Due parole non richieste sulle vacanze…

Ildegardo, tornando dalle vacanze, ha detto che avrei dovuto scrivere almeno un post. Uno piccolo, non una lenzuolata, ché poi non la legge nessuno: si sa com’è fatta la rete! Due righe e già l’attenzione scema, a meno che non ci siano foto di tizi muscolosi che ammiccano corrucciando la bocca scrivendo: “Mi sento grasso!” in una dinamica acchiappa-consensi che, pur essendo da asilo infantile, riesce sempre a ottenere dei risultati, a dimostrazione che il lettore medio non è tanto migliore di chi comunica il niente.
In breve, le mie vacanze sono state per lo più tedesche, con un intermezzo praghese, dove tra l’altro ho festeggiato il mio compleanno.

Il motivo di questo post -a mesi di distanza dall’ultimo- è però una lode non richiesta alla città di Amburgo, o forse alla Germania, spesso presa di mira, spesso vituperata, forse semplicemente incompresa.

Lo so, probabilmente Amburgo è una città tedesca che si è contaminata. Ci hanno suonato i Beatles quando non erano ancora i Beatles; ha un quartiere a luci rosse che è più caotico e forse fuori posto di quello che c’è ad Amsterdam; ha un’architettura che vorrebbe essere un misto tra un recupero del passato -come succede nelle città del sud Europa- e di proiezione nel futuro con il progetto del quartiere avveniristico di HafenCity. Insomma, è un guazzabuglio, nel quale si trovano anche oasi di pace e tranquillità.

Probabilmente Amburgo mi è piaciuta perché è discreta come Milano, perché gli amburghesi devono essere dei grandi ottimisti se considerano una collinetta su un tratto di fiume (l’Elba) non proprio azzurro e pulito, con vista porto e fabbriche, uno dei posti più esclusivi della città (sto parlando di Blankenese), perché i servizi funzionano o soltanto perché la gente sorride.
Ciò che la rende speciale sono i suoi abitanti.
Non ci è mai capitato nei nostri viaggi nelle città europee di trovare persone che si proponevano spontaneamente di aiutare, senza doversi chiedere se ci fosse la fregatura dietro l’angolo. Normali cittadini che, ad ogni  nostra esitazione, si avvicinavano con il loro “Can I help you?” e un sorriso e la voglia di essere d’aiuto.
Probabilmente è la tipica propensione delle città con un porto, la naturale predisposizione agli scambi culturali ma probabilmente è solo il sovvertimento del luogo comune che vede i tedeschi freddi e insensibili.
Abbiamo notato questa tendenza negli anziani, probabilmente cresciuti con una disciplina che univa l’ordine e il rigore all’umanità., ma anche i giovani non erano da meno.
Al memoriale di San Nicola (ormai solo rovine di una chiesa con un campanile altissimo, usato dalla RAF come punto di riferimento per il bombardamento massiccio su Amburgo nel 1943)  c’è un museo e una installazione che spiegano ciò che dovettero subire gli abitanti di quella città, ma quel che mi ha colpito è stata l’onestà intellettuale di chi è riuscito a scrivere che la colpa di tutto fu del nazismo, i bombardamenti ne furono una conseguenza, quel memoriale il simbolo della malvagità umana, ma non di quella inglese, ma di quella tedesca.
Abbiamo mai fatto veramente i conti col nostro passato? Potremmo mai parlare ancora oggi così liberamente di Mussolini tanto addirittura da sentirlo rimpiangere da alcuni -anche esponenti politici di alto livello- se avessimo pensato sul serio alle limitazioni della libertà che il fascismo impose nel nostro paese?
I Tedeschi forse sono stati inchiodati al passato e scontano quell’orrore indimenticabile che ha segnato il Novecento; ma quell’orrore ha insegnato loro il senso del Potere e dei contropoteri, il valore della libertà, l’idea dell’accoglienza.
Probabilmente in alcune città questo è più visibile rispetto ad altre realtà -non è un paradiso terrestre, lo so, e ad esempio Monaco mi ha creato inquietudine (forse c’entra il fatto di esserci andato 30 ore dopo l’attentato al centro commerciale)-  ma  si capisce allora chiaramente perché la leader di un partito conservatore nonché Cancelliere apra le porte ai rifugiati politici, a chi scappa da una guerra, a chi cerca libertà che non ha. Si capisce perché però i cittadini siano preoccupati: accogliere non significa stravolgere le proprie idee e i propri ideali per dare una casa a chi è straniero. È lo straniero che accetta la nuova casa, ci deve vivere rispettando quelle regole di libertà e democrazia che sembrano ad alcuni parole ingenue, quasi svuotate di significato, eppure ancora così valide e intense.

Nel sorriso degli amburghesi c’era il sorriso di un paese che sembra lontano anni luce dal nostro. Eravamo ad Amburgo nei giorni del Gay Pride.
Organizzato intorno al BinnenAlster, il piccolo laghetto artificiale a pochi passi dalla Rathaus (il palazzo municipale di Amburgo), in pieno centro. Sulla Rathaus sventolava la bandiera arcobaleno e tutti gli edifici pubblici ne mostravano una. Gli alberghi e i palazzi facevano sventolare la loro e nessuno si indignava. Tutti i partiti politici tradizionali avevano montato un gazebo o uno stand: dalla SPD alla Linke, dalla CDU ai Nuovi Liberali, ai Verdi, chiunque era lì presente per mostrare il senso della accoglienza; i gay, le lesbiche, i transessuali, i poliamori, i bisessuali sono cittadini tedeschi che hanno diritti e doveri come tutti e ogni forma di intimidazione contro di loro, ogni limitazione della loro libertà a essere felici diventa un puntiglio per i politici, una sfida per l’intera società.
C’era una simpatica atmosfera di festa, famiglie che passeggiavano per la St.Cristopher Street preparata per l’occasione; c’erano turisti e cittadini; c’erano ragazzi e ragazze.
Mi ha commosso vedere giovani, probabilmente sedicenni o diciassettenni che si incontravano lì, forse si erano dati appuntamento solo un paio di ore prima, e sorridevano contenti, con la naturalezza degli adolescenti che non devono stare nascosti, sepolti, chiusi, non devono temere, non devono fare i conti con il pensiero di essere sbagliati e magari col desiderio di mettere fine alla loro vita perché non vedono speranza nel futuro.
Poi accade di vedere qualcosa che ti fa pensare che questa Germania che tutti associano storicamente al peggio sia un posto ben più accogliente di quanto ce lo vogliano dipingere.
Dalla facciata di una chiesa luterana ecco sventolare una bandiera arcobaleno ed è questo il segnale più semplice e diretto contro l’omofobia che spesso si nasconde dietro le gonnelle dei preti e della morale religiosa.
Sei lì, in un pomeriggio di agosto e ti chiedi: ma possibile che noi siamo rimasti bloccati per mesi a parlare di diritto naturale, di matrimonio tra uomo e donna, adozioni, elementi contro natura e qui sia così semplice? Possibile che si debbano ancora sentire sindaci blaterare riguardo la loro volontà di non rispettare la legge dello Stato di cui sono rappresentanti? Davvero qualcuno parla di obiezioni di coscienza?
È davvero possibile vivere in un Medioevo che è a soli 800 km da qui?
Le vere nemiche dei fondamentalismi sono le libertà; i fondamentalismi si nutrono di ignoranza e di limitazioni di libertà, di nemici veri o presunti contro i quali scagliarsi e, per una strana eterogenesi dei fini, spesso i fondamentalismi sono alimentati e si sostengono grazie a coloro che dicono di volerli combattere con fondamentalismi di uguale misura ma verso opposto.
Il vero modo per vincere ogni forma di odio è amare queste libertà, renderle accessibili a tutti, spargerle nel mondo. Con un sorriso, come quello degli abitanti di Amburgo.
Scoprire di essersi innamorati di una città che magari non è bella, ma ha un’indole bellissima e i cui abitanti hanno fatto proprio il motto che accoglie chi entra alla Rathaus: “Libertatem quam peperere maiores digne studeat servare posteritas” (I posteri abbiano cura di preservare la libertà che fu partorita dagli antenati)
Vorrei che questa Italia fosse un po’ Amburgo.

PS: Amburgo era una delle città in lizza per ospitare le Olimpiadi del 2024. Con un referendum i cittadini hanno preferito togliersi dalla gara. Quando una città funziona bene e i suoi abitanti sono ben serviti  e soddisfatti, non c’è bisogno di una vetrina olimpica che faccia spendere solo soldi senza grandi ritorni economici. Aspettare Olimpiadi o Mondiali per poter costruire infrastrutture o opere pubbliche,che servirebbero ai cittadini ogni giorno, è ormai una operazione da paesi del Terzo Mondo o da regimi totalitari. Anche questo ci insegnano gli abitanti di Amburgo.

Con la crisi che c’è…si parla di gay?

(Questo post potrebbe essere lungo per chi è abituato a non superare le trenta righe di lettura. Me ne scuso)

Ci sono frasi particolarmente odiose e insopportabili tra quelle che si sono sentite nelle ultime settimane a proposito dei diritti civili per gli omosessuali.
Ci sono anche gesti eclatanti che poco hanno a che fare con la lotta politica e molto, invece, con l’ideologia e con un certo oscurantismo medievale.
Poi ci sono quelli che hanno sempre ‘altro’ a cui pensare.
Così, tra le affermazioni che mi infastidiscono di più, un ruolo di primo piano lo assume il: “L’Italia è in crisi da 7 anni, la gente non ha lavoro e a cosa dovremmo pensare? Ai bisogni dei gay?”
Questa frase, secondo me, è il bigino di tutto quel che non va nel pensiero comune, nel dibattito di questo paese e soprattutto in quella che, secondo alcuni, è una grande rivoluzione ma che, a parer mio, è la peggiore delle involuzioni, ovvero l’uso dei mezzi di comunicazione di massa digitali per dar voce alla pancia delle persone che, vuoi per limiti oggettivi, vuoi per un basilare principio statistico, non sono tutte alla pari di Kant, Hegel o Cartesio.

L’Italia è in crisi da anni, certo.
Sono quarant’anni che vivo col fiato sul collo d’una crisi permanente. Sono nato nella seconda metà degli anni ’70: l’Italia faceva i conti con se stessa, con l’austerity e con il terrorismo. Eravamo in crisi. Una crisi culminata con l’omicidio di Moro (avevo due anni) ma anche con quella serie di stragi senza risposta come Ustica (che risposte, a parer mio ne ha sempre avute, ma per ragioni di stato non si davano, bien sûr) o la stazione di Bologna.
Ho vissuto l’inizio degli anni Ottanta con l’attacco al sistema dello stato portato avanti da logge massoniche, la P2 (che a saper come sarebbe andata a finire…) e con l’inflazione che galoppava. C’era crisi e il debito pubblico iniziava a esplodere mentre ci raccontavano che eravamo una potenza, forse la quinta al mondo, forse la sesta, forse non si sa, mentre sprofondavamo nei debiti.
Gli anni Novanta sono iniziati con l’immagine del baratro: ci avvicinavamo al fallimento dello Stato mentre i pezzi pregiati della politica (erano pregiati quelli! Immaginiamo le seconde e terze file di rincalzo che li hanno sostituiti e sono ancora al potere!) cadevano sotto i colpi delle inchieste giudiziarie e venivano sostituiti da un plutocrate che con loro aveva fatto affari.
L’euforia dell’Euro non è servita a mitigare l’inizio catastrofico del Millennio: il terrorismo, le Torri Gemelle, le guerre. Ci veniva spiegato che eravamo sempre un po’ sotto il livello di crescita previsto perché era colpa della congiuntura internazionale.
Congiuntura crudele tanto da divenire crisi conclamata e quasi tragedia economica dal 2007 in poi. E siamo arrivati agli anni ’10: il governo tecnico, il populismo, il debito che sale senza fermarsi e un tale che ostenta serenità e positività come in quelle sedute di gruppo dove insegnano a camminare sui carboni ardenti.
Insomma, sono 40 anni che viviamo in una crisi che non ha fine.

A guardarla con occhio algido, questa crisi non è altro che la Storia che avanza. Elsa Morante ci ha scritto un romanzo-saga che forse varrebbe la pena di leggere, perché la Storia che avanza, con i suoi punti di rottura, le crisi, le ricomposizioni, la politica, i movimenti, e chi più ne ha più ne metta, è la nostra Vita.
Come in una trincea, ci muoviamo lì dentro e il nostro piccolo mondo quotidiano si sviluppa all’ombra di questo Qualcosa che ci sembra lontano ma non è altro che il nostro spazio-tempo.
C’è la crisi, ma questa crisi ci sarà sempre e non per questo la società è rimasta bloccata per 40 anni. Com’era il mondo 40 anni fa? Come si è evoluto?
Com’era la nostra società solo alla fine degli anni Settanta? Cosa è cambiato?

Quindi, sì!, con la crisi che c’è, la disoccupazione e tutto il resto, non è insensibile parlare di diritti. Anzi, doveroso.
Perché tra i diritti fondamentali c’è quello di vivere come cittadino nella pienezza della propria personalità, nel rispetto delle libertà altrui, perseguendo la naturale inclinazione alla felicità che è la somma di più addendi: si è cittadini felici se dignitosamente si lavora -e si viene giustamente pagati- e si è cittadini felici se si può amare liberamente chi, nel pieno delle sue facoltà, ci ama.
Non sono cose che si escludono; sono intimamente unite.
Proprio quando c’è una crisi economica dalla quale pare non si debba uscire mai ci si deve occupare dei diritti dei cittadini. Di tutti i cittadini, che godono di diritti non in quanto coppie o famiglie, ma in quanto membri singoli di uno Stato che dovrebbe tutelarli.

