divenuti nuovamente sconosciuti. Due vite ignote che si incrociano in un fast food e nessuna curiosità per il loro passato. Perché in questo continuo scivolare tra infiniti troppo grandi e troppo piccoli si annida il tormento dell’incomunicabilità.
Il sistema Internazionale – La fisica degli affetti, 2
novembre 17, 2011 § 3 commenti
[Le altre lezioni-racconto di 'Fisica degli affetti' , per non perdere il filo, qui]
Le aspettative lo tormentavano. O forse, quella, era un’ottima scusa per cercare un po’ di sano divertimento senza complicazioni. “Divertimento senza complicazioni” gli piaceva come definizione.
Da un lato c’era la tesi da preparare, dall’altro una famiglia coi suoi mille problemi, nell’altro quel moroso -come lo chiamava con aperta concessione ad una tradizione regionale- sul quale aveva puntato come si punterebbe ad una corsa di cavalli. Si sceglie quello più defilato, ma che paga abbastanza bene; quello con la resa maggiore pur non essendo un purosangue. Un investimento, sperando di riuscire ad ottenerne il massimo possibile. Il lato positivo è che non lo occupava per tutto il tempo: due o tre weekend al mese, uno scambio di sms quotidiano, una telefonata e molto tempo libero.
D’altra parte, si diceva, non è una storia consolidata e seria. Temeva di farsi male, o almeno così diceva agli amici. E nel frattempo si preparava con cura delle vie di fuga, o più semplicemente, posizionava scappatoie ben organizzate per i fine settimana solitari, per le giornate più vuote, per la calda estate.
Non è difficile per un gay trovare sesso ma Murzio aveva deciso di abbandonare boschi, pinete, parcheggi. In fin dei conti, ora era un uomo impegnato: i luoghi aperti e i batuage non facevano più per lui. Aveva bisogno di caldi e avvolgenti letti nei quali giacere comodo prima di rigettarsi nella frenesia della vita che, a suo dire, correva troppo in fretta. Aveva bisogno di un po’ di sfogo per poter rivedere serenamente il fidanzato e mostrargli tutta la sua serafica calma e affidabilità.
La vita è una grande rappresentazione e lui si sentiva uno dei migliori attori in circolazione.
La luce del monitor del portatile si diffondeva fioca nella stanza di casa. Finì di scrivere una mail carica di sentimento ma senza eccedere nel patetico, simpatica e divertente -agli uomini piace avere accanto qualcuno che li faccia ridere- e decise per una soluzione pratica.
Navigò per la rete finché non trovò un sito adatto.
Nome, nickname, password, mail e la solita tiritera delle formalità da sbrigare.
Età: 25 -e mentalmente calcolò qualcosa intorno ai settecentottantamilioni di secondi e si impressionò di tanta bravura enciclopedica, da lettore delle pagine di curiosità della Settimana Enigmistica
Altezza: 1,85 m
Peso: 75 kg
Descrizione.
Cerco sesso, anche con coppie. Divertimento senza complicazioni
L’idea della coppia gli era venuta così, di getto, quasi a voler soddisfare una sua particolare fantasia. Non pensava che sarebbe diventata una buona abitudine negli anni successivi, ma il triangolo riusciva a lenire quel piccolo tarlo morale (ce l’aveva e lo avrebbe fatto dormire male negli anni successivi). Era una questione di quantità di sostanza. Per avere la stessa mole di piacere che avrebbe avuto dal suo moroso, in una situazione analoga erano necessari due sconosciuti. Come in una reazione chimica: a volte un elemento interagisce più facilmente con uno, altre volte ha bisogno persino di energia aggiuntiva per dare origine alla reazione, se messo alla presenza di altri.
La coppia lo rassicurava: aveva un suo equilibrio che lui non avrebbe potuto rompere. L’intenzione, infatti, era quella di incontrare e poi sparire, non tenere i contatti, non lasciare tracce. Ignorava che anche i più cinici nascondono un cuore e sono capaci di affezionarsi persino ad una carezza, ad un pettorale, ad un semplice sorriso, se tutto quello che il mondo concede -il mondo che sta alla luce del sole, quello di cui non ci si vergogna, quello intenso e luminoso, quello che il lume di una candela lo vede soltanto in una cena romantica- è affanno, preoccupazione o pretesa.
Si trattava ora di scegliere delle buone fotografie che invogliassero alla conoscenza: i siti di incontri non sono altro che vetrine, e nelle vetrine bisogna sistemare per bene le luci, mostrare il prodotto nella migliore forma, rendere appetibile l’involucro e invogliare all’acquisto lo sprovveduto e incerto acquirente.
