Bridge burning

settembre 15, 2011 § Lascia un commento

Una delle cose che mi sono sentito spesso ripetere negli anni -negli ultimi anni soprattutto, quelli un po’ neri, quelli fatti di nebbia e silenzi, quelli della misantropia e di un certo allontanamento dalle persone- è stata: “hai una scarsa autostima!”
La scarsa autostima pareva spiegare ogni cosa: tu non credevi in te stesso, davi a vedere di non avere fiducia nelle tue capacità e gli altri, di conseguenza, non potevano che fare altrettanto, confermando la tua bassa confidenza in te stesso e dando l’ennesimo colpo al minimo di assertività vitale che ti era rimasta.

Invece, pensandoci, spesso ho avuto una forte stima di me. Una così elevata considerazione delle mie capacità, del mio modo di essere, della mia personalità da credere impossibile che qualcuno potesse decidere di fare a meno di me.
Non parlo di amori -o forse parlo anche di quelli- ma di amicizie, conoscenze, semplici incontri casuali. Ciò che mi lusinga(va) era notare come le persone si affezionassero, come mi facessero notare che ero per loro importante e questo mi convinceva di esserlo davvero. Per tutti, non solo per alcuni.

Le delusioni più forti, i più grandi colpi all’autostima, a quell’egocentrismo che -probabilmente- ho annaffiato con cura per anni fino a farlo diventare grande come un baobab, difficile da estirpare, sono giunte da chi mi ha mostrato, senza troppi problemi, di vivere benissimo senza di me. Quasi che io fossi un impiccio alla sua felicità, alla realizzazione di sè, alla maturazione della sua persona.

Se non avessi avuto tanta fiducia in me, non avrei sofferto per quell’amico che ormai non frequento da anni, dopo una incomprensione nata proprio da pagine scritte come queste, in un blog. Non avrei sofferto per il suo allontanamento e non avrei vissuto quella specie di umiliazione che si prova quando si vede che lontano da te appare più felice, più sereno, anzi, persino realizzato. Che solo con te, in realtà, si annoiava. Con gli altri no.
Se non avessi avuto tanta fiducia in me, non avrei mostrato la mia boria con una delle persone migliori mai conosciute, confidando nel fatto che, tempo qualche mese, sarebbe tornata da me, dicendomi di avere sbagliato a fare la scelta che ha fatto. Mi stupisce vedere che, anni dopo, ormai quasi dieci, è ancora felicemente fidanzata con la stessa persona.
Se…

Se non fossi sempre così idiota, probabilmente imparerei ad accettare che le persone vanno e vengono, alcune si fermano accanto a te, altre nemmeno si accorgono della tua esistenza.
Poi, però, ci sono quelle che ti sfiorano soltanto ed è sufficiente quell’impercettibile gesto per risvegliare un senso  sopito, forse sepolto. Ed è struggente ripensare a quell’istante in cui ti sei sentito vivo, in cui qualcuno, che poi ha scelto di essere un signor nessuno, ti ha fatto scoprire un piacere sommerso. È struggente perché poi pensi di avere perduto un’occasione, di non avere colto l’opportunità, di esserti aggirato nel mondo con l’aria del fantasma che, così pieno di sè, non ha mai capito quanto invece siano importanti gli altri. O alcuni altri. O un altro soltanto.

Quando lo capisci, ti fermi, spossato. Pensi agli errori commessi. Pensi che avresti potuto coltivare delle amicizie ed invece sei, nuovamente, spettatore di vite altrui, come dietro ad un vetro.
È come attendere su un ponte, guardando la corrente del fiume. Il movimento vitale dell’acqua e tu, fermo, immobile, ferito nella tua autostima. Ad aspettare qualcuno che non verrà. Ora, come anni fa.

