L’errore sistematico

Sono un abitudinario e me ne rendo conto anche oggi, camminando da Oxford Road fino a Dalton Street e poi ancora fino alla Cattedrale. Più o meno, a ritroso, ieri sera, ho percorso la stessa strada con Hubert, tornando da un ristorante vicino all’Arena. Stesse strade, cinque anni fa, in una glaciale notte di novembre; camminavo con David e, sempre con lui, qualche mese più tardi calpestavo un nevischio che lo rendeva euforico mentre a me suscitava tenerezza, per quanto fosse mescolato alla pioggia. Aveva l’aria del ragazzotto sano con l’aria fessa, eppure mi piaceva la sua risata forte. Stesse strade, come se non ce ne fossero altre, come se l’essenza del benessere soggiornasse lì e soltanto in quei posti, e quella fluida sensazione di sospensione (nella quale i respiri sembrano all’inizio non essere sufficienti per le funzioni vitali e poi, improvvisamente, quando pare di essere in apnea, colgono la giusta frequenza, quella capace di svuotarti la mente di ogni pensiero e alleggerirti fino a sollevare il tuo baricentro, tanto da voler persino piangere per la gioia) non potesse essere trovata altrove.

Sono un abitudinario, o forse più semplicemente un noioso, o ancora più banalmente una persona che è portata a ripetere se stessa, in una specie di dannazione che non è soltanto mia, ma che è comune a molti, se non a tutti. La potremmo chiamare coerenza, o senza scomodare virtù ideali, il nostro carattere?

Cammino e penso che tutto questo l’ho già vissuto, che lo sguardo di Hubert non è altro che quello di David, che le sue parole, per quanto suonino in una lingua diversa dalla mia, sono le parole che ho sentito altre volte; poche forse –la scarsa bellezza, unita alla timidezza è un ottimo deterrente nel suscitare curiosità negli altri- ma sufficienti a non dimenticare il piacere di poter guardare quel corpo di fronte a sé con aria compiaciuta, cercando di cogliere la sincerità negli occhi dell’altro.

Non so in quale momento si commetta l’errore. Eppure capita. L’errore ha il sapore amaro della cicoria in insalata e si manifesta con la eco dei ‘se avessi detto, fatto, capito’ che risuona ossessiva ed improvvisa una mattina camminando per la solita via. Perché io sono un abitudinario e la consapevolezza dell’errore si fa evidente all’angolo tra via Castel Morrone e via Bixio e cresce poi per tutta via Scipioni per esplodere in via Pascoli. Allora è troppo tardi e rimane soltanto da prendere un tè caldo di tardo pomeriggio in una pasticceria del centro, insieme ad Errico, per raccontargli l’ennesima caduta delle illusioni.

E non è volontà di compiangersi, quanto viva curiosità di comprendere: dove e quando. Dove e quando quel senso di benessere –che tu non hai mai smesso di provare- si è disciolto in lui fino a farlo allontanare. “E no!”, direi ad Errico, “Non parlo solo di amore. Succede anche con le amicizie!”. Vorresti conoscere persone, lasciarti incuriosire dalle loro vite, stare zitto ad ascoltare e poi, improvvisamente, ti ritrovi con qualche numero in più sul cellulare dal quale non riceverai nemmeno una chiamata. Direbbe Errico: “E tu? Che hai fatto tu?”

Da buon abitudinario mi rimetto a pensare ad ogni mio gesto, ad ogni parola, ai toni usati, alle premure o alle mancanze e zac, sono già oltre. L’oltre è quella situazione in cui nessuno ignora la tua presenza ma la tollera, come se non se ne potesse fare a meno. L’oltre è quella familiarità più esibita che sentita, quella convivialità di facciata. L’oltre è semplicemente la buona educazione e nulla di più.

C’è qualcosa che sfugge: forse sono io, quest’ammasso di atomi che vivono come se fossero separati, senza uno scopo comune. Forse è la mia freddezza, forse è la mia naturale diffidenza, che talora abbandono per slanci di fiducia sconsiderati e privi di fondamento. O forse sono le condizioni esterne che cambiano senza che io me ne accorga, tanto da essere quasi compiaciuto di una ingenuità esibita quasi fosse il segno di una diversità antropologica rispetto all’egoismo degli altri. C’è una tara che non si può eliminare e che mi porta a sbagliare sempre allo stesso modo, per quanto mi imponga di non seguire la strada noiosa dell’abitudine. E se in fisica basterebbe cambiare lo strumento o colui che misura, nella vita, non posso allontanarmi da me stesso, né cambiarmi all’occorrenza; non potrei mentire come suggerirebbe Soboczynski [L’arte di non dire la verità], né potrei trattenere la mia indole dal commettere questo errore sistematico –e come capita a me, così succede a molti altri- ogni qualvolta dovessi fidarmi degli occhi di qualcuno, convinto, come direbbe Platone, che è bello soffrire se si intraprendono belle cose [Fedro]. Ed è questo errore, questa imprecisione, a dare il senso della misura delle mie passioni.

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