“Tutti questi anni di palestra…” si disse e si premurò di scattarsi un paio di foto, con l’uso della webcam che ogni gay ha in dotazione dalla nascita -o così almeno pensava. Si trattava soltanto di mettere tutto nella giusta angolazione, illuminare con cura un’erezione possente, ammorbidire le curve di glutei sodi, mostrare il proprio viso… Per quello si decise di utilizzare una foto di qualche anno prima: gli incipienti segni di una stempiatura incalzante lo irritavano fortemente.
Invio.
Foto caricate.
Com’era la vita dei gay prima di intenet? Prima che le comunicazioni potessero essere convogliate sulla linea telefonica, prima dell’uso del pc? A volte se lo domandava, riflettendo sul caso che aveva voluto che lui conoscesse il moroso proprio grazie alla tecnologia. Era uno dei tanti che nel nuovo millennio si fidanzava a distanza. Elettroni di conduzione che si muovevano, generando un flusso continuo di corrente e informazioni, di sentimenti che forse si amplificavano proprio in virtù della distanza: un amore capace di misurarsi in ampere.
La ventola del portatile iniziò a rumoreggiare fortemente: una segnalazione sul monitor informava che si erano raggiunti i 353 Kelvin. Spense per evitare ogni danno.
“Saranno state le mie foto bollenti” si disse compiaciuto, sperando in una buona raccolta. Sapeva che sarebbe stato così.
C’è qualcosa di leale nella fisica e nel fatto che non esista una grandezza fondamentale che sia legata espressamente ad una qualsiasi caratteristica del suono. Sono tutte grandezze derivate, manipolazioni di altre, frutto di relazioni matematiche nelle quali modificando una variabile, si può ottenere il risultato voluto.
C’è qualcosa di leale nella fisica perché il suono è un’onda che si propaga, perché la sua intensità è potenza, perché l’altezza è frequenza, il timbro il risultato di sovrapposizioni di onde. Nella voce si può nascondere la melliflua lusinga della bugia e solo i più abili sono in grado di smascherarla alla prima occasione.
C’è qualcosa di leale nella fisica perché ci insegna che non sempre quel che sentiamo, le parole che ci vengono sussurrate, le voci e i suoni sono verità, per quanto noi pensiamo che sia così. Le peggiori menzogne sono quelle che ci sono state dette a voce. Raramente scritte.
Prese il cellulare, compose il numero.
“Ciao!”
“Ciao Marco! Ti stavo pensando… non riesco proprio a fare a meno di te” e già pregustava il primo incontro a tre che di lì a qualche giorno, se lo immaginava vividamente, lo avrebbe rilassato.
“Anche io…” e sorrise come un adolescente felice.
La misura delle cose – la fisica degli affetti, 1
ottobre 17, 2011 § 3 commenti
Lo stava abbracciando e, in quel momento, pensò di avere scoperto la misura dell’amore. Fu come un lampo, un guizzo, uno di quei pensieri che ti attraversano la mente e poi ritornano, per stazionarvici un bel pezzo, prima di sparire, lasciando una consapevolezza capace di cambiare il modo stesso di vedere le cose. Marco non si accorse di nulla. Gli stava accanto,con il naso infossato tra il collo e la spalla, e forse dormiva.
Sin dall’infanzia, gli adulti ti si avvicinano come se stessero per intraprendere una conversazione con un essere alieno e, modificando la voce -che è poi quel che succede per i doppiaggi dei cartoni animati- ti chiedono: “Quanto vuoi bene alla mamma?” (del papà non chiedono quasi mai, perché pare sia scontato che al papà se ne voglia di meno, o in quantità più moderata, tanto da far sospettare che la fisica delle nanoparticelle sia di origine matriarcale e serva per scovare il minimo quanto di affetto possibile per i padri).
“Tanto” è una risposta non contemplata dalla razionalità adulta. Sembra un’indicazione poco precisa e allora quell’esserino in erba, che è ognuno di noi, si sforza ad allargare le braccia il più possibile, quasi inarcandosi, quasi rischiando di cadere. Tutto il bene del mondo è compreso tra due arti spalancati e due mani tese. Quello è lo spazio vitale dell’amore.
Stava scoprendo soltanto in quel momento che ciò che aveva sempre cercato aveva l’esatta misura del suo abbraccio. Adorava stringere, quasi stritolare, tanto che Marco, sorridendogli, aveva più volte fatto notare che, di quel passo, gli avrebbe rotto le ossa. La risposta “tanto”, venti anni più tardi, erano delle braccia chiuse intorno ad un corpo… o forse semplicemente l’amore è un periodico aprire e chiudere le braccia (e qualcuno, ben più pratico, avrebbe detto anche qualcos’altro).
Abbiamo sempre bisogno di sapere ‘quanto’. Quanto costa, quanti anni hai, quanto sei alto, quanto pesi. Quanto mangi, quanto guadagni, quanto manca all’arrivo, quanto al termine di una lezione, quanto rimarremo insieme, quanto mi amerà, quanto mi annoierò, quanto…
Avere una analisi quantitativa di ogni fenomeno per trarre facilmente una considerazione qualitativa è un processo economico della nostra mente: ci concede la pigrizia della sospensione dalla critica del giudizio.