Kiss the rain

novembre 1, 2010 § Lascia un commento

Quando ero piccolo, nelle giornate di pioggia intensa, affacciandosi al balcone di casa –quella in cui non abitiamo più da venticinque anni- si potevano vedere le strade trasformate in un fiume marroncino, un misto di fanghiglia e sporco, di terra bagnata e forse di liquami. A me piaceva l’odore intenso, qualcosa che ricordava il mare in tempesta, l’odore di pesce e salsedine, misto alla ruggine e alla terra. E così Mutter mi bardava come un’eroe d’altri tempi con un impermeabile di plastica rigida che faceva cik-ciak-cik-ciak ad ogni movimento e con un ombrellino di plastica trasparente che non era propriamente maschile ma che avevo ereditato da mia sorella (gli anni settanta ed ottanta: il trionfo della plastica!). A completare l’opera, un tocco di classe la davano degli stivaletti simil-pescatore della stessa tinta dell’impermeabile. Blu elettrico. Non ero certamente un bambino che potesse passare inosservato.
Mi piaceva guadare quel fiume di ‘sporco’ come lo definiva sbrigativamente Mutter, e smaniavo per  percorrere non più di cinquanta metri per giungere dal panettiere, quel centinaio per arrivare all’edicola che un tempo era nella via stretta-tutta-curve che portava al cimitero e poi tornare indietro, passando a volte dalla posta, altre volte in merceria. Pareva un’avventura, ed io ero il ‘cavaliere blu’(Der Blaue Reiter, chi l’avrebbe mai pensato allora?), trascinato da Mutter che, magia della maternità, riusciva a superare la corrente sembrando sempre perfetta (quella capacità degli adulti o delle persone ‘di rango’ di risultare sempre a posto, anche dopo un cataclisma, capacità che io non ho mai appreso, tanto da apparire sempre un transfuga, un rifugiato, un esule…)
Quando la mattina mi affaccio alla finestra e vedo pioggia, ritorno indietro di quasi trent’anni e, bizzarre connessioni della memoria, riesco a percepire la fragranza del pane appena sfornato. Poi penso al biondino –esponente di spicco della razza mal nata dei seduttori seriali- e alla definizione che mi ha dato già un paio di volte: “Sei l’uomo della pioggia”. E non credo si riferisca ad una qualche forma di autismo che mi affligge, ma al fatto che mi presenti a casa sua per lo più quando piove, forse spinto dal romanticismo del momento.
Perché, lo ammetto, la pioggia è romantica. C’è sempre un acquazzone in ogni film d’amore che si rispetti; una corsa sotto la pioggia per fermare l’amata o l’amato; un bacio tra i goccioloni e in mezzo alla folla; ombrelli prestati e passeggiate a braccetto per le strade di Manhattan (piove sempre a Manhattan, almeno nei film); o essere improvvisamente sorpresi da un rovescio a Central Park. O ci sarà sempre un ‘Gatto’ da cercare disperatamente dopo averlo in malo modo cacciato da un taxi,  dopo che qualcuno ci avrà detto: “You call yourself a free spirit, a ‘wild thing’, and you’re terrified somebody’s gonna stick you in a cage. Well baby, you’re already in that cage. You built it yourself. And it’s not bounded in the west by Tulip, Texas, or in the east by Somali-land. It’s wherever you go. Because no matter where you run, you just end up running into yourself.”
Ci costruiamo gabbie, forse per non soffrire, forse semplicemente per avere uno spazio limitato da controllare agevolmente. E non è uno spazio fisico: quanta gente viaggia in lungo e in largo ma vive sempre nella stessa gabbia, ripete le stesse cose, rivive se stesso come se fosse all’ennesima replica di uno spettacolo teatrale, riciclando battute ed emozioni?