Il ben-altrismo è una delle malattie croniche di questa Italia: ogni volta c’è sempre qualcos’altro che dovrebbe avere più importanza. E se scoprissimo che più cose hanno importanza contemporaneamente? Il nostro legislatore non è in grado di poter comprendere e agire su più temi nello stesso tempo? Forse allora è il caso di chiederci se non stiamo eleggendo pessimi rappresentanti da troppi anni!
La crisi è diventata l’alibi per non dare diritti. In queste settimane si è addirittura disquisito dei costi esorbitanti che avrebbe l’estensione della reversibilità a coppie gay, paventando l’idea che queste pretese degli omosessuali potessero essere la causa scatenante di una povertà dilagante.
A parte il fatto che certe affermazioni sono smentite da dati e fatti certi -che il lettore più avveduto potrà trovare da solo- ma rimane il problema di base: i diritti quindi si elargiscono in base al loro costo?
Questo mi fa pensare al dibattito senza senso che si sviluppa da anni sui costi della politica: quanto costa la democrazia? Tanto.
E basterebbe studiare un po’ di storia per saperlo.
Non si vuole spendere per la politica? Basterebbe votarsi a una dittatura, agli umori del principe di turno, ai capricci di chi decide per gli altri, magari in base a simpatie e antipatie (non è quel che succede quando si sceglie la via veloce dei politici demagoghi? Non si scopre poi che aiutano solo gli amici, gli amici di amici e il solito ‘cerchio magico’?). Anche Atene, nell’antica Grecia, arrivò a un punto del suo sviluppo democratico in cui si accorse di avere costi onerosi. Decise di risolverli dando vita a una politica espansionistica che, a ben guardare, fu l’inizio della sua crisi definitiva.
Quante cose si imparano dalla storia! O non si imparano… Si dovrebbe imparare che i diritti sono un costo ma sono la base del vivere civile, basato sull’uguaglianza dei cittadini e sull’armonia che ne deriva.  Si dovrebbe imparare che, a volte, è meglio un punto di PIL in meno ma un numero inferiore di tensioni sociali e di cittadini scontenti. Si dovrebbe imparare che se i diritti elargiti sono condivisi è anche più facile accettare un grado di ricchezza minore.

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Non ho capito cosa ci sia di così terribile in due uomini che si amano o in due donne che si amano.
Non era il progetto di Dio? Siamo davvero, in quello che è  uno stato democratico, impegnati in una discussione su quel che vuole o non vuole Dio?
E quale Dio? Quale tangibilità ha quel Dio dietro cui ci si ripara per spiegare le scelte del legislatore?
Io credo nell’esistenza di un Dio. Ricordo una conversazione appassionata con Ildegardo (il mascalzone che mi sta accanto) su Dio e su quel che ci sarebbe capitato dopo la morte.
È naturale per l’uomo porsi queste domande; la paura della morte, del futuro, il timore di essere soltanto delle inutili particelle che si agitano in un infinito immenso, sperduti nella nostra piccolezza, spinge ad aggrapparci a qualche idea rasserenante.
Io credo in Dio, ma il Dio in cui io credo è il Caos. Non è amore e non ha a cuore alcuno dei nostri destini. È un Dio-Caos che percepisco dalla realtà, che colgo dalla natura e dagli eventi, che si manifesta nell’evolversi del nostro destino.
Il mio Dio vale davvero meno di quegli altri?
No, perché per quanto ci si affanni a trovare dimostrazioni dell’esistenza di un dio o di un altro, la religione si basa sulla fede, questo sì, un gesto estremamente innaturale per l’uomo. Decidere di non adoperare alcun senso critico e accettare senza riserve le spiegazioni più assurde per fenomeni naturali, non è forse più un atto di abdicazione della ragione?
Quindi, in nome di una entità che è tutta da dimostrare, sulla base di dogmi che sono meno verificabili di un teorema, dovremmo stilare i diritti tangibili e concreti che i cittadini di uno stato possono o non possono avere?
Perché poi chi ha Fede dovrebbe decidere anche per chi invece non l’ha? O per chi ne ha una diversa? O per chi ne abbraccia una in cui è lecito che due persone dello stesso sesso si possano amare e sposare?

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Così ieri sono diventato uno che vive in una ‘condizione oggettiva di errore’.
L’ha detto il cardinale Bagnasco, a capo della CEI, riprendendo credo le parole del Papa, quello che ha suscitato tanti entusiasmi -come ne suscita un nuovo Papa all’inizio, per poi capire che in sostanza dice sempre le stesse cose, ma usando meglio i mezzi di comunicazione di massa, come una twitstar o una blogstar qualsiasi.
Se vivessi in un paese occidentale evoluto non mi preoccuperei di quel che dice Bagnasco, né di quel che pensa il Papa, o se la Madonna soffre quando bacio il mio fidanzato.
Il problema è che questo stato non confessionale è invaso dalle gerarchie cattoliche, è inginocchiato di fronte agli altari affumicati dall’incenso dei turiboli della stampa e delle classi dirigenti che si sono susseguite negli anni.
All’arretratezza culturale ha contributo anche la scuola, riformata più e più volte per renderla una stamperia di diplomi e mai un luogo di critica; una scuola in cui si insegna la religione cattolica e poco la filosofia e la critica; una scuola in cui è meglio ridurre la logica geometrica e il latino per debellare ogni possibilità ribellione critica razionale al pensiero unico.
Sulla condizione oggettiva di errore ho riflettuto mentre guidavo, giusto il paio di minuti dopo avere sentito il cardinale – uno degli uomini della Chiesa, pastori di anime, gente che infonde speranza e non condanna, evangelizzatori dell’amore universale- biascicare il suo odio verso quelli come me. Nella mia condizione oggettiva di errore mi sono ritrovato a pensare a tutte le volte che, invece, la mia vita ha avuto un senso per me e per gli altri.
Poi ho pensato che per anni, generazioni di italiani hanno visto documentari del mondo animale e hanno potuto rendersi conto che ‘la famiglia naturale’ non esiste. Non esiste un unico modo di fare famiglia. Anche nel mondo animale ci sono individui con orientamento omosessuale. Anche loro un errore oggettivo?
E allora questo Dio che pensa a tutto perché ha creato anche animali omosessuali?
Perché se l’omosessualità dell’uomo è un errore oggettivo, che prevede una scelta voluta, un desiderio quasi diabolico di allontanamento dal disegno originario di Dio, mi domando quella degli animali cos’è, a che pro?
Sarebbe ben crudele un Dio che creasse volutamente degli animali oggettivamente in errore! E se ciò non fosse, allora vorrebbe dire che gli animali scelgono consapevolmente l’omosessualità come errore oggettivo? Ci sono animali raziocinanti? Perché allora non rivolgere l’evangelizzazione anche a loro? Forse perché meno influenzabili? Forse perché non potrebbero contribuire economicamente allo sfarzo della Chiesa? Forse perché non li si può minacciare e tenere sotto scacco per decenni, secoli, millenni con l’invenzione del peccato da smacchiare? Forse semplicemente perché tutto questo NON HA SENSO?
Ecco, ieri pensavo che l’errore oggettivo è stato quello di consentire a un desiderio privato e religioso di farsi istituzione secolare, potente e oscura, e di penetrare così profondamente nei gangli dello stato italiano per orientarne le scelte, incurante del male e del dolore che può creare su milioni di persone. Dolore che scientemente desidera, auspica, promuove, proprio perché tramite quello riesce a tenere saldo il proprio ruolo di potere, se non aumentarlo.

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Basti pensare a come sia stato accolto il presidente iraniano dal Pontefice.
Inchini e salamelecchi, un turbine di simpatici scambi.
Neanche un accenno ai diritti civili calpestati in quel paese. Né tanto meno alle impiccagioni di omosessuali che sono all’ordine del giorno.
L’unica cosa di cui ci si preoccupa è che vengano tutelate chiese e sinagoghe. Per il resto, nulla importa.
Non importa nulla nemmeno a chi ci governa. All’idea di qualche miliardo da poter usare per scopi elettorali, dell’Iran va bene qualsiasi cosa.
Tanto bene che si decide addirittura di non turbare l’ospite, coprendo statue che mostrano nudità. Un capo di stato, nel ventunesimo secolo, potrebbe essere scandalizzato da un pene di una statua? Pare di sì.
Pare che nessuno consideri questa una idiozia, pare che la patria dell’arte e del bello, preferisca occultarlo per non spiacere un possibile investitore.
E ci stupiamo del potere immenso del Vaticano?
Come pensiamo di combattere una guerra per tutelare il ‘nostro mondo’, se per alcuni il mondo in cui vorrebbero vivere è il MedioEvo e vi sono più punti di contatto con la teocrazia iraniana?
Come pensiamo di tutelare i nostri diritti se per un po’ di soldi siamo in grado di rinnegare noi stessi e la nostra storia?
Lo abbiamo fatto con la Cina, lo facciamo con l’Arabia e il medio Oriente, lo faremo anche con l’Iran.
Del resto, salterà fuori sempre qualcuno che dirà: “Con la crisi che c’è, davvero volete fare le pulci agli investitori?”

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Non sono i migranti, siamo noi.
Non sono quei disperati che giungono sulle nostre coste, con la loro religione, il loro stile di vita, le loro disgrazie e le loro paure, miste ad aspettative che spesso vengono subito tradite, a mettere a rischio la nostra cultura occidentale.
Siamo noi.
Siamo noi che accettiamo di fare affari con chi disprezza il nostro modo di vivere, con chi ci blandisce con un po’ di denaro, in una specie di contrattazione al ribasso dei nostri valori.
Siamo convinti che tutto serva per aumentare la nostra ricchezza, darci un po’ di lavoro sottopagato, migliorare le statistiche con le quali riempire volumetti di grafici da distribuire a qualche seminario o in una tavola rotonda a Bruxelles.
Invece ogni volta che stiamo zitti dimenticando i nostri diritti è come se tradissimo la Carta Costituzionale, tradissimo l’illuminismo e gli ideali che ci hanno portato ad avere una democrazia, tradissimo noi stessi, che non siamo affatto in una condizione oggettiva di errore.
Noi abbiamo bisogno di soldi, ma loro hanno bisogno della nostra tecnologia, preparazione, conoscenza. Possiamo fargliela pagare, magari imponendo loro di muoversi verso un mondo più civile, dove le donne siano al pari degli uomini e gli uomini che amano altri uomini non siano perseguitati o uccisi.
Ma come fai a chiedere qualcosa che nemmeno tu hai mai concesso ai tuoi cittadini?
Come si fa a denigrare l’Islam se ha idee tanto simili al cattolicesimo in certi frangenti?
E infatti… non sono proprio gli islamici che scenderanno in piazza insieme ai cattolici al Family Day? Quando si dice l’ecumenismo dell’odio…

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È sempre tempo di diritti.
Perché per quel che riguarda altro (la crisi economica, la disoccupazione, la povertà che incide fortemente anche in quello che era il ceto medio degli impiegati), la questione da risolvere sarà sempre la stessa: perché se aumenta il Prodotto Interno Lordo non aumenta la ricchezza per tutti? Per colpa di una cattiva distribuzione del reddito, per colpa dell’avidità di chi fa finanza, per colpa di chi ruba i fondi e non li usa per investire nel lavoro, per colpa di…
La politica dovrebbe iniziare a porsi anche questa domanda ed è emblematico che stiano emergendo figure politiche di questa risma proprio nelle due economie più sbilanciate sul liberismo: in USA sta emergendo Sanders e nell’UK Corbyn. Non molto amati dall’establishment ma più ascoltati da una nutrita schiera di cittadini.
Parlano di denaro e parlano di diritti. Parlano di lavoro equo -non di un lavoro purché sia tale per le statistiche- e anche di diritti per le minoranze.
Perché hanno capito che le cose vanno a braccetto.
Perché, come direbbe Martha Nussbaum, il compito del legislatore e di chi governa consisterà sempre di più nel rendere possibile lo sviluppo delle capacità dei cittadini, siano esse culturali, mentali, intellettuali, siano esse di tipo imprenditoriale, lavorativo, economico e siano esse di tipo affettivo. Solo in questo modo si può misurare la ricchezza effettiva di uno stato. Se ‘i soldi’ non ricadono su tutti, la soddisfazione del cittadino e l’orgoglio di vivere in uno stato possono nascere dalla consapevolezza che quello stato garantirà a tutti -e a lui per primo- la possibilità di raggiungere la felicità e la serenità. Foss’anche solo quella affettiva.