Elemiro era fatto così. Girava con un metro da sarta in tasca, quasi dovesse prendere le misure di ogni cosa. Trovava indispensabile dare un valore al mondo concreto; probabilmente incapace di concentrarsi sull’astratto.
Marco, la sera in cui uscirono a cena la prima volta, scoppiò in una risata fragorosa quando lo scoprì: “E che te ne fai del metro?” chiese malizioso.
“Magari lo usiamo più tardi…”
Non era sua abitudine rispondere maliziosamente ad una provocazione, ma aveva capito subito che quella sarebbe stata la persona giusta, una di quelle per cui rivoluzionare il processo di valutazione e misura, uno di cui fidarsi.
In fin dei conti, un tavolo è facile da misurare: si sceglie l’unità di riferimento unitaria e la si confronta. Una massa è altrettanto semplice da analizzare. Ma i sentimenti?
Si era sempre sbagliato proprio perché gli mancava una unità certa. Misurare l’amore è ciò che più ci fa impazzire, e allora ci si aggrappa al numero di messaggi ricevuti in un giorno, alle telefonate improvvise, alle sorprese, alle cene fuori, all’entusiasmo ogni volta che lo vedi all’angolo della via del posto di lavoro, alle mail, ai libri letti insieme, ai film guardati sdraiati sul divano, ai progetti realizzati e irrealizzabili, ai viaggi fatti e quelli che si stanno progettando…
È un lungo elencare di dati, di notizie, di quantità che, prese da sole, non vogliono necessariamente significare ‘amore’, al più semplicemente amicizia, forse interesse; nel più giocoso dei casi, sesso piacevole e rassicurante con qualcuno.
Ma tutte insieme? Non danno forse la misura esatta dei sentimenti?
L’amore come una grandezza derivata e come tale, soggetta alla propagazione degli errori.
“Non avevo capito” si dicono spesso le persone, quando l’estasi dei primi momenti è giunta al capolinea…
Non capire! Con un tavolo non avviene. Un metro e ottanta centimetri sono e restano; al massimo si sbaglia di un centimetro, ma con l’amore?
Non è più questione di quanto, ma di ‘se’. Non è un problema quantitativo, ma ontologico: c’è o non c’è?
Elemiro quella sera lo guardava e sì! credeva che ci fosse. Che l’esatta misura dell’amore stava nella gamba di Marco che cercava spazio tra le sue, in quella stanza condizionata in pieno agosto, in quella città svuotata a tal punto da lasciare ogni angolo a loro. Invece, non avevano bisogno di altro: sarebbe bastato quel letto.
Il metro avvolgibile non serviva più. Lasciato a terra come gli abiti lanciati sul pavimento per la frenesia e la voglia di baciarsi.
E se la misura dell’amore… – iniziò a dire, facendosi sentire dall’altro.
Taci, stupido. Dormiamo. – si sentì rispondere. E gli bastò quel termine, quello stupido sussurrato con voce impastata, per diradare ogni dubbio.
L’amore vettoriale
gennaio 23, 2011 § 3 commenti
Ci pensavo ieri, aggirandomi –come da qualche anno succede con più frequenza- per i corridoi di un ospedale della zona. Pensavo alla domanda che mi fece uno studente universitario al quale davo ripetizioni di fisica, molti anni fa: “Ma di queste freccine, quante ne devo mettere?”. Ogni volta che mi torna alla mente la sua faccia compunta nel porre la domanda sui vettori, sbotto a ridere, perché immagino la mia aria ebete incapace di nascondere un “oddio, questo tizio tra qualche anno si laureerà…” che rappresenta la mia più grande critica alla riforma del 3+2, più un sistema di buoni sconto, che non una riorganizzazione dell’istruzione al livello più elevato.
Pensavo ai vettori –sì, forse sono malato- e mi sono detto: “In fin dei conti anche Cupido lanciava frecce!”
Guardavo curioso nelle stanze dei malati nell’ora di visita, e pensavo che i nostri affetti sono rappresentabili come vettori. Non solo intensità, ma anche direzione e verso. Intorno ai letti si affannano parenti, amici o familiari, tutti protesi verso il malato, con lo sguardo rivolto alle sue espressioni di dolore e alle flebo attaccate al suo braccio, come se quelle cannule li ipnotizzassero e dirigessero verso un unico punto ogni moto e ogni sguardo: in un’unica direzione, che è poi quella dell’auspicio della guarigione. E pure quando, al termine delle visite, tutti se ne vanno, lasciando il proprio caro da solo, quell’allontanarsi avviene sempre nella stessa direzione, ma semplicemente con verso opposto. Rimane la speranza della guarigione e l’attesa di potersi riabbracciare, invertendo di nuovo il moto.