Io tendo a farlo coi ricordi, adagiandomi sul passato, in una malinconia che ha il pregio di scolorire ogni cosa, rendendo persino il dolore più accettabile, le sconfitte più tollerabili, i silenzi e le rotture quasi romantici.
E mi è impossibile fermarmi: la pioggia mi ricorda Isolde e il parcheggio di un locale della provincia varesotta, vicino ai binari del treno (il treno… altro generatore di malinconia). Io e lei balliamo sulle note di November Rain e le chiedo: ‘Iso, devi dirmi qualcosa?’. Quel qualcosa era semplicemente la certificazione che i nostri amori liceali e adolescenziali finiscono; che le persone cambiano, che l’università ci spinge verso altre esperienze, che lei si vedeva con un altro, ma non voleva dirmelo…
Un paio d’anni più tardi –o forse di più- invece baciai uno dei miei migliori amici. Ricordo ancora la pioggia e il ritorno in auto, affannoso, da Milano verso la remota provincia, coi tergicristalli che raschiavano il vetro rumoreggiando uno ‘screak-screak’ fastidioso ed io che, ancora intriso di insano cattolicesimo, mi dicevo: ‘forse morirò in un incidente, ora… per avere baciato un ragazzo’. Non ci siamo più visti per un paio d’anni, forse tre.
Di nuovo, qualche anno dopo l’incidente, sotto la pioggia, lo feci davvero… In realtà non pioveva nemmeno molto, il fondo era umido, ed io tornavo –ancora una volta- da Milano (questa vita come uno yo-yo dovrebbe essere studiata e analizzata). Finii fuori strada, centrai un palo, nonostante i miei agili sforzi per evitarlo. Non mi feci nulla ma rimasi stordito per qualche ora. Forse quello era un periodo della mia vita in cui, stupidamente, pensavo che non sarebbe stato un male terminare lì il gioco, non andare più avanti. Ci sono abissi dell’anima in cui coviamo pensieri cupi e ci sono momenti nella nostra vita in cui li scoperchiamo. La bravura sta nel richiudere prima che sia troppo tardi.
Non incontrai il biondino in un giorno di pioggia, ma spesso, in questi ultimi due anni, forse per pura casualità, le serate trascorse con lui sono state sere di pioggia, di vento gelido, di nebbiolina leggera e sfilacciata –ma sufficiente a immergere la città in un alone di irrealtà. In un giorno di pioggia, invece, forse ormai sette anni fa, incontrai in un luogo non tanto ameno (un ospedale) un ragazzo che considero, ancora adesso, a distanza di anni e con qualche esperienza in più sulle spalle, il più bello mai incontrato. O meglio, il più bello che mi abbia mai rivolto la parola. A dire il vero, fu sua madre a rivolgermi la parola. Ricordo ancora che dalle finestre di quella stanzetta si poteva vedere la pioggia scrosciare. Io mi girai verso questa donna e vidi gli occhi di lui. Avrà avuto meno di vent’anni… il resto è solo un po’ di storia.
Non c’è niente che la pioggia non possa regalare. Una sorpresa, un incontro, un appuntamento, una delusione, un ricordo. Così trascorri una domenica sera a camminare per una Milano allagata e trattieni il respiro, pensi e ripensi, arrivi fin quasi sotto casa del biondino e ti dici che sì, lui è un mascalzone, non è per niente la persona che sognavi da piccolo, non è affidabile ed è volitivo, ma che bello sarebbe bagnarsi sotto la pioggia con lui! Dirglielo, in uno slancio di irrazionalità, sarebbe perfetto. Ma poi ritorni sui tuoi passi, ti inzuppi i piedi nelle pozzanghere grandi come laghetti di montagna, schivi le masse d’acqua sollevate dai suv che procedono a velocità sostenuta e sei comunque contento. Tu, la pioggia, i mille pensieri di sempre. E l’immutabile sensazione che quel cielo color lamiera, quel grigio stinto delle vecchie ford fiesta, ti riservi ancora delle novità. Una per ogni goccia.