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Sabato, Ildegardo ed io dovevamo scendere in piazza a Milano, per la manifestazione a favore della legge Cirinnà.
Premetto che non amo la legge Cirinnà, ma sono dell’idea che da qualche parte si debba pure iniziare. Meglio la Cirinnà che niente, ma sia chiaro che se dovesse passare la Cirinnà, la battaglia per i diritti civili non sarebbe terminata, almeno per me.
Ildegardo, quello sciagurato, mi ha bidonato perché la sua anima da Fulgida -la casalinga tuttofare- l’ha costretto a rimanere a casa ad attendere il forno nuovo.
Sono sceso in piazza in un sabato di gennaio e la volta precedente è stato per il Gay-Pride di Milano, in pieno Expo, con quella folla urlante e gioiosa che si era radunata a riempire corso Buenos Aires.
In quel pomeriggio d’estate c’era euforia e quasi la consapevolezza che qualcosa stesse cambiando: forse ci eravamo illusi che le luci puntate sulla città per via dell’Esposizione Universale fossero un’ottima cassa di risonanza al di fuori dei nostri confini per far capire quanto fossimo distanti da una legislazione europea in tema di unioni omosessuali.
Sabato invece si scendeva in piazza per qualcosa di concreto e ciò che mi ha stupito è stata la capillarità del movimento.
Al solito è partita la guerra delle cifre, ma non è quella che conta. I gay sono tra il 5 e il 10% della popolazione. Direi ben più degli elettori consenzienti del Nuovo Centrodestra, per intendersi. Eppure a nessun gay verrebbe mai in mente di dire che quel partito è minoranza e non ha diritto di esistere, di partecipare democraticamente alla vita del paese, lottare per farsi maggioranza, per quanto siano discutibili le sue posizioni e per quanto a nessuno debba essere consentito di farsi scudo della democrazia per vomitare affermazioni omofobe, razziste o denigratorie nei confronti di un gruppo sociale pacifico.
Insomma, se si ragionasse solo per numeri, allora i diritti sarebbero solo quelli della maggioranza. E la maggioranza coinciderebbe con la maggioranza politica del momento e questo significherebbe un mutamento dei diritti a ogni elezione.
No, non è così. Per questo i diritti sono inalienabili e scritti nella carta Costituzionale che non precisa mai che il matrimonio, termine classico usato dal costituente nel 1948 per farsi capire da una popolazione che aveva una scolarizzazione bassa, debba essere tra un uomo e una donna.
Dicevo che ciò che mi ha stupito è stata la capillarità del movimento spontaneo: cento piazze, da nord a sud, e non importa quanto fossero o non fossero piene.
Bisogna avere un forte coraggio per vincere l’indifferenza, l’apatia e lo scoramento che certi discorsi pubblici riescono a suscitare in ognuno di noi, per reclamare diritti. Diritti che si chiede vengano allargati mentre altri invece chiedono che non vengano concessi a chi ne è escluso.
Anche se sono sceso in piazza senza l’altra metà della famiglia, vedere Piazza della Scala colma mi ha rincuorato (in questo Ildegardo era più ottimista di me che, al solito, vedo sempre tutto in negativo) e quel che mi ha colmato di gioia è stato vedere ‘gli altri’.
Vedere famiglie che sono scese in piazza per i miei diritti e non per i loro, vedere coppie di coniugi magari in là con gli anni che, pur stando ai margini (anche io ci stavo, ma perché gli assembramenti di persone mi mettono ansia, quasi fossi un Manzoni qualunque) volevano testimoniare la loro vicinanza alla causa, mi ha dato fiducia e speranza. Il sentimento comune, in questo paese, sta cambiando.
O forse, l’esasperazione dei toni, da parte degli altri, ha spinto i più moderati, i più tranquilli, chi ha sempre creduto nel matrimonio egualitario o nelle unioni civili per gli omosessuali ma non lo ha mai manifestato apertamente, a farsi testimoni di una lotta giusta.
Non importa il numero: ci sono persone che chiedono diritti che ad altre sono concessi. Ci sono anche persone che appartengono alla seconda categoria che chiedono che i loro diritti siano estesi a chi non li ha.
Mi sembra la migliore risposta alla solitudine che spesso gli omosessuali vivono.
Una manifestazione così capillare mi è piaciuta anche perché si è avvicinata a tutti, è scesa anche nel Sud, ha abbracciato la provincia italiana e tutti quei ragazzi che vivono chiusi in una camera la loro adolescenza, magari perché presi in giro e umiliati per la loro ‘diversità’, ragazzi e ragazze che si sentono sbagliati perché definiti un errore oggettivo della natura e di dio, ragazzi che per una volta non si sono sentiti soli.
Quella manifestazione si è avvicinata a tutti, con la delicatezza del sentimento e la forza della ragione, con la consapevolezza che c’è chi soffre ed è sulla pelle di queste sofferenze emotive che alcuni costruiscono una carriera politica infame o altri catechizzano ex cathedra.
Sabato mi è parso di vedere una svolta.

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La svolta anche rispetto ai ‘gay-pride’.
Sono due manifestazioni totalmente differenti e sarebbe sciocco fare un paragone, ma ancora una volta si è voluto accomunare due momenti della vita civile di una comunità per tentare di alzare un polverone.
Il pride è eccessivo, vero. Nessuno lo nega. Eccessivo perché va oltre la ‘norma’.
Ma proprio questo è quel che vuole esprimere il pride. Cosa è la ‘norma’? (a parte la definizione di norma nell’algebra lineare, qualcuno potrebbe definirla nella vita quotidiana?) Da una idea nebulosa di ‘norma’ nasce quel concetto di normalità dietro il quale ci si nasconde per essere omofobi. Essere omosessuali non è normale, per alcuni.
Come se fosse normale girare in una città con le strade costruite per le carrozze dell’Ottocento con dei SUV!
Ognuno può declinare la ‘normalità’ a suo modo, per dire. Il limite, ancora una volta, sta nel concetto di libertà altrui, che spesso invece viene piegato al concetto di ‘utile per me’.
Il pride, storicamente, è eccessivo perché vuole essere una dimostrazione di ‘esistenza’.
Quando una società finge che i gay non esistano e ha tra i suoi esponenti di spicco persone che iniziano ogni discussione con “Ho tanti amici gay, ma io credo che siano liberi di fare le cose a casa loro…” dimostra quanto ci sia bisogno di un pride, ogni giorno.
Perché quello che è in gioco, in quel caso, è il diritto stesso a esistere, a parlare, a far sentire la propria opinione.
I ‘gay che devono nascondersi a casa propria’ è il tripudio dell’ipocrisia imperante del senso comune e intellettualmente povero, perché nega a un cittadino la possibilità di essere quello che sente di essere.
Il pride serve a questo: a far rumore, a risvegliare le coscienze, a dire a tutti che no!, che per quanto ci si sforzi a metterli a tacere, i gay esistono e vogliono partecipare, vogliono vivere come tutti. E più li si vuol mettere a tacere, più loro urleranno con forza, attireranno attenzione, metteranno a nudo le ipocrisie di chi parla tanto di famiglia ma non concepisce altro che la propria, bella o brutta, sinceramente felice o semplicemente ipocrita (questo poco ci importa).
Quella di sabato era una manifestazione differente. Per questo, forse, anche chi voleva sminuirla e denigrarla, ha trovato poco materiale di costume per prendere in giro gli omosessuali.
Sulla base della solita iconografia del pride (quella dei giornalisti di costume che fotografano sempre e soltanto le trans appariscenti oppure chi ama sfoggiare il proprio esibizionismo, lecito e benvenuto, sia chiaro!) erano già pronti a sparare il solito commento che sento dalla prima volta che andai a un Pride, più di quindici anni fa: carnevalata!
Lo dicono anche alcuni gay, bisogna dirlo con sincerità. Molti, per giustificare la loro assenza al pride, con un tono un po’ sprezzante rispondono: “Non capisco perché partecipare a quella carnevalata!”
Sono gli stessi che riescono a dire che in fin dei conti la vita dei gay non è male, ci sono molte libertà, ma quando parlano di libertà intendono quella che viene loro concessa dai reazionari: la libertà di fare quel che si desidera in camera da letto.
Praticamente sono persone che hanno accettato di circoscrivere il loro perimetro di azione come cittadini, a una sola stanza, o che, semplicemente, pensano che siano gli istinti sessuali gli unici che vadano veramente tutelati.
In questo, alcuni gay la pensano nello stesso identico modo di chi li vuole silenziare.
Mi viene in mente proprio un saggio assai famoso su omosessualità e disgusto che essa provoca in taluni. Perché, ci si domanda, l’omosessualità è così avversata da alcuni politici e ampie fette di popolazione? Perché appunto la rappresentazione dell’omosessualità fatta dalla politica e dalla religione è quanto di più provvisorio e volutamente artefatto ci sia.
Ci si concentra solo su quella maschile -quella femminile, anzi, spesso è eccitante per gli uomini eterosessuali; oppure nella mente del legislatore ha una sua levità che spinge a far dire, ad esempio a un vicepresidente del Senato, che l’omosessualità femminile ha forme più varie anche per arrivare alla procreazione (?!)- e solo sull’atto sessuale anale, descrivendolo come sporco e innaturale.
Un artificio retorico violento che chiude i gay in camera da letto e decide per loro quale atto sessuale compiere. Una invasione di campo che però rende più facile l’uso spregiudicato della macchina del disgusto contro gli omosessuali da parte di lobby politiche o clero.
È questo il pensiero unico verso il quale tendono gli omofobi: l’importante è che i gay stiano in camera da letto ma, il retropensiero è che pur in camera da letto loro sono sporchi e deprecabili.
È un processo di identificazione che ha avuto successo per secoli e pare abbia ancora presa qui da noi, soprattutto perché, va detto, questa è una società fortemente sessuofobica.
Un processo di silenziamento che spesso viene accettato anche da molti omosessuali, che accettano di vivere la loro affettività marginalmente, pur di non subire angherie di altro tipo.

Dicevo che quella di sabato è stata una manifestazione emotivamente forte perché ha risposto alle critiche di chi inarca il sopracciglio di fronte ai pride e afferma: “Scenderò in piazza solo quando vedrò gente in giacca e cravatta…”
La gente in giacca e cravatta c’era proprio sabato. Era lì, risposta vivente ai denigratori, a chi la vuole minoritaria e silenziosa, quasi disinteressata. Era lì con l’orgoglio di chi ama, vorrebbe farlo, cerca un amore e vuole avere la consapevolezza che, un giorno, potrà coronare un progetto di vita anche con una unione sancita davanti a un rappresentante dello Stato in cui risiede.
Perché è così importante sancirlo? Perché è così importante sposarsi?
Perché è la testimonianza davanti a tutti che due persone si amano, hanno un progetto comune -affettivo, ma anche di ogni altro tipo, purché legale- e lo vogliono portare avanti con la tutela dello Stato in cui vivono, in cui pagano le tasse e per il cui miglioramento lottano e lavorano ogni giorno.
Il matrimonio non è una elargizione di un ente superiore e supremo. Il matrimonio è una scelta dell’individuo di stare con un altro individuo per la crescita non solo di due persone ma anche della intera comunità in cui sono inserite.
Forse dovremmo smetterla di vederlo come una concessione di Dio o del legislatore. È una promessa dell’individuo di fronte a tutti, è una offerta che il cittadino fa allo stato: ma perché lo stato non accetta questa offerta da parte di un gruppo più o meno folto di cittadini? Per quale motivo lo Stato, tutore della legalità, del diritto e di un ordine, non ama l’ordine?

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In questo contesto si inserisce anche l’orrida iniziativa della regione Lombardia di usare un palazzo istituzionale come il grattacielo Pirelli -simbolo della Milano del Novecento, all’avanguardia nell’architettura contemporanea- per lanciare un messaggio a favore del Family-Day.
Di fronte all’indignazione sollevata -soprattutto nel piccolo mondo dei social network, che non ha ancora imparato a farsi voce forte potente nel mondo ‘reale’, quello non fatto di bit e di cavi, di wireless e coding- qualcuno, con lo spirito del bastian contrario di chi ama essere provocatorio, ha detto: “Se l’avessero fatto a favore del movimento gay, però avremmo applaudito!”.
Mi si accusava, e si accusava chi si stava indignando in quel momento, di doppiopesismo -pessima parola che è entrata nella politica italiana da una ventina di anni e che non riusciamo più a scollarci di dosso- usata dagli amanti della provocazione, da quelli che cercano l’uniformità culturale e mentale, nascondendola dietro una presunta arguzia di cui si sentirebbero portatori.
Ci sono palazzi che valgono più di altri, ci sono luoghi nel nostro Paese che suscitano in noi il senso di protezione. Sono i palazzi e i luoghi che rappresentano lo Stato in cui viviamo. Lo fanno perché sono testimonianza plastica dell’appartenenza a una comunità, del rispetto delle sue regole ma anche dei diritti che ne derivano.
Per questo motivo troviamo dissacrante che si mangi mortadella nell’aula del Senato, che si mostri un cappio alla Camera, che il simbolo di una Regione sia usato per la lotta politica.
Perché abbiamo lodato i casi dell’Empire State Building con la bandiera arcobaleno, della Casa Bianca, della Porta di Brandeburgo e di molti altri monumenti simbolici di altre nazioni coperti da un gioco di luci coi colori della lotta per i diritti omosessuali? Perché quelle lotte sono lotte inclusive!
Per quanto il Presidente della regione Lombardia si vanti della sua azione, rivendicandone il successo mediatico, quello che ha fatto non è stato altro che l’esproprio del senso di sicurezza che ogni cittadino -indipendentemente dall’orientamento sessuale- dovrebbe provare.
Che credibilità ha una istituzione, costituzionalmente istituita e quindi custode dei valori di uguaglianza, se appoggia un evento che ha come scopo quello di impedire l’allargamento dei diritti ad altri cittadini?
L’istituzione vuol semplicemente dire che ci saranno cittadini divisi in base all’orientamento sessuale; che per alcuni vi sono dei diritti che per altri sono negati; che non si preoccuperà minimamente della negazione dei diritti a questi ultimi perché lei tutela solo alcuni. Gli altri stiano pure in silenzio.
Si torna a monte, al silenzio. L’importante è che gli omosessuali non strepitino, non urlino, non chiedano diritti, non facciano rumore. Possono esistere, purché nel chiuso delle loro camere, come fossero qualcosa da nascondere, la pecora nera che potrebbe creare problemi alla rispettabilità della buona famiglia.
La Regione, istituzione dello Stato, sceglie di zittirmi. Anzi, fa di più. Dice che non vuole dare diritti; che li vuole tenere per un numero ristretto di cittadini.
La differenza con gli altri sta in questo: chi usa le istituzioni per affermare l’uguaglianza non fa altro che ribadire un dettato costituzionale. Lo fa scenograficamente, in maniera forte, per raggiungere il numero più alto di cittadini possibili.
Chi appoggia una manifestazione di parte, invece, sfrutta una posizione di potere per veicolare un messaggio divisivo.