Esistono diverse forme d’amore: quella familiare, tra amici, passionale; ma l’amore è una grandezza vettoriale.
Ci sono amori fortissimi per intensità, eppure distruttivi e incompiuti, perché non basta il ‘quanto’, non sono sufficienti i proclami, le arrabbiature e le gelosie, le scene isteriche e i dolori provati –pur veri, ci mancherebbe! Gli amori hanno bisogno di una direzione comune, un obiettivo, un fine, forse semplicemente una progettualità. Un obiettivo che appartiene più alla metafisica che alla realtà, tanto da poter persino definire ‘amore’ quello per una divinità a noi estranea. E poi c’è un verso. Come se si dovesse percorrere una linea ferroviaria: la direzione è la stessa, ma vi sono due capilinea O come per i fisici: trovare l’essenza delle cose. C’è chi lo fa muovendo il proprio sguardo verso l’infinitamente piccolo e chi verso l’infinitamente grande. Eppure la direzione è la medesima, ma forse mi confondo. Questa non è forse l’amicizia, dove due rette parallele si guardano da lontano e non si toccano? E se coincidessero, allora sarebbe narcisismo, amore per se stessi, incapacità di guardare il mondo con uno sguardo diverso dal proprio… E a vederli, certi amori, sembrerebbero proprio così! Addirittura sono quelli che paiono più preziosi, più rari, capaci di suscitare invidia. Ma a guardarli bene non sono altro che due individualismi che si incastrano. Più una questione di agende sincronizzate che altro. Eppure appaiono felici.
E allora mi domando perché io continui ad incaponirmi nella ricerca di amori che vadano in un altrove che io nemmeno ho mai considerato, lasciandomi trascinare dalla curiosità per direzioni che sono differenti dalla mia. Perché io, come altri, tenda a buttarmi a capofitto in quelle storie che presentano sempre qualche ostacolo che mi allontana dall’amato; storie in cui le direzioni sono incidenti ma poi divergono e allora l’incontro genera qualcosa che è un misto di sentimento e risentimento, di dubbi e paure, di ansie e gioie e va altrove, a mezza strada tra la mia meta e quella dell’altro, in un equilibrio temporaneo che può andare bene, ma che forse mi lascia – e ci lascia insoddisfatti.
Nel mio delirio, ho pensato che il prodotto dell’amore è scalare. È sentimento puro che perde i connotati originari. È quel che ci capita di cogliere quando vediamo una coppia perfetta. Pare che risplenda di una felicità capace di avvolgerci, di trascinarci a lei. Il prodotto scalare d’amore è la sostanza dell’equilibrio: tu che ti adagi su di lui, guardando nella sua direzione e lui che si adagia su di te, volgendo lo sguardo nella tua. E non c’è differenza nell’uno o nell’altro caso, come per una magia. È il mistero di unioni sulle quali non punteresti un centesimo e che invece funzionano perché non ci si è limitati a sommare due entità, per darne vita ad una terza che dispiace ad entrambi, ma si è rispettata la natura di ognuno.
Ma per me risultano incomprensibili quegli affetti –ne parlavo col mio amico Liutprando qualche sera fa al telefono- che viaggiano su direzioni parallele e versi opposti. Ci si incontra e ci si allontana, magari per una incomprensione. E da allora sarà tutto un evitarsi, in un gioco sfibrante di vai-e-vieni che è qualcosa di più di un semplice ignorarsi. Due persone si ignorano quando non si ricordano l’una dell’esistenza dell’altra. Due persone che schizzano in direzioni opposte ogni volta che si incrociano casualmente, non si stanno ignorando. Stanno portando avanti un gioco a scacchi sfibrante, tanto più perché continuano a muoversi nella stessa direzione: perché non ci si può opporre alla natura delle cose e di se stessi, per quanto lo si voglia negare. Il prodotto scalare di questo disamore è massimo. Basterebbe soltanto voltarsi, guardarsi nuovamente in faccia per un istante e accorgersi che quell’odio che ci intestardiamo a costruire, in realtà, è il sonno di quell’incontro di sguardi che ci aveva fatto innamorare.
Forse… non so. Non so mai niente sull’amore.
[Def Leppard - When love and hate collide]
Lo stato stazionario
novembre 21, 2010 § Lascia un commento
C’è qualcosa di invidiabile nell’idea di coerenza: ci affascina, altrimenti non faremmo uso di questa parola in ogni occasione, quasi a confermare che le nostre idee siano più valide di altre perché non le abbiamo cambiate, perché le abbiamo abbracciate tempo fa e mai ci è passato per la mente di ripudiarle. C’è qualcosa di invidiabile nella religione, in quel molle adagiarsi su tesi precostituite; citare la continuità di pensiero da un lontano passato fino all’oggi e non spostare mai l’orizzonte delle proprie riflessioni; un eterno che è troppo in là ed è insondabile, così lontano da poter essere popolato con tutto ciò che la nostra fantasia immagina, per renderlo più o meno rassicurante, a seconda degli intenti. Eppure Isaac Asimov non ha mai pensato di fondare una religione, né di insegnarci cosa è il Bene e cosa è il Male.
