Noi, da qualche parte, incapaci sentimentali.

Quello che spesso mi penalizza nell’analizzare un film è l’immedesimazione con i personaggi. Sì, certo, non sono un attore di fama mondiale, non ho una figlia, non vivo in un lussuoso hotel, non guido auto rombanti, non vivo a Los Angeles, non mi trastullo con spettacoli di lap-dance di gemelle bionde in camera, né finisco le mie serate ubriaco. A dire il vero, ho pure il vantaggio di non essere costretto a sorbirmi le interminabili serate dei Telegatti da spettatore in sala, o da premiato, con tutto il kitsch tipico della televisione italiana che scimmiotta, in peggio, tutto quel che viene dall’estero e che, probabilmente, deve avere fortemente traumatizzato una bambina come la Coppola, se a distanza d’anni, infila una scena del genere in un suo film. Io posso sempre cambiare canale.
Ma il problema delle distanze è qualcosa che riguarda tutti noi. Le distanze tra noi e le persone che amiamo (furono proprio le ‘distanze’ il leitmotiv dei ringraziamenti della mia tesi di laurea in ingegneria, oltre ad essere l’argomento della stessa); la distanza tra quel che siamo e quel che vorremmo essere (un evergreen della letteratura); la distanza tra ideale e reale; quella tra ciò che sembriamo agli altri e quel che pensiamo di essere; la distanza tra i nostri gesti e le loro implicazioni nel mondo, gli effetti, talvolta dirompenti, talvolta così insignificanti. La distanza tra il desiderio di eterno di ognuno di noi e il ticchettio dell’orologio, il tempo che scorre, il nonsense dell’esistenza.
Il film della Coppola interroga ogni uomo maturo riguardo la propria inconcludenza: la vita fatta per ‘godere’ di ogni attimo, il divertimento ad ogni costo, il piacere inteso come esperienze alle quali non si può rinunciare. Forse c’è davvero bisogno di un senso del limite? Di un’etica? Di un freno al nostro edonismo? Possiamo essere salvati dall’apatia affettiva da gesti inaspettati, come una colazione preparata dalle mani di una saggia bambina? Oppure siamo destinati a collezionare cose, persone, immagini, luoghi, come fossimo ridotti ad un album di ricordi?
Non importa il dove, non importa quando: siamo in continua ricerca di qualcosa di nuovo. Che sia un locale per la serata, un vestito da indossare, un’auto da provare. Un nuovo viaggio, come se ad accumulare ‘luoghi visitati’ ci si sentisse più cittadini del mondo e cosmopoliti. Donne e uomini a volontà, in una lunga lista di cose fatte. Lusso e piacere. Avere per soffocare ciò che siamo.
Semplicemente degli incapaci sentimentali; gente che non riesce nemmeno a dire un ti voglio bene o a scusarsi, lontano dal rumore di fondo che confonde ogni cosa, soffoca le intenzioni, sbriciola ogni slancio.
È questo quel che mi frega del film della Coppola: vedere la mia generazione a nudo, oppure rivivere persino gli atteggiamenti di ex frequentazioni. O forse i miei. E sentirmi ridicolmente vuoto, bulimico di esperienze, fatte un po’ in ogni dove, senza volere capire. Stancandosene subito per poi fuggirle: vivere come se si rimanesse sempre chiusi in una stanza d’albergo a cinque stelle. Pur sempre in una prigione.
Mi frega perché per il resto: sì, ok, è un film della Coppola. Ok, Il giardino delle vergini suicide è un film al quale sono legatissimo. Ok, criticare un film della Coppola è temerario. Ok, il tema mi prende. Però è un film medio. Non un capolavoro. Niente che possa meritare minuti di applausi, per dire.

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