Elementi circuitali statici, senza memoria

ottobre 14, 2010 § 2 commenti

Errico ed io parlavamo seduti al tavolo di un delizioso luogo di ritrovo, un po’ decentrato, quasi ai confini con la periferia, eppure accogliente e ben frequentato. La gente intorno a noi andava e veniva da una sala affollata, dove si teneva un reading, una di quelle meritorie proposte culturali che, però, molto spesso servono a rinfocolare la supponenza di chi ci va e nulla più, a dispetto dello sforzo di chi le organizza.
Si parlava della nostra vita di fronte ad un bicchiere di vino, di incontri e incomprensioni, delle solite paturnie d’amore che toccano  chi, come noi, vive di scrupoli e di buona educazione, tanto che quella sentimentale è ancora affidata a Flaubert; si parlava di viaggi e progetti, sorseggiava con parsimonia dal bicchiere –ché poi si sarebbe dovuto guidare-  e tra una lamentela ed una risata, non ci passa mica accanto Nicandro!
Proprio il Nicandro! Non invocherò la Musa perché mi ispiri parole per descriverlo –ché tanto non sarebbero mai quelle giuste e Nicandro (volesse mai il cielo che dovesse sporcare il suo sublime intelletto leggendo queste righe sciatte e prive d’ironia!) potrebbe travisarle avendosene a male- e mi limiterò a dire quel che lui ha rappresentato per me. Nicandro è il gay che ogni gay vorrebbe incontrare. Nicandro è tutto quello che uno come me, complessato ed infelice per la propria condizione, desidererebbe. Nicandro, come avrebbe detto il mio amico Fermo, è l’angelo diverso da tutti gli altri.
È lui ad avermi insegnato che si può essere gay senza sentirsi a disagio se non si parla di vestiti e moda; ad avermi aperto gli occhi e insegnato ad andare oltre le apparenze;  che con la sua resistenza al sentimentalismo mi ha guidato a ridurre quel fiumiciattolo di cariche emotive, che malamente chiamiamo amore, in una minima corrente di sensazioni; e che la tensione vibrante e sessuale tra due corpi si trasforma in un pericolo quando la corrente che ci può scuotere è elevata e dannarci per sempre. È lui ad avermi gioiosamente regalato il principio che non si possono confondere un paio di ‘trombate’ per amore; è da sciocchi svenevoli che confondono una signora Dambreuse con una Marie Arnoux.
Nicandro! Quanto ho venerato il suo sorriso schietto e la sua sincera ironia? Schiettezza, sincerità! Parole che in lui assumevano tutto un altro valore; trascendendo quello che comunemente potevamo ritenere tale. Quanto ho accarezzato emozionato l’idea di essergli amico, forse coltivando segretamente quella di esserne ‘il migliore’, sempre a caccia di classificazioni e posizioni, o di un riscatto dall’adolescenza in cui si era ‘il confidente’ per tutti, ma mai l’amico di qualcuno!
Insomma, quel Nicandro lì, ti passa accanto e si volta.
Riconosce Errico. Finge titubanza –Nicandro è un attore, lo so- e poi azzarda.
“Err…Errico?”
“Sì”
“Non so se ti ricordi di me. Sono Nicandro… ci siamo conosciuti una decina d’anni fa…credo”
“Certo che mi ricordo”
Si stringono la mano. Io guardo con l’aria confusa. Si scambiano ancora delle parole e poi saluta, facendo cenno che di là, nell’altra sala, il reading e l’amore, quello vero, quello di una Marie Arnoux angelicata, lo richiamano all’ordine.
Non avevo alcun dubbio sul fatto che non mi salutasse. Mi chiedevo, da spettatore, come avrebbe risolto la situazione. Ha guardato dritto in fronte a sé, poi ha voltato lo sguardo dall’altra parte e si è girato, voltandomi le spalle.
Per la prima volta in vita mia, per la prima volta da quando Nicandro mi ignora –lo fa da anni ormai- non ho sofferto perché Lui mi ha ignorato, ma perché Io sono stato ignorato. Mi sarebbe spiaciuto se ad ignorarmi fosse stato anche un Antinoo, una Corinna, un James qualsiasi. Per la prima volta, dopo anni, tutta la mia stima per lui –che è rimasta immutata- e tutto il mio bene –sono un accumulatore, che ci posso fare?- hanno assistito alla prima crepa. Si è chiamata ‘pena’.
Perché Nicandro è bello, oh sì, se lo è! È simpatico, è intelligente, è alto, aitante, sportivo! Ha mille interessi ed è un giramondo curioso. Ha un amore di lunga data e l’aria compiaciuta di chi pensa di essere ammirato ed invidiato. Ma non ha memoria.
I suoi occhi sono quelle lenti che si porta sempre appresso e la realtà che vede è bidimensionale. Ciò che coglie è l’attimo, l’istante della sua fotografia, la luce giusta, l’angolatura perfetta, la posa intrigante. Un lavoro di cesello per far apparire la perfezione, ma è apparenza. C’è sempre un imprevisto in agguato, una luce improvvisa, un movimento brusco che possono inficiare la buona riuscita ed allora si rifa, si riscatta, si risistema, si manipola, se necessario. E si ripropone la perfezione. Perché il mondo di Nicandro è bello, esteticamente.
Così di ogni cosa rimangono solo testimonianze slegate, dei quadri inanimati, dei ritratti così precisi nell’estetica da essere rarefatti nell’essenza. Del tempo non c’è memoria: tutto è spinto in un presente eterno la cui perfezione sta proprio nella rimozione del passato scomodo.