Vi è poi la coerenza di alcuni politici: granitici. Ma spesso si confonde la coerenza con la cocciutaggine, l’incapacità di cogliere i cambiamenti, di modificare all’occorrenza gli obiettivi a breve termine, per poter continuare a lavorare per quelli a lungo termine. Così, nel linguaggio della quotidianità si parla di tradimenti, inciuci, trattative col nemico, voltagabbana e così via. E quel che più impressiona è che tanto più gravi sono le accuse e tanto più è stagnante e piatto l’orizzonte politico di questo paese. Quasi come se coloro che ne sono i protagonisti –anche quegli attori che dicono di voler rimpiazzare la classe dirigente esistente- si muovessero affannosamente in una pozza di fango e schizzassero sporco addosso a tutti quanti. Casini è granitico, per esempio. Ma cosa c’è di peggio della proliferazione di ex democristiani, ex comunisti, ex missini, ex socialisti che si aggrappano al passato e alle idee fallimentari di ieri? Non potremmo non dirli coerenti!
Il cambiamento è importante. Il cambiamento è energia. Lo stato stazionario è potenzialmente eterno, ma di minima energia. C’è un equilibrio, forse, ma non c’è vitalità. Il magma democristiano, insediatosi nella società italiana, ad esempio, ha piegato ogni forma d’arte, ha tolto linfa al cinema, ha sedato ogni ribellione. In una ventina d’anni, dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia si è spenta. E ha vissuto di rendite che ora iniziano a venir meno.
L’equilibrio è la meta di una filosofia escatologica che abbraccia la religione. L’equilibrio è genesi e fine di una teleologia che rimuove ogni intervento umano, che marginalizza la scienza, che riduce l’arbitrio. A volte è lecito cambiare idea e posizione. Lo può fare la Carfagna, lo potrebbe fare il Papa; ma ancora di più si auspica sempre che lo possano fare gruppi organizzati di persone che, in una democrazia, si chiamano ‘elettori’. È un cambiamento e per tale va valutato. La ministro Carfagna non diventa improvvisamente di sinistra perché abbandona il suo mentore; ma semplicemente riacquisisce quella dignità di persona che, più o meno giustamente, le era stata sottratta dalla vulgata in primis e che lei, da parte sua, aveva messo sotto chiave per anni. Il Papa rimane pur sempre il massimo esponente di una religione che si contrappone alla scienza, omofoba, impervia ad ogni scambio, ma se fa un’apertura rispetto a quella calcarea informe massa di preconcetti che si ostina a chiamare fede, questa la si può plaudire, pur rimanendo consapevoli che è solo un’apertura su un campo –come quello dell’uso dei preservativi- ma rimangono in piedi tutti gli altri motivi di attrito e di frizione. Gli esempi potrebbero continuare. Non cambia il giudizio generale sulle persone o sui fenomeni, sulla religione o su certe politiche di destra, ma piace l’idea che –più o meno convenientemente- qualcosa si muova.
Perché è rassicurante adagiarsi nelle proprie granitiche certezze ed etichettarle con la parola ‘coerenza’, così come ci compiacciamo, con aria superiorie, di fronte alle vorticose trottole mentali cui sono costretti coloro che cercano di riposizionarsi ogni volta, per non affogare. Ma senza l’energia viva non c’è cambiamento. Nessuno dice che il cambiamento possa essere positivo: l’energia, se non ben incanalata, può distruggere, può eccitare al momento e poi sfuggire di mano, e persino riportarci ad una condizione peggiore di quella di partenza; ma nel gioco delle probabilità, uscire da questo magma eterno, potrebbe riservarci sorprese migliori.
È la paura del domani che dà materia prima sempre viva per un domani dove domina la paura e l’incertezza. Causa che diviene effetto, timore che si realizza, quasi fossimo ormai prossimi ad annegare in questo catastrofismo che non è più un’aliena fede, ma anzi abbraccia quella millennaria e precostituita, dando vita ad una morsa dalla quale è difficile uscire.
Ho una nuova agenda e l’anno prossimo inizia il nuovo decennio. Dieci anni dopo avere preso coscienza della mia omosessualità, posso dire che ho fatto dell’economia dell’ energia vitale una politica irragionevole. Basso profilo, pessime frequentazioni, paure ed ansie. E poi rapporti umani vissuti sempre con calcoli ragionieristici. Per paura di perdere qualcuno, ho evitato di dire e fare cose, finendo così per ottenere ciò che avevo timore capitasse. Nel magma dell’equilibrio, ho esacerbato la conduzione di uno stato di vita stazionario, dal quale non mi pare sia uscito nulla di buono, in nessun campo, tanto da avere avuto più perdite che guadagni. Forse si arriva ad un punto in cui non c’è più nulla da salvaguardare e quello che si ha non basta più. È la necessità che spinge all’azione, ad uscire dall’adiabacità dell’esistenza che ha impedito di accogliere calore umano, a rivedere posizioni e convinzioni. Alcuni la chiameranno incoerenza. Per Madame Bovary sarebbe stato solo l’ennesimo tentativo di scappare dalla noia. Si cambia. Del resto, si può permettere alla propria volontà di morire democristiana?