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La verità è che la piazza del Family Day dovrebbe essere invasa dai gay, dalle famiglie arcobaleno, da chi crede nella famiglia.
Sarebbe troppo facile fare ironia sulle situazioni familiari dei partecipanti e promotori. Divorzi, separazioni, doppie e triple famiglie, famiglie allargate, matrimoni a Las Vegas, matrimoni con mariti che vanno a ragazzine, senatori che chiedono informazioni stradali alle trans e non ai navigatori satellitari…
Non è questo il campo su cui dare battaglia: non siamo noi censori della moralità altrui. Non sono loro censori di quel che amiamo noi, se rispettiamo la libertà degli individui.
Semmai dovrebbe farci capire e far loro capire che il concetto di famiglia è vario ma soprattutto varia coi tempi. Chi l’avrebbe mai detto, prima del divorzio, che la società sarebbe proseguita comunque? Abbiamo avuto un tracollo?
Non lo hanno avuto nemmeno quelle democrazie che hanno consentito ai gay di sposarsi. Anzi, la natalità in quei paesi è aumentata. L’estensione dei diritti non ha portato alla conversione all’omosessualità di tutta la popolazione: gli eterosessuali hanno continuato ad amarsi nello stesso modo in cui i gay hanno proseguito ad amarsi, solo che questi ultimi, finalmente, lo hanno potuto fare alla luce del sole, liberamente, tutelati dalla legge e dallo stato.
Non riesco a capire quale sia il problema: è così chiaro anche scrivendo queste frasi che sia solo questione di amore. Fatico a capire le obiezioni di chi è contrario.
A meno che questo rifugiarsi dietro il concetto di ‘famiglia’ non nasconda un semplice motivo: non è concepito l’amore tra due persone dello stesso sesso.
Vanno bene le famiglie sfasciate, risfasciate, con mariti gaudenti, mogli traditi e traditrici, ipocrisie oppure meravigliose famiglie da Mulino Bianco purché siano solo formate da uomo e donna.
Solo che a dirla così, sembra brutto. A dirla così sembrerebbe che i promotori del Family Day e con essi le gerarchie ecclesiastiche o i fiancheggiatori di altre religioni per nulla democratiche siano semplicemente dei razzisti. Sembrerebbe ma uno non potrebbe pensarlo  in un paese in cui ci fosse una legge -magari semplicemente una disposizione transitoria- che rimarcasse il razzismo implicito in certi pensieri che si fanno dogmi o battaglie politiche, con rendite di posizione che campano sull’ignoranza comune. Ah, già! Quella legge non c’è! Fortemente avversata dalle lobby cattoliche che temevano di perdere uno dei loro temi di lotta preferito: la caccia al gay!
E poi alcuni hanno il coraggio di parlare di lobby gay! Sarebbe l’unica lobby che lotta per non avere diritti. Una lobby masochista.

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Per questo, alla fine, sono saltati fuori i figli.
Quando non si hanno argomenti validi, questo paese si riscopre essere quello con i figli da tutelare. Come se altrove invece fossero così sprovveduti da volere mettere a repentaglio la vita dei piccoli.
Ci si è messo anche il legislatore con questa mania assurda, diventata norma nell’ultimo Governo, di voler dare nomi inglesi a leggi italiane. Stepchild adoption.
Così quella che pare essere una soluzione di buon senso per pochi casi, è diventata nel volgo comune la legge sulle adozioni.
Bisognerebbe essere più chiari: adozioni dei figliastri.
Piace di meno vero? Fa meno effetto?
I figliastri hanno popolato romanzi e film, raccontando il dramma di chi magari è costretto a vivere in una famiglia non propria, cresciuto da una madre o un padre che li tollera ma che non li ama e che preferisce spesso i figli naturali a quelli acquisiti in virtù del passato del proprio partner.
Figliastri evoca meno immagini sdolcinate, eppure sono bambini anche loro e la domanda che mi porrei è semplicemente quella legata a un caso che può accadere. Poniamo che una donna abbia un matrimonio fallito alle spalle. Mettiamo che il marito se ne sia andato e abbia formato una nuova famiglia disinteressandosi della ex moglie e di suo figlio. La donna però, negli anni, incontra un nuovo amore che è, guarda il caso, un’altra donna. Vive insieme a lei, costruisce una famiglia di fatto. Insieme crescono quel figlio come il loro figlio. Un figlio che ha poche notizie del padre, che si fa vivo ogni tanto, giusto per elargire una mancia chiamata ‘alimenti’. Dopo qualche anno, per una malattia, muore la madre naturale del figlio.
Il sentimento, la logica, il senso comune a chi lo destinerebbe?
Nessuno con un minimo di cervello potrebbe pensare che debba tornare al padre naturale.
O sì?
La legge sui figliastri si occupa di questi casi, non di maternità surrogate né adozioni. Due gay che potranno unirsi civilmente non riusciranno, con questa legge, ad avere in adozione alcun bambino. Non è questione di cui dibattere ora: che questa sia un’altra sciocchezza lo capiamo noi, non il legislatore, ma se ne parlerà più avanti. Non è il momento, non è nemmeno il merito della legge. Perché allora i sostenitori del Family Day sollevano l’ennesimo polverone?

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I figli non sono un diritto, dice la Chiesa cattolica.
Sono forse un dovere di una coppia? No, si può anche essere coppia senza avere figli. Dovremmo forse definire diversamente le famiglie in cui i genitori eterosessuali, per scelta o per cause naturali, non hanno figli?
Non si capisce proprio perché allora debbano entrare in gioco quando si parla di amore tra due uomini o due donne.
Perché se la si vuol buttare in caciara, finendo per deprecare la maternità surrogata, bisognerebbe evitare di tacere di quella triste tradizione delle famiglie bene di provincia che, magari sterili, allevavano come propri figli quelli di cameriere o giovani ragazze madri, forse messe incinta dai virgulti di buona famiglia o dai padri di famiglia medesimi. Oppure quella di far sparire donne per nove mesi salvo poi farle riapparire con un figlio ottenuto chissà come.
Pratiche del tutto comuni in questo paese civile, spesso benedette da preti e sacerdoti. Quello è lecito? Questa forma di maternità surrogata che per anni è andata bene ed è stata benedetta non ha mai suscitato lamentele e proteste per la violazione del corpo delle donne?
Se parliamo di utero in affitto dovremmo parlare di tantissime coppie eterosessuali che vanno all’estero…
Se parliamo di bambini che vanno tutelati bisognerebbe pensare alle tragedie cui è sottoposta l’infanzia, violata anche e spesso da chi dovrebbe tutelarla.
La maggior parte di casi di pedofilia -lo stabiliscono i più seri studi in merito- avviene per mano di eterosessuali, spesso parenti delle vittime, svilendo ancora una volta l’argomento vetusto e idiota di chi fa quell’equazione orrida tra omosessuali e pedofili.
Tacendo poi della colpa di preti pedofili e delle gerarchie che li hanno coperti.
Sarebbe troppo facile, come sparare sulla croce rossa.
Ma del resto la Chiesa ci abitua così: per gli altri dannazione eterna oppure definizioni che suonano come condanne che devono essere marchiate come sigilli dal legislatore; per sé un pentimento e tutti dovrebbero starsene zitti.
Allora se si sono perseguitate streghe o presunte tali, si chiede un perdono tardivo e nessuno tiri più fuori l’argomento. Se si sono bruciati intellettuali e scienziati, si dice ‘scusa’ pubblicamente e i morti siano contenti così.
Si prova pure un po’ di fastidio se qualcuno rimarca gli errori compiuti in passato, anche per dimostrare che non si è infallibili in ciò che non riguarda Dio (tenuto conto che nessuno è infallibile su quel che riguarda qualcosa di ineffabile e che la mente umana può inventarsi e raffiguarsi a piacimento).
Del bene dei figli, in breve, interessa poco o nulla.
Non interessa parlare di asili nido per i più piccoli, per permettere a madri single o a chi non ha un nonno da sfruttare, di riprendere il lavoro.
Non interessa parlare di come tutelare il diritto allo sport, alla conoscenza, all’affettività, al tempo libero di questi bambini.
I bambini sono merce di ricatto elettorale o religioso.
E chi vorrebbe comprarli? Non è mercimonio quello che scorrettamente viene fatto dai promotori del Family Day, quando cercano di occultare una manifestazione improntata sull’intolleranza dandole una parvenza di filantropia, nascondendosi dietro i bambini?
Questa tecnica comunicativa non ha la stessa triste e sconfitta matrice di quella usata ai tempi dai sostenitori dell’abolizione della legge sul divorzio?
Quarantacinque anni dopo, non siamo ancora punto e a capo?
È chiaro allora che crisi o non crisi la storia va avanti e le democrazie avanzano verso un mondo con più diritti per tutti?

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Diritti che la storia ci ha negato. Proprio oggi, nella Giornata della Memoria, non è superfluo ricordare che ci furono altre vittime della follia criminale del nazismo oltre agli ebrei. Quelle vittime, tra gli altri, erano anche gli omosessuali.
In molte città europee ci sono memoriali che ricordano lo sterminio degli omosessuali, portato avanti con lucida precisione, con l’intenzione di liberare il mondo, quasi che uccidendoli totalmente si potesse estirpare l’omosessualità dal pianeta.
L’omosessualità, invece, è quanto di più naturale ci sia, e uomini e donne morti nei campi di concentramento chiedono conto a noi, vivi, settantuno anni dopo, di cosa abbiamo fatto, quanti passi abbiamo compiuto verso l’integrazione e verso la uguaglianza.
Io, omosessuale del 2016, mi domando se devo avere ancora paura a girare la sera col mio fidanzato, se devo ogni volta guardarmi intorno se voglio baciarlo, se devo temere l’arrivo di un branco di neofascisti picchiatori che potrebbe farmi male, rimanendo impunito, perché tanto le istituzioni (le luci di un palazzo stanno lì a dimostrarlo) non mi tutelano e mi considerano non degno di avere le stesse prerogative degli altri.
Ora, in questo 2016, non ho ancora dei debiti con quegli uomini e donne morti ormai più di 70 anni fa?

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Il mio debito con loro è onorare la vita.
La vita che è bella perché ci si innamora, perché un giorno ti lamenti che nessuno ti vuole e il giorno dopo hai la persona che hai sempre desiderato. La vita è bella perché ti relazioni con persone che hanno sorrisi stampati sul viso e anche mille crucci, pensieri e dolori, eppure proseguono, lottano, vanno avanti.
La vita è una canzone liberatoria come potrebbe essere Maledetta Primavera, cantata in Piazza della Scala, come fosse un rito di comunione.
Mi ricordo che, da piccolo, i bambini del palazzo in cui vivevo mi prendevano in giro perché a loro dire ero frocio. Lo so, fa sempre molto ridere la mia storia di gay che si scopre gay in ritardo, ma forse lo ha sempre saputo e ha giocato a nascondino con il tempo e con se stesso, a causa delle stesse paure che attanagliano tanti gay nel chiuso delle loro camere, quando si sentono soli e sperduti nel mondo, sbagliati, definiti come errori oggettivi e nessuno fa nulla per far loro capire il contrario.
Dunque, dicevo, mi ricordo che, da piccolo, per prendermi in giro mi facevano cantare Maledetta Primavera. A me piaceva, avevo cinque o sei anni, ma era una canzone che mi divertiva molto, pur magari capendo poco le implicazioni del testo. Avevo -e ho tuttora- una vocina che non passa inosservata e che mi qualifica chiaramente -giusto per non abbandonare i luoghi comuni.
Loro ridevano di me ed io invece mi sentivo contento -quando si dice avere percezioni diverse dello stesso evento!
Così mi sono catapultato agli inizi degli anni ’80, c’era la crisi, c’erano le stragi e qualcuno cantava di amore, così come in molti cantavano allora di amori liberi.
Quante canzoni su amanti, tradimenti, sesso di una notte? Cosa distingue la forza dirompente di Raffaella Carrà e di Loretta Goggi da un cantautore impegnato? Il fatto che loro, con quel tono nazionalpopolare, sdoganarono un nuovo modo di vivere l’amore e la coppia, al pari degli altri che cantavano di rivoluzioni e ingiustizie da sanare. Si è dissolto il mondo in questi anni?
È paradossale che, quasi quarant’anni dopo, si canti Maledetta Primavera, come un inno liberatorio, a dimostrare che dopo gli anni Ottanta abbiamo vissuto la controriforma dei costumi, il moralismo bacchettone di chi vuole impedire l’amore, vittime di una anestesia culturale che finisce per ottunderci le menti e credere che sia giusto coprire statue di nudi se arriva da noi un musulmano.
Si può vivere sospesi in una perenne edizione degli anni Settanta-Ottanta?
Possiamo procedere con la politica conservatrice degli Happy Days?
Si può nascondere la realtà dell’amore tra persone dello stesso sesso impedendo diritti che sono inalienabili per ogni uomo?