Ti dirò Nicandro, che io non ce la farei! In parte perché non sono bello, né aitante, né sportivo, né intelligente e brillante, ma soprattutto perché ho memoria. E mi hai insegnato tu che l’apparenza è secondaria. Che non vorrei mai apparire felice senza esserlo, e non vorrei esserlo senza consapevolezza.
Anche domenica, vedendoti sparire, mi sono chiesto: che avrebbe dovuto quindi fare un amico? Sincerità e schiettezza. Anche a costo di far male. E allora Nicandro, ecco spiegata la mia avversione al ‘tuo amore’, così perfetto da apparire irreale, alle sue temerarie scappatelle del fine settimana, alla sua gelosia a tempo e all’astuzia di chi, appena ti volti, cerca diversivi altrove. Non se n’era parlato anni fa? Che mi dicesti? Avresti voluto sapere. Non è mica facile, sappilo, trovare il modo per dire certe cose, per raccontare una storia banale –perché sì, è banale, comune, ripetitiva; in questo non vivi nulla che sia originale- di tradimenti e incontri furtivi, di foto, che due anime candide come noi ancora trovavano inopportune , che girano in rete, di quello che è, forse solo per me, un inganno alla buona fede. Avresti potuto dire ‘mi va bene così’ e allora avrei capito, quel che ho capito anni dopo.
Cosa porta la verità? Ti avrebbe reso più felice? O forse ti avrebbe tolto qualcosa? Avresti sofferto, mentre ora no.  Questo è vero: perché il lato positivo di essere senza memoria è quello di non accumulare rabbia dal passato, né rancore, non chiedere nulla e non volere nulla, godere del presente senza farsi troppe domande sul futuro. Essere qui ed ora. Come se qui ed ora fossero le due dimensioni di una foto. Incurante di bugie e mezze verità, persino del fatto di dividere un letto con uno che ti mente freddamente da anni. Tu ci vivi con uno così, io non potrei.
Ma ti ho capito. E non sono d’accordo, ovviamente. Ed è forse per questo che ho memoria di un Nicandro che era, per dirla alla Fermo, l’angelo diverso da tutti gli altri. Ed è per questo che rimango interdetto dalla tua capacità di ignorare e cancellare una conoscenza, solo perché è testimone di una posa mal riuscita, di una foto fallata. Ed è per questo che, pur essendo io un perdente –uno sfigato, si direbbe- in confronto a te, domenica sera ho provato un po’ di pena. Nella tua ostinata affermazione del mondo, così come te lo rappresenti, mi sei parso Charles Bovary. L’esatto contrario di quel che vorresti essere e di quel che, da amico, ho sempre pensato che fossi.

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