Elementi circuitali statici, senza memoria
ottobre 14, 2010 § 2 commenti
Errico ed io parlavamo seduti al tavolo di un delizioso luogo di ritrovo, un po’ decentrato, quasi ai confini con la periferia, eppure accogliente e ben frequentato. La gente intorno a noi andava e veniva da una sala affollata, dove si teneva un reading, una di quelle meritorie proposte culturali che, però, molto spesso servono a rinfocolare la supponenza di chi ci va e nulla più, a dispetto dello sforzo di chi le organizza.
Si parlava della nostra vita di fronte ad un bicchiere di vino, di incontri e incomprensioni, delle solite paturnie d’amore che toccano chi, come noi, vive di scrupoli e di buona educazione, tanto che quella sentimentale è ancora affidata a Flaubert; si parlava di viaggi e progetti, sorseggiava con parsimonia dal bicchiere –ché poi si sarebbe dovuto guidare- e tra una lamentela ed una risata, non ci passa mica accanto Nicandro!
Proprio il Nicandro! Non invocherò la Musa perché mi ispiri parole per descriverlo –ché tanto non sarebbero mai quelle giuste e Nicandro (volesse mai il cielo che dovesse sporcare il suo sublime intelletto leggendo queste righe sciatte e prive d’ironia!) potrebbe travisarle avendosene a male- e mi limiterò a dire quel che lui ha rappresentato per me. Nicandro è il gay che ogni gay vorrebbe incontrare. Nicandro è tutto quello che uno come me, complessato ed infelice per la propria condizione, desidererebbe. Nicandro, come avrebbe detto il mio amico Fermo, è l’angelo diverso da tutti gli altri.
È lui ad avermi insegnato che si può essere gay senza sentirsi a disagio se non si parla di vestiti e moda; ad avermi aperto gli occhi e insegnato ad andare oltre le apparenze; che con la sua resistenza al sentimentalismo mi ha guidato a ridurre quel fiumiciattolo di cariche emotive, che malamente chiamiamo amore, in una minima corrente di sensazioni; e che la tensione vibrante e sessuale tra due corpi si trasforma in un pericolo quando la corrente che ci può scuotere è elevata e dannarci per sempre. È lui ad avermi gioiosamente regalato il principio che non si possono confondere un paio di ‘trombate’ per amore; è da sciocchi svenevoli che confondono una signora Dambreuse con una Marie Arnoux.
Nicandro! Quanto ho venerato il suo sorriso schietto e la sua sincera ironia? Schiettezza, sincerità! Parole che in lui assumevano tutto un altro valore; trascendendo quello che comunemente potevamo ritenere tale. Quanto ho accarezzato emozionato l’idea di essergli amico, forse coltivando segretamente quella di esserne ‘il migliore’, sempre a caccia di classificazioni e posizioni, o di un riscatto dall’adolescenza in cui si era ‘il confidente’ per tutti, ma mai l’amico di qualcuno!
Insomma, quel Nicandro lì, ti passa accanto e si volta.
Riconosce Errico. Finge titubanza –Nicandro è un attore, lo so- e poi azzarda.
“Err…Errico?”
“Sì”
“Non so se ti ricordi di me. Sono Nicandro… ci siamo conosciuti una decina d’anni fa…credo”
“Certo che mi ricordo”
Si stringono la mano. Io guardo con l’aria confusa. Si scambiano ancora delle parole e poi saluta, facendo cenno che di là, nell’altra sala, il reading e l’amore, quello vero, quello di una Marie Arnoux angelicata, lo richiamano all’ordine.
Non avevo alcun dubbio sul fatto che non mi salutasse. Mi chiedevo, da spettatore, come avrebbe risolto la situazione. Ha guardato dritto in fronte a sé, poi ha voltato lo sguardo dall’altra parte e si è girato, voltandomi le spalle.
Per la prima volta in vita mia, per la prima volta da quando Nicandro mi ignora –lo fa da anni ormai- non ho sofferto perché Lui mi ha ignorato, ma perché Io sono stato ignorato. Mi sarebbe spiaciuto se ad ignorarmi fosse stato anche un Antinoo, una Corinna, un James qualsiasi. Per la prima volta, dopo anni, tutta la mia stima per lui –che è rimasta immutata- e tutto il mio bene –sono un accumulatore, che ci posso fare?- hanno assistito alla prima crepa. Si è chiamata ‘pena’.