***

Forse ho scritto troppo, ma so che vorrei scrivere ancora qualcosa. A ogni frase che digito si aggiunge un pensiero che dà il via a un’altra caterva di pensieri, esempi, immagini, critiche, indignazioni o anche solo pensieri emotivamente dolci e rassicuranti.
Chi sa di comunicazione dirà che un post così lungo serve a poco o nulla, perché scoraggia il lettore.
Credo che si debba essere capaci di rischiare, di affrontare qualcosa di nuovo. Se riduciamo ogni discussione a 140 caratteri avremo dei politici che di lavoro fanno i battutisti e nulla più. Se le nostre discussioni diventano dieci righe su Facebook allora significa che abbiamo smesso di informarci, approfondire, cogliere di ogni questione più aspetti e non solo la superficie.
Scrivere qualcosa di più, per me, significa anche dire che non si parla di temi evanescenti, astratti, retorici. Si sta parlando di diritti che incidono sulla vita delle persone; sulla mia, certo! ma anche su quella di molti altri. Per questo è giusto discutere, parlarne, confrontarsi.
Rimane però il fatto che io voglia essere famiglia, o almeno scegliere di poterlo essere.
E se tante persone si raduneranno per vomitare odio contro di me tra un paio di giorni, forse soffrirò all’inizio, mi indignerò, mi arrabbierò ferocemente, ma sarò ancora più determinato a reclamare i miei diritti.
Perché sabato scorso in piazza non eravamo soli. Inizio a pensare che lo siamo un po’ di meno di prima. Lo saremo ancora di meno. O almeno dovremo lavorare sodo per non essere soli in futuro.
Senza odio, con un sorriso.
Gay, appunto.

L’anno che inizia…

Per me questo sarà un anno strano. Capita a tutti, da bambini, di proiettare nella propria mente quello che sarà il futuro. Quando ero piccolo avevo due date simboliche: il 2000 e il 2016.
Nel 2000 mi immaginavo un mondo totalmente cambiato, con auto elettriche, la tecnologia a farla da padrona ed io un 24enne pieno di speranze e pronto a vivere il futuro con la sicurezza e una certa incoscienza tipica dei giovani.
Nel 2016, quest’anno, avrei compiuto -così mi dicevo nei lontani anni 80 e 90 – ben 40 anni e sarei stato nel bel mezzo della mia vita: un professionista affermato probabilmente all’estero e una vita soddisfacente, per quel che possa significare quell’aggettivo nella mente di un adolescente.
A furia di aspettare, l’anno fatidico è arrivato.
Quest’anno compirò 40 anni e non è un traguardo da poco. Forse, personalmente, mi sembra di essere ‘ancora troppo poco’.
Non credo di essere quel professionista affermato che credevo di voler diventare soltanto trent’anni fa.
Non ho una famiglia, non ho figli, non ho una casetta con giardino, un’auto di grossa cilindrata, una casa al mare e tutte quelle cose che mi renderebbero membro della borghesia che regge e governa questo paese dalla torre delle proprie piccole certezze di una realtà che si autoalimenta fino al soffocamento.
Mi consolo con quella frase di Baz Luhrmann: “Non sentirti in colpa se non sai cosa fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni, non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno”.

Penso che scriverò, un poco, senza esagerare, giusto per placare il mio desiderio di imbrattare fogli bianchi e magari soddisfare chi ha voglia di leggere qualcosa scritto da me, che sia una poesia, un racconto o forse un romanzo.
Penso che leggerò, un po’ di più di quel che ho fatto nel 2015 e nel 2014, recuperando il tempo nei viaggi in treno da pendolare o nei pochi minuti di veglia prima di addormentarmi.
Penso che mi dedicherò un po’ più agli altri ma anche allo studio delle cose che mi interessano, magari sviluppando quei progetti che mi frullano nella testa da tempo.
Probabilmente a quarant’anni bisognerà puntare a una situazione lavorativa più stabile e meno ansiogena. Ci proverò in questo 2016 ma senza smettere di credere che tra una decina d’anni potrei rivoluzionare nuovamente tutto quanto, perché la placida calma, in parte, mi spaventa e la routine mi porterebbe al sonno della ragione.

In questo 2016 vorrei anche essere più attento a ciò che avviene nel mondo e, prima cosa fra tutte, non censurare le mie idee per paura di apparire sgradevole. Se dovessi trovare qualcosa di fastidioso non mi tratterrò dal denunciarlo; se dovessi imbattermi in un’ingiustizia sarà mia cura additarne i colpevoli; se dovessi scontrarmi con l’ennesima stupida negazione di diritti vorrò essere voce per poterla combattere.

Da adolescente credo di avere rimosso tutto ciò che riguardava la sfera sentimentale e sessuale della mia vita: amavo il teatro, la letteratura, lo studio, il divertimento con gli amici ma non ero particolarmente interessato a quel sentimento forte quale è l’amore; del sesso mi interessavo poco o nulla. Questo per dire che quando mi immaginavo nel 2016 con la mia vita standard non avevo problemi a vedermi sposato con una donna. Era solo un elemento, un personaggio accessorio per la mia costruzione mentale, non un soggetto con caratteristiche che potessero davvero incuriosirmi.
Forse anche per questo non ho vissuto il dramma del bullismo che colpisce molti ragazzi gay nelle scuole dell’obbligo; forse molti mi prendevano in giro per i miei ‘strani comportamenti’ ma la cosa non mi feriva, mi sentivo superiore (a volte vivere in un mondo alternativo aiuta a non soffrire, chissà).
Nel 2016 però la mia visione della vita prevede un compagno, magari dei figli in adozione, magari no, un cane (un piccolo levriero italiano) e una casa comoda in una società multirazziale, inclusiva, aperta al cambiamento, sicura e civilmente progredita.
Sembra qualcosa di impossibile; ma chi avrebbe mai detto negli anni ’80 che nel 2000 avremmo avuto degli smartphone, avremmo potuto comprare viaggi aerei al telefono, prenotare alberghi, ristoranti e pizze con un click, connetterci e parlare col mondo senza avere bisogno di cavi?
Chi avrebbe potuto immaginare una società in continua evoluzione, espansione, movimento?
Chi avrebbe mai potuto scommettere che nel 2016 quasi tutta l’Europa Occidentale avrebbe permesso i matrimoni omosessuali o le adozioni?
Nel 2016 in Italia si sta nuovamente aprendo una guerra di religione, si litiga per il presepe, si manifesta per una bestemmia, si fa a gara per assistere all’apertura di porte sante, si confonde peccato con reato, si confondono i dogmi religiosi con la legge, si pensa che esista una legge naturale da opporre ai diritti di tutti… Nel 2016 questo paese popolato dal 66% di adulti che soffrono di analfabetismo di ritorno, con un numero di diplomati e laureati inferiore a quello degli altri paesi europei, con classifiche che ci mettono sempre nei posti peggiori tra gli europei per conoscenze matematiche e logiche, con un tripudio dell’antipolitica demagogica -ovvero il messaggio politico più semplice, perché è contro qualche nemico e crea semplicemente tifoserie che non risolvono i problemi ma, al massimo, li sviliscono per denigrare chi li pone- e con una crisi perenne per assenza di idee, carenza di strategie d’ìnvestimento, cronicizzazione dei problemi di sottosviluppo culturale di intere grandi aeree, disoccupazione, sottoccupazione, bassi salari, mancanza di diritti per tutti, questo paese -si diceva- si affanna a voler creare sacche di emarginazione sociale e civile, isolando un discreto numero dei propri cittadini, additandoli come contro natura. Questo stesso paese che ora ride con un filmetto di mediocre fattura, osannato da critici e benpensanti della classe media, esponenti di quel moderatismo culturale e politico che è la causa della nostra infinita crisi strutturale. Che è la causa delle grandi intese perenni; che è la causa di questo finto movimentismo politico atto semplicemente a modificare gli equilibri di potere all’interno della inamovibile casta delle eterne famiglie di potere. Che è la causa della nostra marginalità.
Non era il 2016 che mi immaginavo da piccolo.
Per questo mi auguro che questo sia l’anno  giusto per cambiare. Me stesso, il mondo intorno a me, il mondo senza di me.

Una parure di lamantini

Scrivo sempre quando non sto tanto bene e sono confinato in casa. Potrei leggere Proust oppure scrivere il racconto di Natale; invece mi metto comodo davanti al computer e appunto alcuni pensieri.
Non sono insensibile ma non credo che, al momento, una mia parola sul terrorismo e gli attentati di Parigi possa essere così chiarificatrice e illuminante. Dovremmo imparare ad accettare l’idea che non è necessario avere una opinione su tutto, che non siamo onniscienti e che non dobbiamo per forza schierarci in ogni situazione come se fossimo tifosi accaniti di qualche squadra. A volte dobbiamo saper ammettere la nostra impotenza di fronte agli accadimenti. A volte dobbiamo solo imparare a dare grande valore al silenzio.
Scriverò qualcosa, magari domani, magari domenica…

***

Sabato Ildegardo ed io siamo andati a Genova per il nostro anniversario. Mi fa specie parlare di ‘anniversario’. Per anni ho giocato sul mio essere single, ho raccontato le storie allucinanti di un uomo alla ricerca di una persona normale ma, forse, in cuor mio, sguazzavo allegramente in quel labirinto di false promesse, attese infinite, speranze tradite, probabilmente assaporando il gusto di poterle raccontare, facendomi beffe degli altri e prendendo in giro un po’ me stesso, con bonarietà.
Ora sono già al terzo anniversario di fidanzamento e quel che più mi stupisce è il passare del tempo, giorno dopo giorno, in un accumularsi di momenti che però non sembrano dare come totale un periodo così lungo, una mole pesante di secondi. Pare, al contrario, che tutto sia volato con leggerezza, quasi con incoscienza, con quella consapevole allegria degli adolescenti.
Per uno abituato a frequentazioni da due settimane, tre anni non sono solo un record ma una sorpresa che si rinnova ogni giorno.
Che avrò di così interessante, mi chiedo, da stimolare l’interesse di chi ho accanto? Sarà forse così pigro da non voler cercare altri? Sarà mica pazzo?

La mia tosse ed io abbiamo messo da parte i grandi dubbi della vita e ci siamo gettati a capofitto in questo weekend di serena calma.
In realtà, viaggiando con Ildegardo non si sa mai quanti chilometri a piedi si macineranno e così su e giù, destra e sinistra, stazione, porto, lanterna, porto, centro, acquario, punti panoramici e focaccerie, mi sono ritrovato a fare quello che mi piace di più: accumulare chilometri sotto i piedi, fin quasi a provare dolore.
Probabilmente agli ansiosi e agli inquieti piace camminare: stare troppo fermi rende nervosi e così, nessuna pausa diventa risolutiva, si respira un attimo e poi si ricomincia.
Probabilmente Genova è una città che spinge a camminare, o forse è semplicemente una città dove tutto è in movimento: chi scende dal treno per andare al porto e magari iniziare una crociera, chi prende via Balbi e si muove verso il centro passando per Palazzo Reale, chi si perde nei caruggi non si sa bene per quale motivo, chi si ritrova improvvisamente in una piazzetta che pare un quadro e poi si disperde nuovamente tra strade un po’ mal messe, case incrostate, odore di piscio e un certo senso di malessere e degrado.

C’è qualcosa di molto italiano in questa città dal passato glorioso, con stupendi palazzi che ne testimoniano la grandezza e poi quel senso di disgregazione sociale che si respira camminando per le vie del lungomare, con una miriade di negozietti di cianfrusaglie, gestiti da stranieri, che non sono il segno di una integrazione, ma la creazione di tanti mini-ghetti di indifferenza e diffidenza reciproca.
C’è qualcosa dei nostri tempi incerti nelle camminate serali, tra visi poco raccomandabili, prostitute, spacciatori e gente che, se la fissi un po’ troppo, potresti innervosire tanto da scatenare chissà quali reazioni.
C’è qualcosa di biasimevole nel Palazzo del Principe che sembra una semplice villa in disuso di quelle che potrebbero abbellire qualche collina della Brianza; nel senso di abbandono, forse per mancanza di fondi, forse per semplice disinteresse. Un atteggiamento diffuso. Eppure Genova è un porto e una porta che si apre ad accogliere. In alcuni casi è uno dei nostri biglietti da visita ma è lì, sospesa, tra un futuro che ignora come sarà (o che non ha mai pensato veramente di progettare) e che sembra multietnico -anche se gestito con poca lungimiranza- e quel passato da aristocratico avamposto dell’industria italiana, che ha lasciato macerie e ruderi non solo qui, ma anche a Milano e Torino, seppure là con meno ferite e meno dolore sociale che qui.

Come tutti i turisti, Ildegardo ed io siamo finiti all’acquario. Temevo sarebbe stato un pomeriggio noioso, anche per la mia avversione naturale ai pesci (smettetela di fare battutacce da caserma!), ed invece…
Come tutti i bambini mi sono affezionato ai lamantini, con quell’aria da orsetti paffuti e buoni, capaci di danzare con leggiadria nelle vasche.
E ai pinguini, così teneramente social, da farsi fotografare ininterrottamente, quasi fossero consapevoli della loro carica di simpatia.
Chi però mi ha fatto più simpatia è stato il pesce-sega, che sembrava fosse stato disegnato da un ideatore di emoticon: con quella sua bocca che si muoveva ritmicamente quasi volesse scandire delle parole durante il nuoto; con quella naturale carica di simpatia -si potrà definire simpatico un animale marino?- mi ha conquistato, tanto che qualcuno mi ha praticamente trascinato via dalla vasca, per proseguire la visita.