Perché Nicandro è bello, oh sì, se lo è! È simpatico, è intelligente, è alto, aitante, sportivo! Ha mille interessi ed è un giramondo curioso. Ha un amore di lunga data e l’aria compiaciuta di chi pensa di essere ammirato ed invidiato. Ma non ha memoria.
I suoi occhi sono quelle lenti che si porta sempre appresso e la realtà che vede è bidimensionale. Ciò che coglie è l’attimo, l’istante della sua fotografia, la luce giusta, l’angolatura perfetta, la posa intrigante. Un lavoro di cesello per far apparire la perfezione, ma è apparenza. C’è sempre un imprevisto in agguato, una luce improvvisa, un movimento brusco che possono inficiare la buona riuscita ed allora si rifa, si riscatta, si risistema, si manipola, se necessario. E si ripropone la perfezione. Perché il mondo di Nicandro è bello, esteticamente.
Così di ogni cosa rimangono solo testimonianze slegate, dei quadri inanimati, dei ritratti così precisi nell’estetica da essere rarefatti nell’essenza. Del tempo non c’è memoria: tutto è spinto in un presente eterno la cui perfezione sta proprio nella rimozione del passato scomodo.
Ti dirò Nicandro, che io non ce la farei! In parte perché non sono bello, né aitante, né sportivo, né intelligente e brillante, ma soprattutto perché ho memoria. E mi hai insegnato tu che l’apparenza è secondaria. Che non vorrei mai apparire felice senza esserlo, e non vorrei esserlo senza consapevolezza.
Anche domenica, vedendoti sparire, mi sono chiesto: che avrebbe dovuto quindi fare un amico? Sincerità e schiettezza. Anche a costo di far male. E allora Nicandro, ecco spiegata la mia avversione al ‘tuo amore’, così perfetto da apparire irreale, alle sue temerarie scappatelle del fine settimana, alla sua gelosia a tempo e all’astuzia di chi, appena ti volti, cerca diversivi altrove. Non se n’era parlato anni fa? Che mi dicesti? Avresti voluto sapere. Non è mica facile, sappilo, trovare il modo per dire certe cose, per raccontare una storia banale –perché sì, è banale, comune, ripetitiva; in questo non vivi nulla che sia originale- di tradimenti e incontri furtivi, di foto, che due anime candide come noi ancora trovavano inopportune , che girano in rete, di quello che è, forse solo per me, un inganno alla buona fede. Avresti potuto dire ‘mi va bene così’ e allora avrei capito, quel che ho capito anni dopo.
Cosa porta la verità? Ti avrebbe reso più felice? O forse ti avrebbe tolto qualcosa? Avresti sofferto, mentre ora no. Questo è vero: perché il lato positivo di essere senza memoria è quello di non accumulare rabbia dal passato, né rancore, non chiedere nulla e non volere nulla, godere del presente senza farsi troppe domande sul futuro. Essere qui ed ora. Come se qui ed ora fossero le due dimensioni di una foto. Incurante di bugie e mezze verità, persino del fatto di dividere un letto con uno che ti mente freddamente da anni. Tu ci vivi con uno così, io non potrei.
Ma ti ho capito. E non sono d’accordo, ovviamente. Ed è forse per questo che ho memoria di un Nicandro che era, per dirla alla Fermo, l’angelo diverso da tutti gli altri. Ed è per questo che rimango interdetto dalla tua capacità di ignorare e cancellare una conoscenza, solo perché è testimone di una posa mal riuscita, di una foto fallata. Ed è per questo che, pur essendo io un perdente –uno sfigato, si direbbe- in confronto a te, domenica sera ho provato un po’ di pena. Nella tua ostinata affermazione del mondo, così come te lo rappresenti, mi sei parso Charles Bovary. L’esatto contrario di quel che vorresti essere e di quel che, da amico, ho sempre pensato che fossi.
Proprietà degli strumenti di misura -sensibilità, portata, precisione, prontezza-
ottobre 6, 2010 § 1 commento
Per i bambini è tutto più facile: loro aprono le braccia e ti mostrano una misura empirica del bene che vogliono alla mamma, al papà, ai nonni e ai loro amici immaginari. Il loro è un abbraccio smisurato: se ne rimangono lì col sorriso stampato e le braccia spalancate, quasi volessero comprendere il mondo intero. I nostri abbracci, invece, sono meno scenografici e più esclusivi: si chiudono attorno a chi amiamo, e la nostra felicità non rinnega quell’egoismo di chi è consapevole che il mondo, là fuori, non può far altro che scorrere via. Non possiamo dargli nulla né ricevere alcunché: siamo soli, in due. Ed è tutto quel che serve.