La vita procede: procede dopo un attentato che avviene a 800 km da noi, in una città che è il sogno di ogni innamorato; procede anche se l’attentato è su un aereo, a qualche migliaio di chilometri da noi, ma non così tanto lontano da farci perdere di vista la paura che d’ora in poi si insedierà ogni volta che si acquisterà un volo e ci si allaccerà la cintura di sicurezza prima del decollo; procede anche se le misure di sicurezza che prontamente vengono vagliate, proposte, in alcuni casi auspicate con esagerazione, finiranno per limitare la nostra libertà personale; continua anche se spesso mi fermo a pensare che, se dovessimo perdere, se dovesse emergere un mondo più legato alla religione e meno all’illluminismo, anche per me, per Ildegardo, per tutti quelli che devono lottare per tutta una vita per emergere e avere riconosciuti i propri diritti, sarà impossibile vivere, sarà un inferno.
E lo è già ora se un poeta palestinese viene condannato a morte in Arabia Saudita perché mette semplicemente in dubbio la religione, invita ad allontanarsi dall’Islam, fa quello che facciamo noi ogni giorno: dubitiamo dell’esistenza di un Ente Supremo, tanto più se ci viene descritto come amoroso e misericordioso e invece accetta e benedice ogni sorta di aberrazione.

Tre anni con Ildegardo, festeggiati in un delizioso ristorante in centro e a chiedermi cosa cambierà nei prossimi tre anni. Quali tutele avremo? Dovremo avere paura ad andare nel nostro bar preferito -che poi forse non è nemmeno il nostro bar preferito, ma uno dei bar gay meno pretenziosi che abbia mai visto- per via degli omofobi, delle sentinelle in piedi, sedute, sdraiate o magari di qualche altro fanatico religioso?
Dovremo nasconderci? Vivere insieme diventerà un problema?
Sembra che questo mondo viva una schizofrenia difficilmente ricomponibile: da un lato chi lotta per le libertà civili, per i diritti di tutti, chi non si rassegna a un mondo che non abbia attuato definitivamente quel programma di libertà, uguaglianza, cosmopolitismo, fraternità, laicità che è nel codice genetico delle democrazie liberali; dall’altro gli oscurantisti, di qualsiasi natura essi siano, di matrice cattolica, reazionari fascisti, islamici più o meno moderati, omofobi senza cultura e via di questo passo.

La paura per il domani è solo in questo; nell’avere poca fiducia che un mondo liberale, laico e moderno possa prevalere sulla seducente e insinuante propaganda medievale che si leva da più parti creando una morsa a tenaglia capace di soffocare ogni stimolo vitale, ogni libertà, ogni sussulto di gioia, ma in grado di offrire quella rassicurante fotografia di un passato che non era per niente migliore, ma ci ricorda semplicemente gli anni in cui eravamo più giovani.

Per il momento, però, meglio dimenticare per un paio di giorni: nulla è più rassicurante di trascorrere il proprio tempo con chi ci regala sempre un sorriso e ci fa sentire importanti.
Mancava solo una cosa: un anello di lamantini.

Cinquecento parole su: Happy days

Pare che il problema della politica italiana sia un telefilm degli anni Settanta/Ottanta: Happy Days.
Pare che la Sinistra Italiana, quella che riunisce i fuoriusciti del PD e Sel accusi Renzi di portare avanti la politica di Happy Days.
Pare che il Primo Ministro se la sia presa, perché la politica dell’Happy Days in realtà dovrebbe rappresentare l’essenza della sua azione di Governo: pare che sia la politica di chi abbraccia la felicità. Non si è poi ben capito cos’altro volesse dire, probabilmente stava facendo un accenno al concetto di felicità citato nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana come uno degli obiettivi che i cittadini liberi devono e possono perseguire.
Insomma, questa domenica novembrina di clima primaverile ha proposto un tema di discussione politica un po’ evanescente, così come lo è il linguaggio usato dal premier da quando ha deciso di correre per la leadership nel suo partito e poi per ottenere l’incarico di Primo Ministro.

Happy Days, a dirla tutta, è una serie televisiva che è ambientata negli anni ’50. Viveva di raffronti. Gli Stati Uniti degli anni ’70 erano sconvolti dalla guerra del VietNam, che non solo aveva provocato morti, falcidiato una generazione, sconvolto famiglie, pesato su carriere politiche, ma anche suscitato dubbi sul ruolo che avrebbero dovuto giocare nella politica internazionale. Un telefilm come Happy Days nasceva dalla volontà quasi consolatoria di rifugiarsi negli anni ’50. Gli Usa erano usciti vincitori dalla Seconda Guerra Mondiale, erano una delle due superpotenze nucleari, stavano vivendo il boom economico e la famiglia era il centro aggregante della società.
Il modello proposto da Happy Days, in definitiva, non è altro che quello di un focolare domestico, con la madre casalinga, il padre della borghesia, i figli, la villetta, l’auto, il bowling e la televisione a colori che arriva ad allietare le serate tranquille.
Arthur Fonzarelli, il personaggio di rottura, il ribelle, alla fine non è altro che un motociclista buono, amante delle belle ragazze, con uno spiccato senso familiare, pur non essendo cresciuto in una famiglia tradizionale e che trova completamento della propria personalità proprio appoggiandosi alla famiglia Cunningham.

La politica dell’Happy Days, a dirla tutta, è perfetta per il nostro premier e il suo entourage, tra cui spicca la Boschi che dichiara di ammirare Fanfani: è tutto un ritorno al mito del boom economico degli anni ’50, pensando all’Italia come a una nazione da ricostruire dopo una guerra (la nostra è stata la peggiore crisi economica di sempre dalla quale siamo usciti perché la nostra economia è per lo più manifatturiera e non legata alla finanza). Le riforme effettuate puntano dritto a una realtà, quella degli anni ’50-’60 in cui i diritti dei lavoratori erano inesistenti, la pensione la si raggiungeva praticamente un paio d’anni prima di morire, la sanità pubblica era in evoluzione ma non così capillare e costosa per le casse dello Stato, la scuola era obbligatoria ma differenziava chiaramente tra ricchi e poveri, dando poi la possibilità di accedere all’università soltanto ai più ricchi (agli studenti liceali). Non pare di assistere a un ritorno a quegli anni?
È vero: l’Italia cresceva a doppia cifra, ma partiva dalle rovine della guerra.
Ora, fatto 100 il PIL del 2008, a fine 2015, ci ritroveremo ad avere il PIL a un indice 91,55. Nei prossimi due anni, prese per buone le stime del Governo raggiungeremo il 94,2 ( a fine 2017). La disoccupazione decresce ma lo fa perché decresce la popolazione attiva e a fronte degli incentivi per le assunzioni, rispetto all’anno scorso ci sono 19 mila lavoratori assunti in più nei primi 9 mesi (fonte Ricolfi).
Rimane il fatto che la visione Happy Days della politica non è una visione progressista: quello descritto è un mondo conservatore, che piace tanto alla destra moderata, a NCD per dire, ma non dovrebbe far impazzire gli elettori del Partito Democratico, a meno che…

A meno che non ci si schiacci tutti sulla nostalgia del passato. Happy Days era ambientato a Milwaukee, una città industriale, sede anche della Harley Davidson. Quell’industria pesante non c’è quasi più: tutto si è automatizzato e robotizzato, nelle aziende devono lavorare operai specializzati, le catene di montaggio sono quasi sempre sostituite dalle zone di lavoro. Rimangono ancora moltissime criticità, ma bisogna anche pensare che la maggior parte dei lavoratori italiani è impiegata nel terziario. Le sfide per la sinistra sono molteplici: ha proprio senso che se ne facciano carico i soliti esponenti di SEL che, quando parlano di industria, sembra stiano parlando della prima rivoluzione industriale inglese, dando proprio l’impressione di non sapere nemmeno come sia fatta una industria ora? Ha senso che se ne facciano carico coloro che non sono mai riusciti a essere incisivi nelle politiche di governo per le retribuzioni, i contratti di lavoro o per il progressivo miglioramento della condizione del lavoratore?

Ho come la sensazione che avvitarsi sulla politica dell’Happy Days sia fallimentare per il PD che dimostra ormai di avere abbracciato le istanze di Alfano&co., diventando il partito moderato di destra che tutti hanno sempre auspicato al posto dell’imbarazzante accozzaglia di populismi guidati da Berlusconi (e ora da Salvini e dalla imbarazzante Meloni); per averne conferma basti pensare ai tanti berlusconiani -riconoscibili dai toni da tifosi da stadio- che sono slittati nel PD o agli ex-popolari-margheritini-democristiani che vedono nel premier la rinascita di un passato che sembrava perduto: il partito della spesa clientelare, la DC.
Lo è anche per la nuova Sinistra Italiana se pensa di rifugiarsi in una enclave sicura, contando sul solito serbatoio di elettori che si vanno via via assottigliando.

Mi hanno fatto sorridere, ieri, le parole ironiche da parte dei sostenitori del Premier riguardo l’età media dei partecipanti della manifestazione di Sinistra Italiana. Si faceva notare quanto fossero anziani.
Uno degli ultimi sondaggi disaggregati per voto, dimostra che il PD prende il 45% dei voti degli over 55, che sono poi quelli più affezionati al voto, che difficilmente disertano le urne e che sono 20 milioni, un terzo dei cittadini.
Ironizzare sugli anziani di Sinistra Italiana significa ironizzare su quasi due quinti dei propri elettori.

Forse il problema allora è chiedersi perché i giovani non votino oppure si mobilitino per i CInqueStelle o, come si è visto nella sfortunata vicenda referendaria di Civati, siano attratti da nuove forme di aggregazione (non ha raggiunto le 500000 firme ma ha creato una rete di volontari dinamici, agguerriti, pronta e aderente al territorio).
Forse perché quella politica della FELICITÀ di cui il premier si arroga il diritto della narrazione, in realtà, non la persegue nessuno. Se le università diventano sempre più inaccessibili, se il mondo del lavoro è regolato dal solito rito delle raccomandazioni, se per avere la concessione di un mutuo devi avere qualcuno che garantisca per te  (a poco vale avere un lavoro stabile), se non esistono diritti per tutti in tutti i campi, allora si comprimono le possibilità, le capacità, il dinamismo.
Il PIL cresce lentamente e quasi di nulla, la disoccupazione decresce di qualche decimale e solo perché la gente si stufa di cercare un lavoro, le aziende non investono, gli studenti non studiano perché non c’è affatto la possibilità di perseguire la felicità. Alcuni, poi, nemmeno hanno il diritto a lottare per arrivare alla felicità, ne sono tagliati fuori per via di una legislazione che non estende i diritti.
La società che si vuole costruire è già fallita, anni fa. È stata superata. I giovani d’oggi si guardano intorno, viaggiano e vedono che basta superare la frontiera e ci sono diritti che qui non ci sono.
Il PIL non è tutto. Il PIL da solo non rende un paese dinamico e felice. Il PIL non toglie le tensioni sociali (citofonare Regno Unito: il PIL cresce, la finanza investe, ma le periferie sono polveriere per i fondamentalismi. Vogliamo forse questo con la politica che premia chi fa finanza e non chi crea lavoro?). Il PIL senza diritti civili e senza redistribuzione ci condanna a vivere giorni tutt’altro che felici.

Cinquecento parole su: Omicidi omosessuali

Una delle notizie di cronaca di questa fine settimana è stato l’omicidio di un uomo d’affari tedesco nella Capitale.
Fatto di cronaca che è stato subito bollato come omicidio omosessuale. Non basta essere bollati come omosessuali, froci, culatoni o busoni in vita- termini attribuiti a una persona con la volontà di affibbiarle un marchio infamante- ma anche nella morte, la sensibilità e la deontologia giornalistica decidono che l’omosessualità sia la cifra di un crimine efferato.
Nella stessa giornata nessuno si è preoccupato di definire omicidio eterosessuale quello dei due fidanzatini che sterminano i genitori di lei perché contrari alla loro relazione. A ben guardare, un delitto che apre ancora di più la discussione su cosa sia “la famiglia” e se essa, nella sua versione tradizionale, così tanto amata dai politici nostrani, non sia in crisi e incapace di educare i giovani ai valori di una società civile.
Stupisce come laureati -presumiamo in materie umanistiche, quindi avvezzi all’uso delle parole- riescano a divenire totalmente impacciati quando si parla di omosessuali. Come la professionalità lasci spazio al black-out dell’ignoranza, come le parole divengano improvvisamente fitte di mistero, allusioni, ammiccamenti.
Improvvisamente emergono ambienti omosessuali, giri di incontri con sconosciuti, pratiche erotiche al limite della decenza, stili di vita licenziosi e tutto l’armamentario da italietta anni ’50 che proprio non si riesce a dismettere. Fa sorridere tanto più che ciò avviene proprio qualche giorno dopo la celebrazione dell’anniversario della morte di Pasolini, avvenuta 40 anni fa. Un intellettuale che ha trascorso quasi l’intera esistenza in tribunale perché la sua unica colpa era quella di essere omosessuale.
Mi ha colpito un servizio al telegiornale in cui si intervistava il parrucchiere dell’assassinato. La giornalista, evidentemente non proprio una lince della psicologia persuasiva, cercava in tutti i modi di far emergere il ritratto-cliché del gay come se lo immaginerebbe uno spettatore medio del Bagaglino. “Era una persona curata? Usava i trucchi? Ci teneva all’aspetto vero? Era vestito bene? Aveva una borsa?”. All’idea della borsa non le è parso vero di avere lo scoop tra le mani (un gay con la borsa!) e per tre volte ha chiesto lumi all’intervistato. La borsa come oggetto di una femminilità esibita era per lei una prova schiacciante di chissà quale depravazione (basterebbe aprire una qualsiasi rivista di moda invece…). La risposta è stata scocciata: la borsa non era altro che una ventiquattrore, una borsa da lavoro insomma.
C’è un riflesso improvviso  incontrollato che agita anche l’informazione quando ci sono i gay di mezzo.
Quasi fossero creature dalle forme abbaccinanti, ci si improvvisa romanzieri, nel tentativo di rappresentarli come creature con qualcosa di bestiale. Difficile rappresentarli come sono. Sarebbe stato forse meno omosessuale se l’uomo in questione non avesse curato l’acconciatura o fatto la manicure o avuto una borsa? O non vogliamo forse rincorrere i nostri luoghi comuni, i nostri cliché, le nostre fobie quando descriviamo ciò che non conosciamo?
Perché, cari miei giornalisti, cosa sono se non ‘incontri con sconosciuti’ gli abboccamenti sessuali dei vostri figli e delle vostre figlie il sabato sera in discoteca, magari quando sono ubriachi? Che cosa sono quelle foto che si scambiano gli adolescenti tramite whatsapp, con corpi nudi esibiti, magari scene di sesso estremo riprese da amici e fatte circolare tra estranei così da far urlare al bullismo, se non pratiche erotiche che definirei troppo licenziose per delle/degli adolescenti? O come li definireste quei padri di famiglia che vanno con prostitute minorenni?
No, per certe situazioni si usano parole come ‘delicatezza’, ‘deontologia’, ‘rispettare il dramma familiare’. Per i gay improvvisamente emerge quello che Martha Nussbaum definirebbe il ‘disgusto’ che anche buona parte della stampa prova nei confronti dell’omosessualità. Disgusto che i politici esibiscono con politiche reazionarie e che limitano i diritti civili; disgusto che i media esternano con la descrizione di un mondo oscuro e peccaminoso, mescolando ancora una volta un giudizio religioso con quella che invece sarebbe la libertà dei cittadini; disgusto che a cascata scende sulla popolazione che considera normale il bullismo omofobo.

Se il mondo omosessuale vi sembra un po’ oscuro, se vi pare una specie di mondo di mezzo al quale si accede solo con una parola segreta, sarebbe il caso di chiedersi il perché. Perché gli omosessuali, spesso anche quelli con situazioni lavorative ben remunerate, devono vivere nascosti; perché molti devono mentire per tutta la vita; perché conoscere qualcuno sia così difficile, a volte, tanto da dover andare in locali che a voi paiono equivoci e che non sono altro che semplici bar, salvo poi aver paura, quando si torna a casa, che qualche testa calda abbia idee persecutorie; perché in questo paese non si possa nemmeno fare un gesto affettuoso a un amico tanto da essere  scambiati per omosessuali (ad esempio il caso di Genova di quest’estate) e meritevoli di punizione…
Forse quel mondo oscuro che voi dipingete è quello in cui voi stessi avete cacciato gli omosessuali, quello dal quale non devono uscire, quello fatto di “ho tanti amici omosessuali ma… “, quello di “io lascio la libertà a tutti, ma che le cose le facciano a casa loro…”, in una morale di doppiezza e ipocrisia che cerca di salvare la propria omofobia mettendola in pace con la pretesa di apparire liberali.
In questo i media hanno davvero un grande ruolo. Pessimo se, nel 2015, ancora si parla di ‘omicidio omosessuale’. Che si accompagna bene con amore omosessuale, matrimonio omosessuale, figlio omosessuale, mondo omosessuale: uno sdoppiamento che esprime plasticamente quello che da anni si dice. Ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B. Per questi ultimi c’è spazio nel mondo omosessuale, oscuro, immorale, anche un po’ criminale.

 Scivolare su uno strato di crema Nugatti, in attesa del bus 1, verso il supermercato Irma.

Oggi mi sono svegliato afono. Credo mi capiti una settimana all’anno, dal 2007 o giù di lì. Allora era il mese di aprile e il mio dottore, in preda al giovanilismo omeopata che colpisce chi sta per andare in pensione e pensa di essere ancora sul pezzo, pensò di curarmi i lancinanti dolori di gola con la malva: infuso di malva alla mattina e alla sera. Non risolse nulla e mi ritrovai con la gola in fiamme per circa un mese. È stato come un battesimo: da allora sono membro onorario del club delle “gole in fiamme” (non tollererò alcuna ironia a tal proposito) e puntualmente, d’improvviso, ci si risveglia un giorno senza voce.

Non è un danno per chi mi sta intorno: la mia voce è oggettivamente fastidiosa (credo di averlo detto più e più volte)  e un po’ di pace per le sensibili orecchie di chi mi sta vicino non guasta. Però senza voce mi sento quasi menomato: mi rendo conto che parlo continuamente (alcuni direbbero che sono logorroico) e che se non riesco a dire la mia, a scherzare coi nipoti, a prendere in giro Mutter o a stare al telefono con Ildegardo sono un po’ perso. Non è poi vero che sia un solitario: o forse lo sono ma non se obbligato dagli eventi.

Stasera sarei uscito con Didimo, ma è stato meglio evitare per non peggiorare le condizioni.
Così ho pensato che l’ultima volta che non sono stato bene ero a Copenhagen, quest’estate…

I resoconti estivi sono quanto di più noioso si possa infliggere alla pazienza altrui. Cercherò di essere sintetico…

Amsterdam

VondelPark - Picasso - Il pesce Da vecchio lettore di Tondelli cercavo ispirazione nel Vondelpark, il polmone verde a ridosso del centro, grande ed eterogeneo. Forse semplicemente anelavo un’atmosfera da anni Ottanta: l’aria peccaminosa dei luoghi oscuri. Invece mi sono ritrovato un bel parco borghese più simile ai Giardini di Porta Venezia che a un centro del vizio. Donne e uomini in bicicletta, bambini che giocavano, tizi di ogni età che si allenavano correndo.

Ildegardo ed io abbiamo improvvisato un pic-nic per poi camminare alla ricerca di una statua che non trovavamo. Ci siamo imbattuti in questa scultura di Picasso: il Pesce, così naturalmente inserita nel contesto da risultare normale, una creatura mitologica che appare improvvisa in un angolo e che offre rifugio a un paio di stanchi ragazzi…

Ci siamo lasciati incuriosire da un cane, un levriero afgano un po’ spettinato, che si muoveva sperduto sul sentiero, pur non perdendo la sua eleganza. Per noi è diventata subito ElsaFornero, l’amica di MarioMonti, il piccolo levriero italiano che un giorno avremo e che, in virtù di una nostra pazzia onomastica, che ci porta a sorridere spesso di questa surreale mania a dare nomi di persone note ai cani in virtù del loro aspetto o carattere, si chiamerà come l’ex premier. Algido ed elegante. In attesa di trovare un posto anche per il loro compagno di giochi, il  bracco italiano MarioDraghi. Come sono semplici e puerili i nostri scherzetti da bambini.

Amsterdam non è come te l’aspetti. Forse dipende da quel che cerchi: è la città di Anna Frank e della sua casa-rifugio, con una fila in attesa per visitarla che sembra infinita ma è nulla rispetto a quelle di certi padiglioni Expo. E fa piacere che ci siano giovani e studenti, per lo più americani, magari spinti alla visita sull’onda del successo di un filmetto romantico e di un libro adolescenziale come “Colpa delle stelle”. Ma è anche la città del peccato, delle cabine di prostitute che si affacciano proprio sulla via che circonda la Chiesa Vecchia.  È la città rinomata per il divertimento, la birra e il quartiere a luci rosse. Per il mercato dei fiori e per i canali.. Amsterdam

 Lo ammetto, non sono entrato in sintonia con l’umore della città.
Mi piace il centro raccolto che si può visitare a piedi -se si ama camminare per chilometri senza lamentarsi- e i canali che fanno da punto di riferimento.
Mi piace l’allegria delle persone, quell’abitudine a usare la bicicletta per gli spostamenti (decisamente più comoda dell’auto per via della struttura della città), mi piace la calma e la quiete di alcune vie, subito interrotta dall’allegria che pare un po’ forzata che si respira a Rembrandtplein o a Leidseplein.
Mi piace Febo -dove si possono mangiare hamburger prendendoli direttamente dai distributori- oppure i negozi di patatine fritte a ogni angolo.
Mi piace la cortesia dei commessi nei negozi o di chi lavora negli alberghi o di chi fornisce indicazioni ai turisti: perché se il turismo è una delle tue fonti di reddito, forse è bene investirci anche in gentilezza. Qualcosa che dovrebbero imparare in Italia anche a Roma, Firenze, Venezia e nelle città d’arte. O forse pure a Parigi.
Paradossalmente non mi è piaciuta l’Amsterdam viziosa, quella dei viaggi d’istruzione dei ragazzi, quella vagheggiata da chi desidera quartieri a luci rosse oppure una discesa nello sballo. Non è moralismo il mio: c’erano strade che puzzavano troppo di allegria esibita, di voyeurismo triste, di uno strano rapporto col sesso che, se da un lato dimostra quanto siano anni luce avanti rispetto alla nostra tradizione cattolica bigotta, dall’altra lasciavano quella sensazione di catena di montaggio del sesso. Probabilmente meno ipocrita del sesso mordi-e-fuggi che si conclude con un “ci sentiamo” che è un addio, però pur sempre fredda.Amsterdam
Mi piace il Museo Van Gogh e il Museumsplein, la piazza che era riempita con sculture moderne e tra i quartieri, due in particolare: Joordan, citato nelle guide turistiche come esempio di recupero di una intera zona, un quartiere operaio che ora è il centro delle serate radical-chic di Amsterdam, con le tipiche case con gli argani (ci faceva ridere tantissimo leggere ‘argano’ sulla guida turistica ogni due per tre) e De Pjip, il mio preferito.
È un quartiere multirazziale, meno elegante di Joordan, ma decisamente più vero, con vie e case che sono un misto delle città che uno ha amato e visitato. Sembra di vedere una via di Londra, verso Camden, poi si volta e ti trovi a Bruxelles, poi un’altra strada e sembra un angolo di Berlino, poi di nuovo Londra, con una piazzetta piena di studenti in libera uscita.
Molto più vivo e vitale di Joordan, molto più vero del distretto a luci rosse, molto più verace del Leidsplein, molto meno centrale e turistico.
Rimane il fatto che il mantra che mi ha accompagnato ad Amsterdam è stato: “Sembra pazzesco dirlo, ma preferisco Bruxelles”, nonostante Ildegardo mi abbia portato pure in un centro di lavorazione dei diamanti e facesse il piacione con il tizio che ce li mostrava solo per riuscire ad averne uno con lo sconto di almeno ventimila euro.

Copenhagen

Mentre ad Amsterdam sono stato a giugno (per festeggiare il compleanno del giovane Ildegardo), Copenhagen rientrava nel pacchetto vacanze che ci ha visti prendere aerei come fossimo star di Hollywood e visitare anche Oslo e Stoccolma.
Tra le tre mi aspettavo grandi cose da Copenhagen. Bisogna ammettere che la città è sventrata dai cantieri della metropolitana che procederanno fino al 2019 e che distruggono la visuale di due dei punti più caratteristici della città: la Kongens Nytorv e la piazza del Municipio. Copenhagen - Casa di Niels Bohr
Rimane il fatto che Copenhagen sia una bellezza algida, difficile da penetrare, qualcosa su cui scivoli in superficie ma che non ti sconvolge. È un affastellarsi di immagini: lo Stroget (la via principale); la Nytorv, la Kongens Nytorv, il Nyhavn, le residenze reali, il Giardino di Tivoli, i musei… Su Copenhagen avevo mille aspettative, perché personalmente ricordavo un testo teatrale di Michael Frayn che ho amato molto e che racconta l’incontro tra Bohr e Heisenberg (l’uno danese sotto l’occupazione tedesca, l’altro tedesco, esponente di spicco del mondo accademico nazista, almeno fino all’inizio della seconda guerra mondiale) nell’ottobre del 1941. Forse una delle fortuite e soddisfacenti attività è stata il vedere la casa dove è nato Bohr, quasi a ridosso del vecchio palazzo reale.

Ordinata, precisa, bellissima. Un po’ come quelle case di straordinaria architettura e perfetto design delle quali ammiriamo le foto nelle riviste specializzate, ma che mancano di calore.

Mancano di quell’alito di vita che le renderebbe uniche. Così per qualche giorno, Ildegardo ed io abbiamo cercato di costruire una Copenhagen che esulasse da stanze di albergo minimali a prezzi altissimi. Ci compravamo la frutta al nostro supermercato preferito, mangiavamo hot dog comprati ai banchetti disseminati un po’ ovunque nella città (una gustosa alternativa ai ristoranti turistici con prezzi da capogiro), attendevamo pazienti l’autobus 1 o il 26 per ogni dove, abbiamo anche fatto l’immancabile giro a Christiania, il quartiere autonomo di hippies, autogestito e liberamente avvolto da un fumo denso e acre di marijuana.