Eppure in quell’abbraccio, al di là dell’estasi iniziale, spesso si annida il dubbio: “Mi amerà quanto lo amo io? Proverà la stessa cosa? Valgo tanto quanto quello precedente? E quello che ha guardato poco fa, chi è? Soffrirò per lui?”. Così, alcuni, incapaci di godere il momento, avvitano loro stessi in assurdi ragionamenti metrologici, quasi si potesse misurare l’astrattezza del sentimento.
Arrancando, i più sensibili, riescono a cogliere il minimo cambiamento. Notano ogni sfumatura, un cenno con gli occhi, una esitazione delle labbra, la testa che si china a cercare una risposta. Cercano con la loro sensibilità di trarre pure valutazioni dal colore degli abiti indossati dall’amato, oppure dal tono della voce, a volte incrinata, a volte indecisa. Anticipano ogni azione ed ogni mossa, prevedono e colgono i futili cambiamenti, ma sono così tesi nelle loro analisi, talmente coinvolti e circospetti –forse anche per la paura di soffrire e star poi male- da non riuscire a vivere pienamente il loro sentimento. I sensibili spesso naufragano in storie di meschini egoismi, in navigazioni di piccolo cabotaggio, esaurendosi nella caricatura dei fidanzatini di Peynet, incapaci di cogliere l’esatta portata dell’amore.
Perché l’amore è un fiume in piena; non arriva con l’aria stitica di chi si concede lesinando. A volte è crudele proprio perché invade spazi, si diffonde, distrugge l’equilibrio precedente. A volte l’amore di uno strappa l’amore ad un altro, ed è una lotta dove vince il più energico, il più potente, la misura maggiore. L’amore ha bisogno di gesti eclatanti, di fughe, di proposte, di progetti che paiono credibili nonostante siano irrealizzabili, e nella loro irrealizzabilità giace l’apprezzabile straordinarietà. Un amore così, a volte pare meno sensibile, incapace di cogliere le piccole cose, le sfumature, a volte cruento. Una forza di tale portata può distruggere anche l’oggetto del desiderio se, dopo l’estasi dell’esordio e del piacere del possesso, non viene regolata con precisione.
C’è chi dirà che la precisione è razionalità, e la ragione non si sposa bene con l’astrattezza degli affetti. Eppure, arriva un momento, in cui bisogna scegliere se lasciarsi morire come eroine dei romanzi della Invernizio oppure abbracciare un sano pragmatismo alla Jane Austen, in questa secolare lotta tra chi concepisce l’amore come il propulsore per una dieta che spinga alla consunzione o come un ascensore sociale –dove vincono gli ambiziosi di belle speranze, persino un po’ intriganti, che si accasano coi belli ma un po’ bietoloni. La precisione nell’amore presuppone l’idea di un progetto, di date e scadenze, di compiti e ruoli, di obblighi e persino di bollette da pagare. Perché il giorno per giorno è una pagina di prosa, a volte mal scritta, della quale ci si può stancare in fretta; ma senza le regole, l’amore è solo una parola da canzone melensa, una frase da cartiglio di cioccolatino, una manifestazione corporale, una libera circolazione di fluidi.
“Perché non è più come prima? Ci annoiamo… è finita la passione… io lo amo ancora e non mi sono accorto che…” e il piagnisteo degli amanti piantati e traditi potrebbe continuare all’infinito. Per misurare un amore abbiamo bisogno di prontezza nel cogliere quando le cose non vanno più; quando la misura è variata (e non si tratta di sensibilità: quella si trasforma presto in paranoica gelosia), quando l’equilibrio iniziale è messo in pericolo da un fattore esterno; quando siamo noi stessi ad avere modificato il flusso del sentimento. La prontezza è la virtù di chi è brillante, di chi sa che nulla è eterno, che ci aspettano sempre delle trasformazioni, che a volte ci saranno cali di desideri, talaltre delle impennate improvvise e immotivate; ma sempre, colui che è pronto, saprà assecondare il quotidiano, dando un significato anche a ciò che può apparire una privazione.
La misura di un amore è complessa e noi siamo uno strumento piuttosto impreciso ed imperfetto.
Imprecisa è la misura dell’amore, e con la stessa imprecisione non riusciamo a cogliere la giusta misura tra virtù e difetti, tra legalità e illegalità, tra giusto e sbagliato (ah, l’etica! Non esiste un’unica forma di giudizio), tra affetto e sensualità, tra devozione e tradimento…
Eppure non abbandoniamo mai questa frenesia, questo desiderio di dare una misura ad ogni cosa; forse riusciamo a tranquillizzarci soltanto dopo avere ottenuto una perizia quantitativa di tutto ciò che ci circonda. Una misura per tutto, consci di essere destinati alla stessa sorte, quotidianamente. Misura per misura. [Shakespeare] Forse è qui, in questo passaggio, che ognuno di noi può scoprire quanto abbia profondamente inciso l’educazione cattolica: misurati così come misuriamo. Tendiamo all’indulgenza per poter essere autoindulgenti?