Siamo stati alla Ny Carlsberg Glyptotek e sì, avevano già rubato la scultura di Rodin: Ildegardo ed io giravamo smarriti cercandola perché la prodigiosa guida Touring che il fidanzato brandiva come un’arma -una spada di Damocle che pendeva sulla nostra testa di turisti che volevano diventare colti- la citava come imperdibile. Emblematica la scena di due isterici che girano come ossessi in una sala alla ricerca di un’opera che non c’è, accusandosi l’un l’altro di cecità…

7-11 coppa celebrativaQuello che ha reso più viva Copenhagen è stato il gay-pride. Come spesso ci succede, capita tutto per caso. Siamo arrivati a Londra l’anno scorso  il giorno del Pride e ci siamo infilati nella frastornante festa per le strade di Soho. Arriviamo a Copenhagen e la troviamo bardata per il Pride che si svolgeva in sede fissa davanti al Palazzo Municipale della Città. Quello che ci ha lasciati basiti era la perfetta armonia con la città. La catena di alimentari 7-11 aveva addirittura un bicchiere speciale per il Pride, la Confindustria danese che ha un palazzo che si affaccia su Hans Copenhagen - ConfindustriaChristian Andersen Boulevard (la strada che costeggia la piazza Nytorv) che si colorava con i colori dell’iride, il luogo, la gente che camminava e magari si fermava ad ascoltare della musica, i commessi dei negozi più allegri. Il tutto in una città, in un paese, dove i matrimoni omosessuali sono all’ordine del giorno. Si respirava aria di consuetudine, di quotidianità, di abitudine. Quell’abitudine al divertimento parco, tanto che alle 22,30, ogni sera, tutto era già terminato.

Credo che di tutto mi siano piaciute le passeggiate senza una vera meta, quell’andare a piedi passando dal Nyhavn verso il porto rinnovato a mercato, su verso Amalienborg, fissando l’Opera e poi giungendo all’immancabile Sirenetta, circondata da turisti orientali, quasi ne fossero le guardie del corpo.
Copenaghen, Castellet, Ultimo mulino a ventoGradevole è la passeggiata a Kastellet, ora sede di una caserma, un tempo piccola cittadella fortificata. Camminando ci abbiamo trovato un mulino a vento, l’ultimo della Danimarca, ennesimo punto di contatto tra Copenhagen e Amsterdam, oltre alle case con gli argani, la natura commerciale della città, gli alberghi con le camere lillipuziane e i costi altissimi…
Non mi ha stupito vedere che la Danimarca risolvesse il problema immigrazione chiudendo le frontiere o lasciando semplicemente partire verso la Svezia i poveri immigrati sfortunati. È la sensazione che mi ha fornito: un bellissimo posto per viverci, ma solo se vi appartieni da generazioni. C’è la fiera consapevolezza del proprio passato e il tentativo di mantenere vive le proprie tradizioni, non permettendo il mescolamento di razze, o almeno impedendolo in qualche modo.
Del resto, come reagirebbe il mondo se il piatto tipico danese, lo Smorrebrod dovesse subire stravolgimenti nella ricetta originale? Chi ci ripagherebbe della perdita di una fetta di pan carre, spalmata di burro chiarificato con sopra una fetta di salmone o un’aringa?

Oslo

Dichiaro apertamente che tutto quello che scriverò su Oslo è viziato in partenza dal fatto che io non abbia spirito critico.
Oslo è la più debole delle tre città nordiche visitate. Non stupisce pensare che proprio qui possa avere vissuto Munch. Oslo- Il palazzo reale visto dalla Johannes GataNon stupisce il tasso elevato di tentativi di suicidi tra le giovani ragazze. Non stupisce che la domenica pomeriggio alla televisione norvegese ci sia una specie di festival della canzone in cui due tredicenni sono osannati come star e che il programma televisivo delle 20 sia un gioco a premi con domande alle quali riuscivamo a rispondere pure Ildegardo ed io, non sapendo nemmeno una parola di norvegese (neutrale, si badi bene). Eppure a me Oslo è piaciuta.
Per quell’aria da paesotto che si sta trasformando in capitale, per quella ricchezza dovuta al petrolio che è giunta solo da qualche decennio e per quell’atteggiamento cortese ma dimesso dei norvegesi, che sembrano pure meno belli degli altri cugini scandinavi ma per i quali si potrebbe rispolverare una frase che ho sentito ripetermi per anni: “Non sei brutto, è che non ti valorizzi”.
Oslo sta quasi tutta raccolta in una via, la Karl Johannes Gata che dalla stazione Centrale porta direttamente al Palazzo Reale, passando per il Duomo, il Parlamento, l’Università, il Teatro Nazionale, la via dei negozi e il Grand Hotel (dove alloggia il vincitore del premio Nobel per la Pace). È tutto lì, in cinquecento metri credo. E una volta percorsi quelli si ha la sensazione di avere terminato, che manchi solo il Palazzo Comunale. E qualche museo sparso qua e là, ma sempre nei dintorni di questa via.
Oslo, Opera di Renzo PianoPoi c’è il porto (a duecento metri da lì) e la vecchia fortezza, forse a mezzo chilometro. Più lontano il Munch Museum, raggiungibile con qualche fermata di metropolitana (una delle reti metropolitane più efficienti e capillari, con oltre duecento stazioni per una città di 700000 abitanti.
Di Oslo ricorderò gli avvertimenti che tutti mi hanno fatto prima di partire o che ho letto: attenzione ai prezzi. Una città costosissima.
In realtà, le catene di fast food presenti in città hanno prezzi in linea coi nostri e l’unica cosa da evitare è l’affannosa ricerca di un ristorante con la pretesa tutta italiana di mangiare un antipasto, un primo, un secondo, un dolce, il caffè e l’ammazzacaffè. Quello è un pranzo di nozze ed è chiaro che i prezzi diventano proibitivi.
Rimangono comunque alti ed è per questo che Ildegardo ed io abbiamo dato vita ai ‘pic-nic’ in camera d’albergo. Si scelga un albergo comodo, centrale, con colazione inclusa la mattina; si controlli la presenza di un supermercato Rema1000 nei dintorni e si proceda senza tema all’acquisto di salmone fresco a 2 euro all’etto, pan carrè, crema da spalmare Norfrisk e tutto il necessario per una sana cena a base di pesce. Senza esagerare, ovviamente.
Opera House, OsloDi Oslo però ricorderò la cortesia verso i turisti, la gita nel fiordo su cui sorge la città da cui si può scorgere come sta cambiando sotto la mano sicura di architetti internazionali. Mi piace molto l’Opera che digrada nel mare, quasi creasse una piccola spiaggia di cemento; mi piace l’atmosfera calma della sera, mi piace pensare che in certi quartieri residenziali la vita scorra ancora come solo cinquant’anni fa, tra pavimenti in legno, camini fumanti, ceppi accesi e rischio di incendio in ogni dove. Penso a Frogner e poi al verdissimo Bigdoy, dove sono situati i musei più importanti (interessantissimo il Norsk Folkmuseum, con riproduzioni delle case in legno nelle varie zone della Norvegia… ma anche della città di Oslo, che fino al 1950 era davvero una città di case in legno, poverissima) e dove, per nostra sfortuna abbiamo perduto la nostra guida turistica, preziosa amica cartacea del nostro viaggio.
Per me Oslo è di quella bellezza dimessa, quasi sfregiata dal tempo e dalla storia. Penso al Munch Museum, quasi decentrato, quasi nascosto, non sfacciatamente imponente. Oslo è una fetta di pane spalmata con una crema di nocciole, ma non la Nutella, troppo commerciale, troppo italiana. La Nugatti, l’autoctona crema di nocciole norvegese.
Oslo è una Berlino sul mare. Credo che ci vivrei.

Stoccolma

La città che più mi ha affascinato quest’anno è proprio Stoccolma (no, non mi sto rimangiando il giudizio su Oslo, ma so che Oslo potrebbe apparire indigesta ai più). Stoccolma è la città come ce la immaginiamo: una bomboniera che vive, non sospesa in un tempo eterno e magico del proprio passato. Lavori e cantieri sono ovunque, le strade sono colme di auto (è davvero caotica questa città a volte),Stoccolma , Gamla Stan ma è piacevole come girando un angolo si venga immersi in un’atmosfera magica. Magica come lo è una passeggiata serale per la Gamla Stan (la città vecchia), inerpicandosi in vie buie che nascondono bellissimi tesori.
Queste città bisogna viversele camminando: se si pensa di entrare nei musei e ritrovare capolavori dell’arte (oddio, è possibile, soprattutto a Copenhagen) allora tanto vale entrare in un museo italiano e lasciarsi affascinare da ciò che i nostri artisti hanno realizzato nel tempo.
Il bello invece sta nello scoprire vie, viuzze, piccole chiese, antri, palazzi, ognuno con una propria storia.
Stoccolma - Gamla StanDi Stoccolma sono mozzafiato le vedute, il mare blu (o il lago blu, a seconda di dove ci si trovi), e la Monteliusvagen, una viuzza panoramica in Sodermalm dalla quale, se non si scivola sulle assi di legno, si può ammirare la città vecchia, il Comune, la meravigliosa distesa di chiese, case, i corsi d’acqua e le isole su cui è costruita la città.
Non abbiamo soggiornato in centro (come invece a Copenhagen o a Oslo) ma eravamo in un bellissimo appartamentino periferico. La periferia ordinata e rassicurante non ricorda per nulla le nostre, anche se Stoccolma e la Svezia hanno avuto problemi di ordine pubblico negli ultimi anni. È quasi commovente il rispetto delle regole: la gente che sale sull’autobus e mostra il biglietto o ne compra addirittura uno se sprovvista. C’è questa consapevolezza che se non si rispettano le regole, non si pagano le tasse allora i servizi non possano funzionare.
Stare in un appartamento ci ha permesso di fare la spesa, comprare le polpettine svedesi, cucinare e dedicarci all’attività preferita di queste vacanze: mangiare salmone fino alla nausea.
Abbiamo camminato per una intera giornata nell’isola di Djurgalden, seguendo le indicazioni lette su due guide turistiche. Ci siamo spinti anche verso un’oasi del WWF con l’Isbladskarret per poi ripassare nei giardini reali e su su, Stoccolma - Il comunefino a Karlaplan, la mia fermata della metropolitana preferita (gli annunci sulla metropolitana, con quella tipica pronuncia neutra quasi metallica, mi facevano pensare che lo svedese ha dei suoni che ricordano il russo…).
A Stoccolma sarebbe bello tornare d’inverno…

Ovviamente non voleva essere un post di resoconto dei viaggi estivi, ma quasi un sunto breve di quel che ho fatto in questi mesi di silenzio.
Non è una guida turistica: abbiamo visto e visitato molte più cose di quelle citate qui e tutte le città meritano approfondimenti culturali.
Sono per lo più annotazioni di sensazioni.
In quattro città è stato piacevole camminare con Ildegardo, perché in queste quattro città è naturale che due uomini stiano insieme. È una delle possibilità. Forse a Stoccolma abbiamo anche incrociato due papà con un bambino. Forse, dico. Forse ne abbiamo incrociati di più, ma non ci facevamo più caso. Ammaliati dalla civiltà di queste culture nordiche, dai diritti forniti a tutti e forse pure dal modo un po’ dimesso con cui si tutelano tutti quanti, senza proclami e annunci altisonanti, ma semplicemente perché è giusto che sia così.

Ci sono anche cose stranissime e inspiegabili per noi, come ad esempio quella pratica un po’ desueta di vendere alcoolici solo in centri particolari, una specie di monopolio aperto solo fino al venerdì in orari d’ufficio. Una pratica che non ha scoraggiato però l’abuso di alcool.  Oppure quel brutto vizio di vendere l’acqua aromatizzata, perché quando si pensa all’acqua si pensa a quella del rubinetto -e dovremmo iniziare a farlo anche noi, quanta plastica eviteremmo!-
E però, una cosa che mi ha stupito tantissimo in questi paesi del Nord Europa e che non credevo è stata la presenza di tantissime madri. Passeggini ovunque, sulla metro, sui bus, per strada. C’è questa corsa alla maternità e paternità che credo sia dettata anche dalle ottime condizioni lavorative per i genitori di entrambi i sessi e dovute anche alla presenza di servizi essenziali come asili nido e scuole.
Pensavo che permettendo i matrimoni omosessuali i gay avrebbero distrutto le famiglie eterosessuali ed invece non è così. Pensavo non sarebbero nati più bambini e non sembra affatto questa la situazione. Pensavo poi che i gay avrebbero contagiato il resto della popolazione facendola diventare gay. Nulla di tutto questo.
Non so che politiche abbiano utilizzato in Scandinavia ma so che sono riuscite a evitare la distruzione dell’eterosessualità! Credo che Giovanardi, Sacconi, Formigoni, la Meloni, Salvini, i leghisti, i fascisti di ogni risma, i cattolici, le Binetti-sadomasociliciche, Renzi e persino Scalfarotto dovrebbero fare un salto qui e chiedere come si faccia, se hanno davvero a cuore la salvaguardia dell’eterosessualità!
Altrimenti la loro è solo propaganda omofoba.
Pare che l’unica ricetta sia estendere i diritti a tutti i cittadini. E che i cittadini vivano rispettando regole che reputano giuste e uguali per tutti.
Si imparano tante cose nei viaggi al Nord.